Elusione e preveggenza: E poi siamo arrivati alla fine di Joshua Ferris

“Le entrate erano al limite. I prezzi in caduta libera. Eravamo sul punto di svegliarci da un decennio di sogni perfetti.”

Pubblicato nel 2006, questo romanzo d’esordio di Joshua Ferris contiene una grande elusione, ovvero un omissis che riverbera sulla vicenda e in un certo senso la sostanzia. Mai però come il forte senso di preveggenza che coglie il lettore di oggi (tipo, ad esempio, me).

Ferris sceglie volontariamente di tacere l’undici settembre, interrompendo la narrazione quando agli attentati mancano poche settimane, per riprenderla qualche anno più tardi: probabilmente tutto ciò ha lo scopo di sottrarsi alla retorica dominante e puntare il dito su una crisi già abbondantemente in corso prima del settembre 2001, crisi economica e finanziaria che produceva contraccolpi pesanti sul tessuto sociale, sulla percezione di sé come cittadini e individui, sulla consistenza dei rapporti interpersonali e delle proprie prospettive.

Se la bolla delle dotcom era già esplosa nella primavera del 2000 – benvenuti nel nuovo millennio! – minando la certezza nelle magnifiche sorti e progressive della nuova rivoluzione industriale, nell’immaginario la crisi venne però fagocitata dal clamoroso attentato alle Twin Tower, la cui valenza simbolica si pose come vera e propria frattura storica. Tuttavia, Ferris racconta con leggerezza da sitcom e crudezza di sguardo la politica di licenziamenti all’interno di una compagnia pubblicitaria di Chicago, portando alla luce la “malattia” dei rapporti gerarchici e umani, le nevrosi indotte che s’irradiano come correnti sottomarine all’interno della “miglior repubblica che abbia mai cominciato a morire“.

Leggere degli impiegati costretti a liberare il posto di lavoro e abbandonare l’edificio in mezz’ora, prendere atto della loro impotenza, un po’ come se si trattasse di fare i conti con una legge di natura, regala una sensazione scomoda, il retrogusto perturbante del disagio. Neppure due anni dopo la pubblicazione del romanzo, le immagini degli impiegati di Lehman Brothers che abbandonavano la sede della banca d’affari con gli effetti personali in una scatola di cartone avrebbero rappresentato la “copertina” ideale della lunga stagione di crisi da cui non ci siamo mai realmente ripresi. Al di là delle conseguenze economiche, si trattò di una frattura nel rapporto fiduciario tra individuo e i valori cui affidare le coordinate della propria esistenza.

Capisco che finirò per sembrare un disco incantato, ma questo mi sembra l’argomento cruciale dei nostri anni: cosa dobbiamo fare realmente della nostra vita? La scelta di adottare un punto di vista plurale indeterminato – un “noi” che tende verso la definizione di un “io” collettivo – si rivela in questo senso cruciale, permette cioè a Ferris di raccontare con una voce assieme confidenziale e generazionale, di scavare nel ventre tenero delle conflittualità emotive senza perdere lo sguardo d’insieme su bizzarrie, isterismi, disequilibri, paure, smarrimenti, ambizioni, competizione, insensatezze e pure e semplici cattiverie di cui è intrisa la classe media al tramonto.

Quando la vita irrompe, con la crudeltà lancinante e inappellabile di un lutto, di una malattia o di un raptus di follia, somiglia alla cartina di tornasole che rivela l’inconsistenza del terreno su cui poggiano le fondamenta di intere culture avanzate (così vengono definite) contemporanee.

Non ho letto altro di Joshua Ferris. Le recensioni non sono incoraggianti, a dire il vero. Ma E poi siamo arrivati alla fine possiede il vaticinio effervescente di un Doglas Coupland, il dinamismo affilato di Nick Hornby e qualcosa della lucidità analitica di Jonathan Franzen, riuscendo comunque a non sembrare un patchwork di stili. Forse un paio di svolte eccessive nella trama ne incrinano la credibilità, ma resta una lettura altamente consigliabile e ahinoi attualissima.

“Forse c’era un’alternativa alla ricchezza e al successo come coronamento del sogno americano. O forse era il sogno di una nazione diversa, in un futuro ordine mondiale, e noi eravamo inchiodati nel medioevo del lusso e del benessere.”

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