All’improvviso, di notte, un programma radio

Ho fatto i turni di notte per vent’anni. Da pendolare: quei cinquanta chilometri di strada buia e pressoché deserta sulla strada del ritorno andavano gestiti con attenzione, soprattutto perché quel bastardo del sonno aveva l’abitudine di avvolgerti lentamente finché non chiudevi gli occhi e tanti saluti. Capita: gli occhi si chiudono. Un attimo prima pensi a una qualsiasi cazzata, l’attimo dopo non ci sei. Capita, e infatti mi è capitato. Ogni volta, per mia fortuna, tempo pochi istanti (due secondi? Di più?) e sono tornato a prendere coscienza delle mani sul volante, della strada che scorreva monotona ma letale: una scarica di adrenalina, il cuore che s’imbizzarrisce fino alla gola, poi la sensazione assieme calda e gelida di averla scampata, e la calma che torna respiro dopo respiro.

Per mantenermi sveglio, mi affidavo all’autoradio. Avevo i miei “dischi salvavita”, sapete? Quando mi sentivo particolarmente stanco, mettevo alcuni CD in particolare, in genere quelli che più mi gasavano in quel momento, oppure alcuni classici sui quali, ebbene sì, cantavo senza ritegno. Pensateci: nel cuore della notte, sulla Firenze-Siena, sotto una pioggia fredda o nell’aria tiepida di luglio, stonavo a squarciagola Gimme Shelter, Waves Of Mutilations, Free Money, Street Spirit, I Can See For Miles, Old Man, Your Time Is Gonna Come, Come Togheter e via discorrendo, spesso inventandomi le parole che non sapevo o non ricordavo.

Una volta venni affiancato da un’auto della polizia proprio in mezzo a una performance particolarmente ispirata. Mi voltai verso di loro senza smettere di cantare e trovai quattro occhi che mi fissavano sospettosi. Venni invitato a fermarmi alla piazzola successiva dove spiegai che uscivo dal turno di notte e bla bla bla. Furono molto gentili, ma era chiaro che si aspettavano un tasso alcolemico stellare anziché un aspirante Robert Plant senza le physique du rôle (né ovviamente la voce).

A parte i miei fidi CD, contavo molto anche sulla radio. A patto però che trasmettessero in diretta. In effetti, avevo bisogno di quello: sentire che c’era qualcuno da qualche parte che come me viveva in quel tempo anomalo, in quell’aritmia rispetto al battito standard della società, e che magari condivideva i miei interessi – va da sé – musicali. A parte la gloriosa Stereonotte, ricordo in particolare un altro programma. A dire il vero era uno strano programma. Veniva trasmesso in diretta a partire dalle tre del mattino con cadenza settimanale (mi sembra nella notte tra mercoledì e giovedì). Non ricordo neppure la stazione radio, solo che trasmetteva dalla provincia di Pisa. Mi sintonizzavo appena uscito dall’ufficio e perdevo il segnale dopo una trentina di chilometri, dalle parti di San Donato. A volte però, non so per quale capriccio delle onde radio, rimanevo sintonizzato senza troppi disturbi fin quasi sotto casa.

Il conduttore era un appassionato di rock vecchio stampo, con gusti che andavano dal classico alle gemme più oscure, dal banale al bizzarro. Sembrava uscito da una cantina piena di vinili e vecchi giradischi scassati, dove tornava a rinchiudersi appena tolte le cuffie e spento il microfono. Ogni puntata era un percorso contorto, o meglio il tentativo di un percorso: sembrava un po’ come se pescasse a caso da una collezione di dischi per poi individuare legami a volte plausibili ma il più delle volte neanche troppo. Eppure, mi ipnotizzava. Ricordo che fingeva di raccontare di una nuova uscita e in realtà si trattava di un disco di venti o trenta anni prima. Oppure celebrava un classico dei Free o dei Pentangle leggendo brani di recensioni dell’epoca e dettagli storici, ai quali sovrapponeva spesso e volentieri aneddoti personali (sulla cui veridicità dubitavo molto, ma in fondo non importava).

Una notte mi sintonizzai ma il programma non era ancora iniziato. Al suo posto passavano vecchie gloriose canzoni rock e folk, senza nessun conduttore a introdurle. Rimasi sintonizzato finché non persi il segnale. La settimana successiva, accadde lo stesso. Il programma era stato soppresso. Era svanito un po’ come era apparso: all’improvviso. Un po’ anche alla cazzo di cane, certo. Ma si trattò di una scomparsa, come dire, coerente. Non ho mai più sentito la voce di quello strano tipo e presto cancellai anche la stazione dalla memoria dell’autoradio (in poco tempo, come già detto, svanì anche dalla mia memoria).

Siccome però ne sentivo la mancanza, iniziai a chiedermi cosa di quel programma mi mancasse davvero (o cosa mi tenesse sveglio, il che era un po’ la stessa cosa). Non si trattava della scelta delle canzoni, che nella maggior parte dei casi conoscevo benissimo e in altri trovavo perfino scontate. Non erano neppure la voce e le capacità dialettiche del conduttore, abbastanza impacciato e incapace di argomentazioni davvero interessanti. A mancarmi di quel programma era in realtà l’altrove, la sensazione di un luogo che si manifestava in tempo reale attraverso gli altoparlanti, rimanendo però sostanzialmente misterioso circa la sua ubicazione. Era un altrove irraggiungibile, ma c’era. Realizzava una presenza enigmatica, contraddittoria, che ne faceva una dimensione intangibile e perciò ideale. Era un ovunque a cui potevo aggrapparmi come alternativa al qui e ora.

Dal momento in cui presupponeva un luogo, accadeva, con tutto ciò che significa accadere. A partire dal fatto che sarebbe accaduto in ogni caso, anche senza di te. Potevi stabilirci una connessione, certo, una – appunto – sintonia, ma era indipendente, era vivo. Non potevi personalizzarlo, si avvicinava ma non obbediva ai tuoi gusti, non era un prodotto delle tue attitudini, una risposta algoritmica al tuo profilo. Perciò, malgrado la non eccelsa qualità della proposta, amavo quel programma. Perciò mi teneva sveglio: perché era vivo e quindi sorprendente.

Mi è capitato di ripensarci oggi che lo streaming offre una quantità di playlist sostanzialmente infinite, podcast inclusi. Non ho difficoltà ad ammettere che la possibilità di ascoltare in pratica qualsiasi cosa coincide col paradiso che mi sarei augurato non più tardi di una ventina di anni fa. Ma a questa proposta sempre più strutturata e profilata mi pare che manchi un elemento in paricolare: un luogo. Una caratterizzazione che ne certifichi l’accadere, e quindi la possibilità di tracciare percorsi contorti, problematici, improbabili. In breve, di sorprendere. Perché, diciamolo, le programmazioni random delle applicazioni di streaming, che in alcuni casi vengono spacciate come “radio” ispirate a un certo artista o a una certa canzone, sono deludenti. Obbediscono a un solo input, quello del gradimento statistico, e hanno la chiara (ancorché legittima) finalità di massimizzare la quantità di ascolti.

In poche parole, le pseudo-radio e le playlist pseudo-random delle applicazioni di streaming sono tarate sull’ovvio. In ragione di ciò – e pazienza se potrà sembrarvi un’affermazione elitaria – a chi coltivi una pur minima passione per la musica e abbia quindi un po’ di cultura in materia, fanno due palle così. Quel programma radio trasmesso nel cuore della notte da una stazione sfigata un quarto di secolo fa, con tutta la sua approssimazione, era molto più divertente. E questo è più o meno tutto.

P.S.

da dieci anni non faccio più turni di notte. Meglio così.

5 commenti

  1. Autoradio… Una vita che non sentivo e non leggevo più questa parola comunque sei stato solo fisicamente nel buio della notte guidando ma intorno sicuramente i tuoi amici più cari e fidati della musica… Non ti lasciavano mai mai da solo.amici preziosi, bei ricordi che si rinnovano sempre.

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