Lente, parziali rivalutazioni: The Smashing Pumpkins – Adore

In un giorno di quasi estate del 1998 vide la luce Adore degli Smashing Pumpkins, album attesissimo dopo l’exploit di Mellon Collie And The Infinite Sadness del 1995. All’impasto di sconcerto e delusione iniziale seguì nel lungo periodo una parziale rivalutazione, di cui scrissi qualche anno più tardi (circa 2003) nella mia rubrichetta sul Mucchio Selvaggio. Negli ultimi giorni ho sentito il bisogno di riascoltare Adore (a proposito di strani ascolti estivi…), così mi è venuta voglia di recuperare quella vecchia pagina, che (ri)propongo qui sotto.

***

The Smashing Pumpkins – Adore (1998)

Magia
Gli Smashing Pumpkins di metà anni novanta: rabbiosi punk cibernetici, scomposti pupazzi hard(core), eterei paggi neo folk e impavidi escursionisti (kitsch)prog. Inoltre, immagine straniante (Corgan il bamboccio, Iha l’esotico, D’Arcy la fatale, Chamberlain il dannato) e prolificità spaventosa: quanti potevano, possono e potranno permettersi un fatidico terzo album (doppio cd) sterminato, ipnotico e sferzante come Mellon Collie And The Infinite Sadness (1995)? Senza contare poi la leggenda che riferisce di altrettante tracce (una trentina) lasciate nel cassetto, e anche piuttosto a malincuore. Prima di quello ci furono Gish (1991), Siamese Dream (1993) e la raccolta di “lati B” Pishes Iscariot (1994): in ognuno toccanti deliri e bruschi conati di watt, ma anche visioni friabili, delicatezze folk e languide fantasie da adolescenza magica.

Abnegazione
Il meccanismo sembrava così potente e oliato che non mi preoccupò la brusca defezione di Jimmy Chamberlain – batterista dalla selvaggia raffinatezza un po’ troppo disinvolto con eroina e affini – e neppure la piuttosto automatica partecipazione alla soundtrack di Batman & Robin. Anzi, proprio da quest’ultima piovvero gli indizi di un cambiamento decisivo, soprattutto per il massiccio uso dell’elettronica, presenza vieppiù marginale in Mellon Collie. Col nuovo album incombente, le zucche scesero a Genova per una data del tour di presentazione, concerto a cui – mordendomi i gomiti – dovetti rinunciare. Mi consolai ascoltandoli in diretta su Radiodue, sopportando con inumana abnegazione la cronaca dell’ineffabile Diaco (la scaletta storpiata, le esecuzioni impallinate con i consueti “Uééé, bellissimoooo…”): fu un’esibizione cupa, nervosa, ma in fondo convincente. Pochi giorni dopo, preceduto da massiccia campagna stampa, ecco Adore.

Fanfaluche
Aveva ben ragione Corgan a sottolineare le difficoltà del momento, tra la separazione dalla moglie e la morte della madre, però – musicalmente parlando – mi sembra che il vero problema fosse l’ormai strabordante creatività, che il buon Billy – un po’ per la pressione eccessiva dello showbiz e un po’ per incapacità – non riuscì a dominare. Adore infatti tenta lo scarto dal passato ma lo lascia tragicamente incompiuto, facendo un po’ la fine de La Mosca di Cronenberg nel teletrasporto difettoso: vedi il lavoro sul suono, imponente ma non sempre a fuoco, o le belle stratificazioni di corde, voci ed effetti sintetici che spesso deragliano in schermaglie e ridondanze. Troppi inoltre i pegni pagati ai diktat della fama e del mercato, da cui i tre “fortunati” singoli Ava Adore, Perfect e Shame, dibattuti tra l’esigenza di ripetere lo smashing-sound e improvvide concessioni trip-hop, giochini umorali ma stantii di tastiere, prevedibili sventagliate di corde e allibenti automatismi melodici. In più, sembrano soffrire tanto il drumming elettronico quanto quello mercenario dei pur validi Joey Waronker e Matt Walker. Lo stesso dicasi per Tear – una To Forgive imbarocchita, capace di scavarsi la fossa da sola reiterando appiccicosi riff di tastiera – e per la curiosa Pug, che parte bene con un algido arroventarsi kraut-wave salvo poi capitombolare tra fanfaluche sintetiche e sbrodolamenti degni di un Peter Frampton qualsiasi.

Ruffianerie…
A ciò si aggiungano i capitoli più controversi, quelli che non so decidermi se amare o odiare, quali Daphne Descend (troppo debitrice di Bodies per essere davvero credibile), Once Upon A Time (sorella minore delle clamorose ninnananne in tre quarti di Mellon Collie) e Crestfallen (tra squarci di sublime e solenni capitomboli melodici). Mi chiedo poi dove vogliano andare a parare The Tale Of Dusty And Pistol Pete (potrebbe passare per un apocrifo di George Harrison, ma si spegne alla distanza, ripiegando su scontati effetti elettronici) e l’ampollosa Behold: The Nightmare (che contiene però un notevole stacchetto beatlesiano). Segnatevi questi titoli, e casomai skippateli a bella posta. Proprio così, non fatevi scrupoli: può sembrare ingeneroso, invece è un modo – il più diretto – per far zampillare dalle lacerazioni, dalle discontinuità e dalle ruffianerie le inusitate meraviglie che questo strano lavoro – ebbene sì – contiene.

…e meraviglie
Eccole, se vi fidate. A mo’ di elenco: To Sheila, dedicata alla defunta madre, fa perno su una melodia in bilico tra grazia e sgomento per allestire un campionario di incantevoli mestizie (l’arpeggio delicato, la voce come un alito sugli occhi, il vago letto sintetico, quelle pennate agre e distanti, lo struggersi gotico del piano, i mandolini che ondeggiano come una lampada nel vento…); Apples + Oranjes riassume in un cinerama di istanze wave l’insidiosa levità dei New Order, l’estro irrequieto dei Jesus And Mary Chain e l’ombra translucida dei Wire su sfondi che rimandano persino agli ultimi Roxy Music; Annie-Dog ha il passo da RnB fumoso, capace di posteggiare una chitarrina alla Manzanera nell’ombra di un piano stranito, tra l’asciuttezza letteraria del drumming e una lugubre voce alcolica; For Martha è l’apice compositivo del disco, equilibrio devastante di stasi ed esplosione, il piano a comandare la marcia attraverso nebbie dolenti e timide creaturine soniche, la bella coralità delle voci, il certosino lavoro ambientale (i timbri raccolti, le dinamiche trattenute e poi lasciate deragliare), e infine quello spegnersi conclusivo tra serialità ipnotiche e uno sfrigolare cosmico d’aldilà; dopodiché, Blank Page può sembrare poca cosa, ma è pura progressione nel fiabesco, tra angosce alla Peter Hammill e le utopie di Lennon, tra i cascami della wave sintetica e la levità apparente di Mark Hollis, ed è oltretutto la prova vocale più sentita del disco, tiepida e sfibrata, un lamento interiore che fa sbocciare luce diffusa; 17 è infine la scheggia di buio che tutto ingoia.

Frankenstein
Insomma, mezzo fallimento o mezzo prodigio: dipende. Certo è che anche lo stereo più sfigato – opportunamente programmato – può trasformarlo in un piccolo capolavoro. Niente da fare invece per il successivo Machina (2000), concept confuso e folle, nugolo di watt scomposti e predigeriti, hard rococò per i pentiti di Mtv, innocuo esercizio di onanistiche velleità. Fu lo schianto fatale: il gruppo prese a sfaldarsi come un frankenstein avariato, e alla fine capitolò. Corgan è stato poi avvistato assieme agli amati New Order. Degli altri poco si sa.

3 commenti

  1. Francamente ho delle riserve anche su Mellon Collie: il lungo lato A ti schianta, è coerente, potente ma non stucchevole; il lungo lato B, dopo un buon inizio, si perde, si esaurisce, ma non di quel esaurimento che anche nei momenti peggiori riesce a tirare fuori qualcosa di buono, è più un arrivare col fiato corto alla fine. Una caratteristica che ho riscontrato anche in Adore, ma pure (in forma più contenuta) in Siamese Dream… Quasi come fosse un segno distintivo, una firma…

    Piace a 1 persona

    • Sì, è uno dei tipici casi in cui il punto di forza e quello di debolezza coincidono: Corgan è torrenziale, eccessivo, al punto da perdere il controllo, il senso del limite. Non ha saputo tracciare un perimetro attorno a se stesso come musicista, il che gli ha procurato nel tempo cadute rovinose. A me Mellon Collie affascina anche per questo, è come quei punti della riva su cui la risacca deposita di tutto, cianfrusaglie, immondizia, ma anche tesori. Ed è appunto quel depositarsi che trovo affascinante.

      Piace a 2 people

Rispondi a Pensierosecondario Cancella risposta

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...