Awakening Songs #26: Yo La Tengo – Tears Are In Your Eyes

Poche band sono in grado di proporti un suono così tattile. Un suono-palpebra, un suono-tenda che attraversi e senti scorrerti addosso, un suono-schiuma in cui ti immergi ma ti lascia respirare. Un suono che, paradossalmente, ti ascolta.

Gli Yo La Tengo si sono formati nel 1984 a Hoboken, piccola città del New Jersey (non a caso la chiamano “Mile Square City”) distante poche miglia da Manhattan, celebre per avere ospitato il primo incontro ufficiale di baseball nel 1846. Proprio dal baseball Ira Kaplan ricavò il nome della band fondata assieme alla compagna Georgia Hubley: è infatti un’espressione spagnola che significa più o meno “ho la palla”, e qui mi fermo perché se esiste un immaginario di cui non nascondo la mia più incolmabile indifferenza è quello legato allo sport delle mazze, dei guantoni, del diamante e dei fuoricampo. Gli Yo La Tengo invece non mi lasciano per nulla indifferente.

L’album d’esordio Ride the Tiger è del 1986, e rimpiango vivamente di non essermene accorto in tempo reale. Del resto, non ho avuto notizie di loro fino all’ottavo album I Can Hear the Heart Beating as One, probabilmente il loro capolavoro. Correva l’anno 1997 e già il precedente Electr-O-Pura (1995) aveva dimostrato la loro statura di band con poca voglia di frequentare le playlist radiofoniche ma la spiccata attitudine ad insediarsi nei cuori irrequieti di chi amava accoppiare le parole “rock” e “alternativo”, qualunque fossero scopo e motivi.

Il fatidico 2000 arrivò col suo carico di eccitazione e timori: And Then Nothing Turned Itself Inside-Out si occupò soprattutto di questi ultimi. Disco monumentale (quasi ottanta minuti, in ossequio alla capacità del CD, anche se Night Fall In Hoboken se ne prende da sola 17 col suo morbido abbandono…) ma non invadente. Anzi, la sua natura apparve fin da subito discreta, lo facevi girare e sentivi i legami sciogliersi e le pressioni affievolirsi, come quando riconosci in un amico l’espressione “forza, ti ascolto”, come quando lo scorrere di un paesaggio dietro al finestrino è esattamente dove vuoi stare, come la luce del giorno che si smorza attimo dopo attimo e i colori delle cose sembrano fuggire dall’altra parte del mondo ma lo sai che sono ancora qui, è solo una tregua, un cambio di scena, un bioritmo necessario.

Per gli ossessionati, i riferimenti abbondavano: i Velvet Underground più languidi, ovviamente, ma anche il dream pop intossicato di malinconia e lo shoegaze con qualche zavorra cupa lasciata a terra, per non dire dei Talk Talk tra dilatazione e astrazione. In generale, ci sentivi un conflitto che si consumava dietro le quinte: quello tra radici pop-rock ad ampio spettro e alto gradimento e la loro controparte contorta, schiva, problematica. Di fatto, era la colonna sonora perfetta per il me stesso di allora, e anche adesso se la cava niente male.

Non mi ha stupito per nulla quindi svegliarmi una mattina di questa estate che si sforza di rotolare una normalità (estiva) dopo l’altra con in testa, tra le labbra, Tears Are In Your Eyes. Posta esattamente al centro (al cuore) della scaletta, è una canzone che parla – non giriamoci attorno – di depressione, e lo fa iniziando con una folgorante contro-citazione della celebre Dancing in the Street. Laddove il fenomenale errebì di Martha and the Vandellas (ma scritto da William Stevenson e sua maestà Marvin Gaye) declamava “summer’s here and the time is right“, i Nostri invece rompono il ghiaccio con due versi che sono, di per sé, un invito a rannicchiarsi a due centimetri dal malanimo:

You tell me summer’s here
And the time is wrong

Il basso e le chitarre sono creme a diversi livelli di densità, il piano sgocciola poche note dalla tenerezza che direi laconica, il drumming sbuffa discreto e inarrestabile, come certe volte fa il tempo quando non passa mai eppure si consuma. Quanto a Georgia, canta con quel velluto (sdrucito) di voce senza una particella di compiacimento né alcuna tentazione di conforto, la melodia è semplice, piana, una constatazione amichevole di incidente emotivo, satura di rispetto delle regole e timore delle conseguenze, di comprensione, di “forza, ti ascolto”. E, casomai, ti incoraggio, per come posso.

Although you don’t believe me you’re strong
Darkness always turns into the dawn
And you won’t even remember this for long…

A dire il vero, non è la prima volta che succede. Succede di continuo. Questa canzone – e altre di questo disco, di questa band – arrivano, affondano, rimangono in sospensione come pesciolini d’acqua scura. Aspettano il loro momento, senza aspettarlo davvero. Casomai, riaffiorano. E, neanche troppo paradossalmente, ti ascoltano.

Qui le altre Awakening Songs

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