Magma carnale: The Stooges – Fun House

7 luglio 1970. Gli Stooges battono il secondo colpo. Un altro travolgente, seminale insuccesso. Che nel tempo avrebbe dispiegato la sua potenza tra più generazioni di rocker senza riguardo.

Di seguito il capitolo dedicato Fun House tratto dalla monografia dedicata a Iggy Pop e gli Stooges per Sentireascoltare.

***

La Elektra sente odore di bruciato: i fenomeni scovati da Danny Fields sono tutt’altro che una gallina dalle uova d’oro. Eppure, proprio mentre va definendosi il fallimento commerciale di The Stooges, la band raggiunge l’apice per quanto riguarda l’impatto live. Abbiamo già detto del concerto di Cincinnati del giugno ‘70, di come il destino vuole che sia prevista una ripresa televisiva affinché uno dei momenti più iconici della storia del rock non venga tramandata solo attraverso le pur formidabili fotografie: Iggy cammina davvero sul pubblico come su una piattaforma di energia, sembra l’emanazione di una volontà insopprimibile, il suo corpo cosparso di burro di arachidi – che getta anche sul pubblico – sembra metallo liquido, la posa è plastica e scimmiesca, il collare da cane al collo e i jeans aderentissimi vanno a completare una figura che rivela al mondo una sorta di anticristo catodico.

Gli Stooges eseguono T.V. Eye e 1970 (all’epoca conosciuta come I Feel Alright), pezzi contenuti nel secondo album Fun House, che vedrà la luce pochi giorni più tardi, il 7 luglio. Prodotto da Don Gallucci, già membro dei surf-rockers The Kingsmen, è un disco che deve moltissimo all’incontro con Steve Mackay, sassofonista dei Carnal Kitchen, una band del giro cittadino di Detroit, dai quali Iggy rimane impressionato. Se l’esordio era stato un ottimo compromesso tra la furia artistoide della band e la consapevolezza arty di chi aveva già attraversato il calor bianco del rumore (Cale), in Fun House la band trova tutta la durezza e la quadratura (spigoli compresi) di cui si sente capace: ci pensa l’iniziale Down On The Street a mettere subito le cose in chiaro, solidificando il magma nelle forme concise e aspre della cassa in quattro e dei riff taglienti (malgrado Ron Asheton desideri mantenere l’impostazione live, Gallucci lo convince a sovraincidere una seconda chitarra). Un’operazione di “pulizia” che non va affatto a detrimento della potenza, che anzi sembra incanalarsi in una più sinuosa e viscerale vena black, sostenuta dal consueto martellare motoristico. Loose, il secondo pezzo, è una colata di iracondia infernale, il riff – che suggerirà qualche ideuzza a Ritchie Blackmore per Smoke On The Water – sparato a mitraglia da sei e quattro corde, mentre il caro Iggy riesce a sembrare ad un tempo truce e sornione, come nessun altro, probabilmente, è in grado di fare. Quanto al testo, che dire: «I took a record of pretty music / Now I’m putting it to you straight from hell / I’ll stick it deep inside / I’ll stick it deep inside / Cause I’m loose», con tanti saluti ai figli dei fiori.

L’Iguana è pura situazione, momento carnale, il corpo che vince sempre e detta le regole, uno sberleffo vivente in faccia al fallimento delle idee, delle “magnifiche sorti e progressive”. Assieme alla successiva T.V. Eye, si tratta della sequenza iniziale più potente mai udita fino ad allora: un urlo belluino del sempre garbato Iggy squarcia la pausa e innesca un altro sabba sordido e tracotante, la chitarra che taglia a fettine (la lama è rugginosa) l’aria mentre basso e batteria macinano stolidi come un congegno alimentato a insofferenza, e in mezzo la voce come potrebbe il fratellastro devastato di Mick Jagger (sarà stata messa per rafforzare questa similitudine quell’armonica lì in mezzo?).

È pur vero che la loro reale dimensione restano i live, e che i quattro continuavano a non pensarsi come una rock band da studio, le cui regole detestano cordialmente: di fronte a questo disco però non si può che trasecolare ancora oggi, per come il sound del gruppo sembri a fuoco e solido, autentico crogiolo di modi e angolazioni che saranno attualità per tutto il decennio e oltre (il punk, certo, così come l’hard e l’heavy degli Ottanta, non potranno che ringraziare). Si tenga però presente che quello eternato in studio con Fun House è solo una versione degli Stooges, mentre quella che sul palco continua a sconvolgere il pubblico si muove su frequenze diverse e quasi del tutto fuori controllo.

Di questa seconda prova resta da dire di una 1970 che sgomita stradaiola, procedendo a rotta di collo verso lo stomaco nero di un sabato sera infuocato, di una Dirt che fa i conti coi retaggi Doors maldigerendo un blues sordido e intriso di uno strano dolore (si dice che i versi «‘Cause I’m burning inside / I’m just a dreaming this life / And do you feel it? / Said do you feel it when you touch me?» siano dedicati a Nico, con la quale Iggy aveva avuto una breve, tumultuosa relazione), ma soprattutto vanno citati i pezzi conclusivi, che chiamano il sax di MacKay prima a innervare un funk torrido e fluviale (la title-track, un martellamento di quasi otto minuti), quindi a rotolare su un piano inclinato di free-noise incandescente (la selvaggia L.A. Blues).

Un album che non si limita quindi a cogliere gli Stooges al loro apice, ma sa riarticolarne il linguaggio per sintetizzare quella band che avrebbero potuto essere ancora e di più se fossero stati in grado di esercitare una qualche forma di controllo su se stessi. Proto punk, hard blues, quella sintesi brutale tra rock e jazz (si dice che all’epoca lo stesso Miles Davis abbia speso buone parole per loro), uno strano, esausto, efficace equilibrio tra le parti, persino una pulizia sonora che non interferisce con la crudezza dell’impatto: così efficaci, così significativi, un’eruzione dalla crepa che si è aperta sulla superficie ormai logora dei magnifici Sixties. Magnifici, sì, ma ormai alla frutta.

Questi Stooges che rimarranno per sempre, fornendo un punto di riferimento inarrivabile per uno stuolo apparentemente inesauribile di rock band, avrebbero potuto esistere senza gli Stooges che, usciti dallo studio, diventavano preda di istinti e dipendenze? Argomento antico. Dove porre il confine tra arte, artista e individuo? Ed è giusto porlo? Fatto sta che, con la sola eccezione del più lucido Ron Asheton, la band organizza nella Stooge Manor un sabba continuo. Non può durare. Non dura.

2 commenti

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...