Le solite ombre (cinque anni, un romanzo, tre titoli)

Cinque anni fa, il 6 luglio del 2015, usciva il mio primo romanzo. Detta così, sembra che poi ne abbia pubblicati in serie. Invece no, ne sarebbe uscito solo un altro, due anni più tardi. Dopodiché, basta fiction. Almeno per il momento.

In entrambi i casi, si tratta di romanzi che non avevo pianificato (se è per questo vale anche per i due saggi, quello del 2009 dedicato a PJ Harvey e quello del 2018 sui Radiohead). Dico sul serio: se solo pochi mesi prima della loro pubblicazione mi avessero chiesto cosa avessi in testa, “mah, un libro” sarebbe stata una risposta assai improbabile. A pensarci bene, quei due romanzi un po’ lo sono: assai improbabili. Però, come dire, non ho potuto fare a meno di scriverli. Soprattutto quel mio primo romanzo, La Meccanica Delle Ombre (d’ora in poi LMDO).

La copertina definitiva

Ancora oggi, confesso, le circostanze in cui ha preso vita mi sembrano strane. Quasi inquietanti. Alcuni eventi reali divennero infatti parte della finzione. Il libro si apre con tre incidenti stradali raccontati in sequenza, ognuno dei quali vede coinvolto in maniera sempre più centrale Benni, il protagonista della vicenda: dapprima è testimone, poi soccorritore, infine vittima. Solo il terzo incidente è del tutto inventato, i primi due sono accaduti realmente. Intendo dire che mi sono accaduti. A quel punto non ho potuto fare altro che mettermi a scrivere quella storia, anche se sarebbe più corretto sostenere che il romanzo si è scritto attraverso di me. Aggiungo che avrebbe potuto scegliersi uno scrittore migliore, o anche solo uno scrittore tout-court anziché uno scrivente* come il sottoscritto. Ma vabbè, chi sono io per giudicare le scelte di un romanzo che decide di esistere?

Mi capitò davvero, insomma, di venire coinvolto come spettatore e soccorritore in due incidenti nel giro di poche settimane. Le analogie tra dinamica ed esiti dei due episodi mi turbarono molto, innescando un processo non del tutto cosciente di esplorazione interna, di riflessioni scomode e destabilizzanti. Per giorni e giorni setacciai ricordi, azzardai correlazioni, misi in gioco convinzioni consolidate e ne feci a pezzi qualcuna. Quindi iniziai a scrivere, senza la minima idea di dove sarei andato a parare. Erano anni che non mi veniva in mente un racconto. Avevo rinunciato da un pezzo a pubblicare fiction, anche se ovviamente (sì, certo) un tempo rappresentava un obiettivo, o un sogno se preferite. Ma a quarantacinque anni come si può lasciare a un sogno la possibilità di illuderti? 

Infatti, non si trattò di un’illusione: fu un rapimento, un non dormirci la notte, un sentirmi abitato da luoghi, oggetti, snodi, dialoghi, personaggi. I personaggi, soprattutto: chi cazzo erano? Cos’era quell’affetto contorto che sentivo di provare per Martina e Gabe? Cos’era quell’impasto di rispetto e repulsione che provavo per Fabio? E Benni, da dove spuntava questo protagonista così diverso da ogni possibile ipotesi di me alternativo? Me lo hanno chiesto in molti: “Benni sei tu?”. E io, “no, non lo sono”. Non lo ero, non lo sono mai stato, non potrei sentirmi e agire come lui. Benni lo immaginavo che mi rivolgeva uno sguardo stanco e minaccioso, quasi volesse dirmi: “chiudiamola presto questa storia, non ne posso più”.

La copertina che avrei voluto

Quella storia, già: parla, sostanzialmente, del bisogno di credere e di tutto quello che ci spinge a fare. Parla di come la ragione si riveli inerme di fronte al bisogno di sentirsi parte di una realtà che puoi in qualche modo dominare, anche quando nulla fa credere che sia possibile. Anche di fronte alla più flagrante mancanza di cause e spiegazioni, quando tutto sembra una baracconata per superstiziosi.

È un romanzo che parla di come in ogni istante di ogni giorno interpretiamo la nostra vita – ovvero tutto quello che accade e ci accade – come una successione di eventi connessi, conseguenti, quasi si trattasse di un racconto sensato, “scritto” da un processo sul quale è necessario (sottolineo: è necessario) illudersi di poter intervenire. Parla della potenza di tutto questo e di come si manifesti appunto in ogni istante di ogni giorno, nel piccolo delle nostre vicende personali e inevitabilmente su scala più vasta, fino a intridere le sorti del grande romanzo collettivo. Eppure, alla resa dei conti è solo una storia, tutto sommato triste e abbastanza assurda, così triste e assurda da apparire persino comica. 

Tra gli altri elementi di stranezza collegati a LMDO ci sono alcune cose accadute dopo la sua pubblicazione. Due su tutte: nel 2017 venne annunciata l’uscita di un film franco/belga, La mecanique de l’ombre, esordio per lo scrittore e regista Thomas Kruithof con protagonista il celebre attore francese François Cluzet. Pare che si tratti di un thriller socio/politico abbastanza buono, ma non ho verificato. Quello che ho trovato strano – e assai curioso – è come il titolo scelto per la distribuzione italiana sia stato La Meccanica Delle Ombre e non La Meccanica Dell’Ombra. Probabilmente era solo perché suonava meglio. Fatto sta che l’equivoco si presentò puntuale: in una recensione pubblicata online su La Repubblica si sosteneva che il film fosse “tratto dal romanzo di Stefano Solventi”. Venne corretta dopo un paio di settimane. Ancora oggi rido.

Il secondo episodio strano è accaduto nel settembre del 2019, quando è stato pubblicato un romanzo dal titolo… Vabbè, avete indovinato: La Meccanica Delle Ombre. Per pura curiosità, ho contattato l’autore. È un mio coetaneo, Fabio Bezzan. Mi ha raccontato – e gli credo – che ha saputo dell’esistenza del mio libro solo a pubblicazione del suo già avvenuta. Non solo: mi ha confidato che in origine aveva pensato a tutt’altro titolo ma che sia stato convinto dalla casa editrice (Gruppo Albatros) a cambiarlo in La Meccanica Delle Ombre. Ovvero come il titolo di un film non troppo famoso ma comunque noto, nonché come il titolo di uno sconosciuto romanzo (casualmente il mio) uscito nel luglio del 2015. Anche in questo caso, ammetto di essermi fatto qualche risata, ma non più di tante, ero troppo impegnato a essere sconcertato: quando nel 2015 mi venne in mente il titolo – una notte, mentre riscrivevo mentalmente un paragrafo – come prima cosa mi precipitai a googlare per sincerarmi che non fosse già stato utilizzato. Da profano totale, mi era sembrato naturale: meglio evitare un titolo già utilizzato per un altro romanzo, no? Conviene a tutti. Come può non averci pensato una casa editrice? Boh. E comunque, pazienza: cosa conta – cosa vale – in fondo un titolo?  

Resta il fatto che oggi, cinque anni dopo, c’è quel romanzo che avrei voluto scrivere meglio. A cui avrei dovuto dedicare più tempo. Sandro Campani, uno scrittore vero, fu così gentile da leggere il manoscritto ed elargirmi molti consigli fondamentali, tra cui questo: prenditi più tempo e taglia. Non gli detti ascolto abbastanza, avrei dovuto prendermi molto più tempo e tagliare di più. Oggi, che ve lo dico a fare, me ne pento. Eppure quel romanzetto sta lì, pubblicato da un editore (Cicorivolta) di cui non saprei cosa pensare, pieno di refusi e passaggi deboli che avrei dovuto bilanciare assai meglio ed eliminare senza pietà: eppure, continua a sembrarmi una cosa potente.

È un frutto imperfetto, certo, a tratti ingenuo, ma attraversato da una forza misteriosa. Se sono a scriverne oggi, al di là della ricorrenza convenzionale, non è per lisciarmi l’ego o per dedicarmi la più classica delle auto-marchette (per chiarire: ormai vendere dieci, cento o anche mille – massì, esageriamo – copie in più del libro non mi porterebbe il minimo beneficio), ma è per fare i conti con un episodio della mia esistenza che non ho mai realmente chiarito. 

Per dirla fuori dai denti: di fronte a tanti romanzi scritti benissimo ma sostanzialmente privi di un’idea narrativa forte, giustamente celebrati come uscite importanti, in alcuni casi anche premiati, oppure al cospetto di tutti quei gialli investigativi seriali e gli pseudo-noir dai protagonisti sempre più stropicciati, tanto più “insoliti” quanto più obbedienti al cliché dell’investigatore “insolito”, il mio povero LMDO con tutte le sue incertezze, la pochezza tecnica e stilistica, la ridondanza e le ingenuità, conserva comunque un suo perché. Ed eccola, la lezione: quando hai il vizio di scrivere e vieni travolto da una buona idea, dovresti curarla come se fosse il più grande privilegio che ti sia stato concesso. Avrei potuto fare di meglio con Benni e il suo misterioso potere? Ho sprecato un’occasione per realizzare qualcosa di bello e – forse – di importante? Ho giocato male le mie carte? Probabilmente sì. Ma ormai è andata.

Vorrei chiudere con un rammarico: nelle venti (circa) presentazioni che ho fatto all’epoca, ho sperato in una domanda che non è arrivata mai. Una delle due citazioni in esergo era tratta da un verso de Il re del mondo di Franco Battiato: “Più diventa tutto inutile e più credi che sia vero”. Proprio E più credi che sia vero era il primo titolo a cui avevo pensato, e rimase come titolo provvisorio durante quasi tutta la lavorazione, finché una notte non me ne venne in mente uno che ritenni immediatamente più adatto (a quanto pare adatto anche per film polizieschi francesi e romanzi ambientati nella Torino del diciannovesimo secolo).

Nessuno mi ha mai chiesto perché avessi citato in esergo proprio quel verso di quella canzone, ed è un peccato, perché avevo una bella risposta da dare, legata al senso vero del romanzo. Una risposta anche più bella del romanzo stesso, probabilmente. Infine, mi sarebbe piaciuto dire che Il re del mondo era una delle canzoni che più amavo. Sapete, è ancora vero.           

*su questo punto ho le idee piuttosto chiare: credo che uno scrittore sia, banalmente, uno che si guadagna da vivere scrivendo (è con le attività inerenti alla scrittura). Non è per nulla il mio caso. Dovessi camparci, non riuscirei a mettere insieme il pranzo con la cena (come dicono dalle mie parti). Ma ho indubbiamente il vizio di scrivere, per cui mi assumo la responsabilità di definirmi uno scrivente.

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