La doppia stagione

Vorrei odiare l’estate. Ma non è facile. Soprattutto perché è d’estate che ho imparato ad ascoltare di più e meglio. (La meteoropatia c’entra, ma solo fino a un certo punto).

L’estate per me è sempre stata almeno due stagioni in una. Iniziai a pensarlo durante l’età in cui le sensazioni acquistano contorni solidi, indelebili come parole in un vocabolario. Quindi da allora per me l’estate è così: doppia.

Da un lato era (è) la stagione della condivisione di spazi, tempi e temperature, quella dell’esposizione di sé agli altri, tra gli altri. Quella delle prospettive che si rinnovavano ogni giorno, ogni sera, con il loro respiro vasto e indifferente, irresistibile. L’estate era la stagione delle pareti di casa come rifugio temporaneo dalla canicola feroce. Ma quanto al resto bisognava uscire, obbedire al richiamo del gruppo, delle chiacchiere e delle birrette, delle cicale impazzite di luce, degli scambi di sguardi e fluidi. A volte sembrava che si potesse esistere solo così, e che tutto il resto – il languido autunno, l’inverno cementizio, la primavera friabile – fosse un vivacchiare interlocutorio, un limbo sbiadito, appena sopportabile.

Poi c’era l’altra estate, una specie di contrappasso a tutto questo: ovvero, il suo lato scostante, neghittoso. Quello di una stagione che nella dilatazione di tempo, luce e spazi, nel bisogno elementare di sovraesporre se stessi, ti faceva provare anche il suo contrario: una sete di solitudine, la necessità di riscrivere contorni e profondità di ciò che ti autorizzava a pensare “io”, e lo faceva con l’inchiostro dell’irrequietezza, piegando le ipotesi a un condizionale senza scampo. Era la stagione che si nutriva di pigrizie terminali, di crepuscolo e controra, dello sbriciolarsi del giorno mentre la sera si addensava predisponendosi a nuove uscite, a esposizioni ulteriori. Anche questo, a volte, sembrava essere l’unico modo in cui sentirsi realmente vivi, all’ombra di quel carosello feroce e abbacinante lungo più o meno tre mesi.

Questo “scenario interiore”, secondario e parallelo, aveva molti punti di contatto con la musica che ascoltavo. Anzi: con quella che ascoltavo davvero. Potrei perfino dire che coincideva con essa, che era il luogo stesso (spazio, tempo, angolazione) del mio ascoltare. La musica assumeva così un ruolo: era una compagna, una complice e una guida attraverso quel mio bisogno di isolazionismo estivo intermittente. Conteneva uno scarto, una sottrazione, una quota dominante di solitudine. In altre parole, quella musica mi definiva. Ed era magnifica proprio per questo.

I dischi di quelle estati si sono saldati a questo ruolo. Quando mi capita di riascoltarli, oggi che non ho più molto da definire, continuano ad attivare sensazioni e ricordi ancora nitidi, perfino plastici, che mi riportano allo stato d’animo dell’epoca, a quel “fuori c’è il mondo, qui dentro – vicino al cuore di qualcosa – ci sono io“. Quali dischi, quali canzoni? Intanto, la definizione “dischi estivi” non deve trarre in inganno. Certo, un disco straordinariamente estivo fu La voce del padrone di Battiato, con quella Summer On A Solitary Beach che mi faceva socchiudere le palpebre e illudermi che l’azzurro del cielo fosse quello di un tramonto a San Vincenzo o a Rosignano (e invece era quello che potevo vedere dalla terrazza di casa o dal giardino spelacchiato accanto al bar).

Ma per me erano estivi anche il lato B di Heroes, ad esempio, o una raccolta di Jimi Hendrix (con The Wind Cries Mary mandata in loop), o ancora il cosiddetto “Skull And Roses” dei Grateful Dead (contiene una versione di Wharf Rat che a pensarci mi vengono i brividi pure adesso). Lo erano Mirrorball di Neil Young coi Pearl Jam, The Sophtware Slump dei Grandaddy, Terror Twilight dei Pavement: dischi il cui suono cotto dal caldo allucinante del giorno rivelava sapori e sfumature nella tregua della sera.

Poi c’era Nebraska, certo, soprattutto Nebraska, che scoprii nell’estate dell’85 quando su di me e sui miei coetanei si abbatté l’uragano Springsteen. Ecco, a proposito di esposizione e isolamento: eravamo un branco di quindicenni in fregola per Glory Days, Born In The USA, The River e Thunder Road, ma appena sentii il cuore livido, accartocciato, imploso di Nebraska, capii che tutto il resto era solo la scorza esposta e fracassona di ciò che cercavo davvero. Il mio nido era da qualche parte tra le Atlantic City (“everything dies, baby, that’s a fact”), le State Trooper, le Highway Patrolman e le Used Cars. Era lì che dovevo cercare.

Negli anni infatti avrei cercato: al riparo dei Rock Bottom, dei Five Leaves Left, degli Astral Weeks, del terzo dei Velvet Underground, dei Tigermilk. Dovunque potessi sottrarmi e delimitarmi, avrei cercato.

Ok, non ho mai trovato granché, a parte il sapore agrodolce – appunto – del dover cercare. Un sapore che so ancora riconoscere quando mi capita di incontrarlo nelle canzoni nuove: se hanno quel passo da rabdomante, se il loro sguardo sa stare in equilibrio mentre si tuffa nella profondità di campo, se alla rappresentazione preferiscono l’evocazione, se nei contorni scolpiti riconoscono le macchie di colore dei sogni.

Forse il punto è questo: un disco estivo deve suggerire l’inutilità degli obiettivi, dei traguardi, delle risposte. Deve essere l’istantanea pigra dell’abbandono, un falso movimento che trova senso nell’oscillazione tra nostalgia e intenzione, tra balzo e immobilità.

Vorrei odiare l’estate, ma no, non ci riesco.

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