Mappe e ormeggi: Le isole di Norman di Veronica Galletta

Ogni storia rimanda sempre a un’altra storia. In ogni libro vivono tutti i libri letti, amati, odiati, equivocato, dimenticati. Estremizzando: esistono solo libri di libri, come diceva quel tale (anche se non ricordo quando né chi). Vale soprattutto se i libri sono le tessere di un mosaico fluido, linee di demarcazione dello schema inafferrabile in cui prende vita una storia come quella di Le isole di Norman, primo romanzo di Veronica Galletta, da poco premiato con il Campiello nella categoria opera prima.


Il titolo rimanda all’isola del tesoro del celebre romanzo di Stevenson, così amato da Elena, la protagonista della vicenda, da diventare per lei un appiglio e assieme un’ossessione. Si può addirittura affermare che quel celebre romanzo se lo porti sulla pelle. Letteralmente. Rimasta gravemente ustionata da piccola, Elena negli anni ha metabolizzato la presenza delle cicatrici credendo (convincendosi) che siano appunto isole, e la sua pelle una mappa che però sembra allontanarla da tutto, dai genitori, dai ricordi, dal luogo in cui vive, ovvero Ortigia, anch’essa un’isola, piccola, collegata a terra da due brevi ponti. Terra che poi è la Sicilia, e quindi fanno tre livelli di isolanità – di isolamento – incastonati l’uno nell’altro.

Tra presente e passato, in entrambi un simile senso di smarrimento, seguiamo Elena e il suo tentativo di fare chiarezza, di sciogliere il groviglio ingannevole della memoria, offuscata dal trauma dell’ustione e dalle conseguenti ricadute emotive e psicologiche. Una chiarezza che potrebbe consentirle di rintracciare Chiara, sua madre, scomparsa all’improvviso, senza lasciare messaggi né tracce di sé. La ricerca di Elena diventa così una recherche, il tentativo di stringere le coordinate attorno all’assenza (essenza) della madre costruendo una mappa letteraria che copra tutta l’isola.

Mentre sullo sfondo gli anni Novanta consumano il secolo in un crepuscolo che non fa prigionieri (la fine del comunismo, la strage di Capaci..), Elena ripercorre i luoghi del ricordo, vive il problematico rapporto col padre come una catena di atti mancati, si imbatte in personaggi accartocciati su una qualche peculiare, profonda, irreversibile frustrazione: tutte le vite a Ortigia sono disancorate, ognuna un’isola avvitata nella propria breve deriva, suggerendo la natura emblematica di un luogo meno geografico che simbolico e letterario (come in fondo e appunto sono le mappe).

Più che la vicenda, che tutto sommato gioca la partita – abbastanza risaputa – della memoria sommersa e del suo laborioso (lacunoso) riaffiorare, colpisce come Galletta riesca a far lavorare i dettagli concreti, le minuzie sensoriali, le pose dei corpi, la vibrazione delle voci e la plasticità degli oggetti in esterni e interni, come se tutto arrivasse al lettore per il tramite della percezione tesa e vulnerabile della protagonista, grazie alla sua dislocazione emotiva, al suo tentativo assieme disperato e tenace di mollare gli ormeggi e dire “io”.

Le isole di Norman è un romanzo di formazione sospesa, anomala, torbida, attraversata da una nota insistente di mistero, da lampi di consapevolezza dolorosa e da un amore sfacciato per la letteratura (La montagna incantata è un altro dei titoli ricorrenti, anzi cruciali).

Esistono solo libri di libri, già. Ma raccontano la vita.

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