Confronto (col tempo): Dylan e Young

Escono lo stesso giorno, un venerdì di quasi estate, due dischi molto diversi di due artisti che, con percorsi diversi ma simili per l’ntensità dei picchi e la discontinuità, hanno fatto la storia della musica popular (folk, rock, country, cantautorale…). Bob Dylan e Neil Young: sono amici, si rispettano, la sensazione è che l’uno ammiri nell’altro le qualità che non si possono spiegare, l’istinto per l’espressione che fa emergere solo la punta dell’iceberg e ti lascia la sensazione del sommerso, la pressione della sua presenza intrisa di sfaccettature e risvolti.

I due nuovi titoli delle loro lunghe carriere non potrebbero essere più diversi: Rough and Rowdy Ways, il trentanovesimo album in studio di Dylan, torna a proporre canzoni scritte di suo pugno dopo otto anni. Di più: dopo vent’anni di lavori (da Love And Theft in avanti) che sembravano tracciare la sagoma di un Dylan ormai impegnato soprattutto a celebrare le proprie radici (lo swing e il blues, soprattutto), è un disco che torna a fare i conti col presente come non accadeva da Time Out Of Mind (1997). Non sarà un capolavoro in senso assoluto, ma è un disco importante. C’è chi ne ha parlato come di un testamento, alludendo con poca eleganza all’età avanzata del “Bardo di Duluth”, ma a me pare più una testimonianza, realizzata con la mente affilata, la voce spietata e il cuore ampio di un artista ancora enorme.

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Homegrown è invece un “disco perduto”: avrebbe dovuto vedere la luce nel 1975, ma Young decise di chiudere con un botto nero la cosiddetta “trilogia del dolore” e scelse di pubblicare Tonight’s The Night, che del resto attendeva il suo turno dal ’73. Homegrown fu chiuso in un cassetto da dove non sarebbe uscito fino a oggi, quarantacinque anni più tardi. Il canadese sostiene che all’epoca gli sembrava troppo intimo e doloroso, essendo ispirato soprattutto alla crisi della sua relazione con Carrie Snodgress, da cui aveva avuto anche un figlio, Zeke. Non dubitiamo che abbia avuto le sue buone ragioni per accantonarlo, comunque c’è da rimanere sconcertati di fronte alla consistenza di un disco che, se pubblicato all’epoca, non avrebbe sfigurato di fronte a lavori come Zuma o ancora più American Stars ‘n Bars. Di un disco che forse, forse, avrebbe cambiato il corso delle cose.

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Nello stesso venerdì di quasi estate, in un anno che ha visto collassare il consueto avvicendarsi dei mesi e delle stagioni, escono due album che ingaggiano un confronto diversamente serrato col tempo. Dischi che ci spingono, tra le altre cose, a ripensarlo, a pensarci parte di un flusso dalle origini lontane e profonde, di una catena di eventi collettivi. A farci sentire abitanti di uno spazio comune le cui storie si incastrano, si intrecciano e si stratificano una dopo l’altra fino a sembrare il groviglio di tutti, fino a diventare Storia.

Li ho recensiti qui e qui

5 commenti

  1. […] Tra le dodici tracce in scaletta di Letter To You, ce ne sono tre composte negli anni Settanta che per la prima volta vengono incise ufficialmente. Sono molto belle, molto dylaniane. Proprio queste particelle Dylan fanno sembrare più netta la sensazione che Springsteen abbia ancora da risolvere qualche problema con l’invecchiare: gli manca qualcosa, un passaggio, una resa dei conti, quella che il Bardo di Duluth – a 56 anni – fece meravigliosamente con Time Out Of Mind. […]

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