Awakening Songs #25: David Bowie – Lady Stardust (Demo)

“Oh how I lied when they asked if I knew his name”

Certe volte credo di essermi arreso. Altre volte penso che il mio comportamento sia tutto sommato comprensibile. Anzi, ragionevole.

Mi riferisco a tutti quei CD e a quei vinili (pochi, in verità) che non ascolto quasi più, malgrado venga colto di frequente da una irrefrenabile voglia di ascoltarli. In questi casi, tuttavia, trovo estremamente più pratico – più comodo – avviare l’app del music provider. È così maledettamente comodo. Quanto al suono, bah, sarà che non sono mai stato un audiofilo… Insomma, se si tratta di ascoltare un disco che hai voglia (o sei curioso) di ascoltare, beh, lo trovo un servizio fantastico. Così comodo, appunto, ed efficiente. Tanto che non vale proprio la pena mettersi in cerca del CD, inserirlo nello stereo e via di seguito con tutte le manovre che costituivano l’antico rituale quotidiano di tanti appassionati.

E allora, perché continuo ogni tanto a fare girare CD e vinili nel mio stereo? 

No, non è per mantenere in vita il rituale. Scusate, ma dei rituali m’importa poco, quasi niente. Non so quale sia il vero motivo, ma immagino che si tratti di una forma di gratitudine. Poche ore fa, ad esempio, ho sentito il bisogno di riascoltare The Rise And Fall Of Ziggy Stardust. Cerco nel mio music provider, e lo trovo subito. E certo che lo trovo. Però: non trovo quello che cerco. Cioè, lo trovo, ma non è il mio CD. Quello che, quando lo comprai nei primi anni ‘90, fu uno shock. 

Ho conosciuto Bowie grazie alle cassettine registrate dal fratello di un compagno di classe, circa metà anni Ottanta. Un paio di raccolte ed ero steso. Poi iniziai a pretendere gli album interi, e quella di Ziggy divenne una delle cassettine che mi portavo sempre dietro. Qualche anno più tardi decisi di investire parte del mio stipendio nella mia droga preferita, ed ecco che intere discografie in formato CD presero il posto delle cassette ormai esauste (eterna gratitudine a loro). L’edizione dello Ziggy in CD era quella del 1990, con l’aggiunta in scaletta di due lati B (John I’m Only Dancing e Velvet Goldmine) più tre inediti come Sweet Head e le versioni demo di Ziggy Stardust e Lady Stardust.

Lady Stardust, già. Prima che Moonage Daydream divenisse senza tante discussioni la mia canzone preferita di tutto il repertorio di Bowie (no, non accetto discussioni), delle undici tracce di Ziggy Stardust quella che più metteva in crisi il mio equilibrio adolescenziale (già assai problematico di suo, altrimenti non sarebbe stato adolescenziale), era proprio Lady Stardust. Tutto il senso di decadenza e languore di cui è intrisa si riversava sulla mia naturale propensione allo struggimento (ero piuttosto svenevole, in verità) suggerendomi situazioni e scenari che si sarebbero chiariti più avanti. Non sapevo un cazzo di Marc Bolan, della scena glam, di come quella canzone pescasse a piene mani nell’amore di Bowie per i crooner e le messinscene broadwayane, mi sfuggiva persino l’omaggio en passent ai Velvet Underground in quel “femme fatale emerged from shadows”. Sentivo solo quella piena di malinconia e desolazione, spinta da uno sguardo incongruamente assertivo, forse perfino impietoso. 

Sì, c’era (c’è) una vena di crudeltà in versi come “And lady stardust sang his songs/Of darkness and disgrace/And he was alright, the band was altogether/Yes he was alright, the song went on forever”, come se quel personaggio sul punto di collassare nella propria stessa decadenza rappresentasse uno spettacolo formidabile, e questo, esattamente per questo, giustificasse quella catastrofe individuale. La rendessa giusta. Auspicabile. Era più o meno il cuore stesso del glam, ma non potevo saperlo. Sapevo solo quello che sentivo, ed era una delle sensazioni più belle che mi fossero capitate in diciassette anni di esistenza.

Poi arrivò quel CD. E quel suono – “TO BE PLAYED AT MAXIMUM VOLUME”, come stava scritto nel retro copertina – che mi attraversava come le scosse elettriche nel laboratorio di elettrotecnica quando il solito coglione girava per scherzo l’interruttore generale del banco. Le bonus track mi eccitavano e mi infastidivano allo stesso tempo: spostavano sensibilmente il centro emotivo del disco, ne squilibravano la completezza febbrile, visionaria e nevrotica. Eppure, bene o male, rappresentavano una rivelazione. Che, per quanto mi riguarda, ebbero ripercussioni soprattutto su Lady Stardust.

Piano e voce, la grana lo-fi (del resto, è una demo), una vena di fragilità appena più scoperta però sufficiente a cambiare la luminosità della scena. E poi il lalleggio di Bowie a suggerire quella pienezza crepuscolare che verrà, mentre le dita pestano grossolane ma risolute sui tasti, spremendo schegge di oscurità e grazia animale a un personaggio che viene scolpito sulla materia impalpabile di un immaginario perduto, ma non dimenticato.

Il primo ascolto di quella “nuova” versione avvenne probabilmente in apnea: non me lo ricordo ma ne sono quasi certo. Più di tutto mi sorprese quel “sighed” trasformato in “lied”. Chiaramente era vero il contrario: l’originale “Oh, come ho mentito” divenne “Oh, come ho sospirato” nella versione definitiva. Il resto del verso diceva, come è noto, “quando mi hanno chiesto se conoscevo il suo nome”. 

Ancora oggi è un dettaglio che mi dà i brividi, un po’ come scoprire un ripensamento sotto la patina di pittura in un dipinto celebre, il fantasma di un’intenzione abortita: come se Bowie non avesse avuto il coraggio di confessare – sia pure in un ambito di pura finzione – che aveva rinnegato Bolan o chiunque si celasse dietro la Signora Polveredistelle. Mentire dichiarando di non conoscerla sarebbe sembrato troppo brutale, quasi un voler confessare quanto a Bowie sembrasse ormai arretrato Bolan rispetto a lui. Quindi nel testo ufficiale si limita a comunicare il proprio sconforto perché quei ragazzi rapiti e crudeli, in piedi sulle loro sedie, non hanno riconosciuto la ex stella del palcoscenico. Un po’ più languido, un po’ meno spietato. Forse.

Quel CD, insomma, non fu soltanto un upgrade tecnologico, ma conteneva risvolti, sviluppi, un sentire ulteriore. Nella spesso sconsiderata campagna di ristampe che ha caratterizzato i 90s, con gli svarioni in termini di masterizzazione e le overdose di bonus tracks, abbiamo vissuto alcuni CD come depositari di autentiche meraviglie. Erano segnali di un passato che non voleva saperne di farsi seppellire. Ed erano tangibili, capsule temporali da scoperchiare, manufatti tecnologicamente evoluti ambasciatori di un messaggio antico eppure febbricitante di contemporaneità. Li ho vissuti come avventure da cui spesso (molto spesso) sono uscito cambiato. Oggetti a cui sarò sempre grato, con buona pace di streaming e nostalgie viniliche.    

Qui le altre Awakening Songs

3 commenti

  1. Non è (solo) una questione di nostalgia, per me il supporto fisico è un modo (poi ce ne sono anche altri) per dare valore alla musica. Insomma, il solito concetto del “mettere via i soldini ed andare una volta al mese (?) al negozio di dischi”. Dopo aver abusato in passato di mp3 e streaming, mi sono imposto di tornare alle origini, più che altro per ritrovare quel contatto materiale che stavo perdendo con la musica liquida (il booklet, la copertina, le custodie di plastica sempre sbeccate…). Per andare in avanscoperta lo streaming mi va benissimo -agevolando un futuro acquisto-, eppure confesso (ora che il budget per i dischi è diverso da quello che avevo a 17 anni) che l’acquisto al buio è ancora una delle esperienze più emozionanti (e rischiose) da fare con la musica 😁😁😁

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    • L’acquisto al buio è la vera specie estinta nell’era dello streaming. 🙂 Tutto il resto in un certo senso c’è ancora, anche se profondamente cambiato.
      Io ormai compro pochissimi dischi, la mia fame di concretezza la soddisfo coi libri cartacei, anche se qualche volta cedo agli ebook.
      Il punto è: dove vogliamo mettere il segnaposto? Al CD? Alla cassetta? Al vinile? Allo spartito? Quanto di feticistico e nostalgico c’è in una scelta che tutto sommato dovrebbe ricondurre a uno stesso obiettivo, ovvero l’ascolto? Talvolta ascoltare un vinile o un CD mi sembra un gesto puramente consolatorio e persino artificioso, un atto di pura autoindulgenza. Eppure, come ho scritto, comprendo il senso dell’oggetto, il legame concreto tra ciò che significa in relazione al suo contenuto immateriale. Vivo tutto questo come un conflitto, ma posso gestirlo. Più difficile è capire cosa significa questa mancanza – questa assenza – per chi è nato con la musica liquida.

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      • La mia impressione è che questa mia ostinazione per il supporto fisico (perché confesso che talvolta è una pura questione di principio, quindi sì il conflitto esiste e meno male 😅) mira probabilmente a fare parte di una nicchia, uno speciale isolarsi, una tribù che comunica un unico linguaggio “in codice”. Un privé pronto ad accogliere magari qualche renitente della musica liquida… tutto molto romantico e molto nostalgico, ma forse insufficiente a “salvare” la memoria del supporto fisico.

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