In trappola: Nudi e Crudi di Alan Bennett

Inizio seriamente a preoccuparmi. Quasi tutto quello che ascolto, vedo e leggo negli ultimi tempi sembra volermi trasmettere direttamente o in filigrana lo stesso messaggio: la cosiddetta normalità è una trappola.

Lo percepisco con tanta chiarezza e assertività da sembrarmi paradossale: ma non lo è. Si tratta, ovviamente, di frequenze con cui ho bisogno di entrare in sintonia. Poi, siccome devo fare i conti con una bella quota di egocentrismo nelle vene, finisco per estendere la visione a tutto il resto, un buco nero che s’ingoia l’universo. Ed ecco che lo scopo stesso della letteratura, del cinema, della musica e in genere di tutto quello che appartiene all’attività umana troppo umana dell’esprimere artisticamente, mi sembra né più e ne meno questo: la normalità è una fottuta trappola.

Non si tratta, è ovvio, di una novità assoluta. Se leggo Ballard, come dire, un po’ me la vado a cercare. È semmai nuovo il fatto che TUTTO sembra convergere, mettermi con le spalle (le mie spalle di cinquantenne incline a un sempre più totale disincanto) al muro e sbattermi in faccia la situazione: ovvero che famiglia, lavoro, consesso sociale, tutto quello per cui ti sollevi dal letto la mattina e rotoli lungo il giorno ogni giorno, è un esercizio assieme necessario e distraente, è una stratificazione di maschere più o meno sottili che ha l’effetto – collaterale o primario – di smorzare la questione centrale. Vale a dire: cosa facciamo qui?

Non so tutto questo dove mi porterà. Nel frattempo, ascolti, letture e visioni si svolgono con elettricità emotiva ulteriore. Mica brutta come sensazione. Mi è appena capitato con Nudi e crudi di Alan Bennett, autore che ho scoperto da non molto e di cui finora ho letto gli ottimi La cerimonia del massaggio e La sovrana lettrice. Lo stile è quello: un’asciuttezza levigata ma implacabile, lo sguardo che agisce umoristico e spietato senza smettere un momento di cogliere nei comportamenti superficiali le implicazioni profonde dei protagonisti.

Sì, la chiave potrebbe essere proprio questa, la tensione tra superficie e profondità: nella compostezza dei coniugi Ransome c’è una componente cadaverica scossa nel profondo da residue energie vitali. L’espediente narrativo che mette in moto il meccanismo rivelatorio è come minimo geniale: un furto stranop, anzi, stranissimo. Di ritorno da una serata a teatro, i Ransome trovano l’appartamento svaligiato. Vale a dire: svuotato. Non è rimasto niente, neanche un soprammobile. Persino il forno con dentro lo sformato: sparito. In attesa dell’assegno dell’assicurazione, per i due inizia una fase di ripensamento radicale della propria esistenza, delle consuetudini, delle convinzioni.

La discontinuità imposta da un furto tanto radicale diventa una frattura nella vita di coppia e individuale, proprio per la sottrazione – effettiva e simbolica (ovvero: effettiva e quindi simbolica in virtù della dimensione narrativa ) – del contesto oggettivo in cui la loro normalità si consumava, con la sua gradevolezza consolatoria e a circuito chiuso. È un processo di demolizione devastante ma implicito, allo stesso tempo ridicolo e angosciante, talmente sottile che non si può riassumere, lo si può soltanto leggere.

Alan Bennett

Bennett non aggiunge nulla a ciò che serve, anzi, scarnifica, asciuga, alza il piede dal pedale delle emozioni, osserva i protagonisti come un entomologo. Eppure, avverti la loro umanità vibrare, seppure da una distanza struggente. Soprattutto quella di Rosemary, che pagina dopo pagina si rivela il tramite autentico, l’ultimo flebile anello di congiunzione tra ciò che poteva essere e ciò che è stato, il filamento attraversato dall’ultimo spasmo nervoso.

Quanto al finale, è giusto non anticipare nulla: dirò solo che l’ho trovato del tutto organico e consequenziale alla vicenda e al senso attorno a cui ruota.

(Alla prossima trappola)

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