Screpolature: L’arte imperfetta di Ted Gioia

Non mi capita spesso di leggere sottolineando. Quando capita, lo faccio perché mi accorgo subito, dalle prime righe, che sarà un libro di quelli: da sottolineare. Ogni volta mi chiedo: per chi lo faccio davvero? Per un me stesso futuro o per quello di oggi, un lettore che tenta di dare più fondamento mnemonico a ciò che legge? Non lo so. Di fatto, ogni sottolineatura vorrebbe essere una boa, un cartello segnaletico, un appiglio per tornare (chissà quando) ad aggrapparsi a un grappolo di significati. Detto questo, il libro che ho appena letto mi ha fatto sottolineare molto. Di più: è la prima volta che mi capita di sottolineare addirittura nella sezione dei ringraziamenti. Mi riferisco alle frasi seguenti:

Il jazz è un’arte spontanea e quando si scrive su di esso si dovrebbe mantenere almeno parte di quella spontaneità. Non mi sono quindi negato di tanto in tanto qualche svisata, qualche a parte

Il libro in questione è L’arte imperfetta di Ted Gioia, un’antologia di scritti a tema jazz che, così raggruppati, costituiscono una specie di pamphlet. L’autore ha al suo attivo diversi volumi sul jazz, sul blues e non solo, tra cui il recente Music: A Subversive History (Basic Books, 2019) di cui mi auguro a breve un’edizione italiana. L’arte imperfetta risale invece al 1987 e raccoglie in sette capitoli altrettanti articoli pubblicati su varie riviste. Tuttavia, non sembra affatto una raccolta raccogliticcia come spesso capita in operazioni del genere. La sensazione è di trovarsi al cospetto del celebre iceberg teorizzato da Hemingway, ovvero pare che Gioia conservi sotto la parte emersa di ciò che leggiamo un’idea molto estesa, profonda e frastagliata del jazz, aggredendone alcuni aspetti con sguardo acuto, agile e spesso disincantato. Aspetti che si presentano sempre come decisivi, quasi che coincidessero con le fondamenta di una strategia di avvicinamento a un’arte tanto amata quanto equivocata.

Ricorrendo all’aneddotica solo quando occorre (ovvero abbastanza spesso) e operando con mano leggera ma intensa lungo tutta la prospettiva che dalla swing era conduce al jazz dei primi anni Ottanta, Gioia sostiene e ribadisce la natura imperfetta, ovvero non pianificata né pianificabile e sostanzialmente spontanea di un genere che rappresenta una vera e propria dimensione espressiva, quella in cui più si manifesta l’identità tra performance creativa e opera, nella quale quindi l’autore è assieme colonna portante e chiave interpretativa. In ragione di ciò, il jazz è l’arte che vive più di ogni altra sull’orlo del fallimento, dell’errore, della mancanza di ispirazione, tanto da farne un elemento organico, un codice.

Da Louis Armstrong a Lester Young passando da John Coltrane, Ornette Coleman e Charlie Parker, coinvolgendo inevitabilmente una pletora di altri nomi variamente monumentali come Miles Davis, Charles Mingus, Billie Holiday, Paul Desmond e King Oliver, in neanche 200 pagine L’arte imperfetta consegna al lettore una cassetta degli attrezzi di base per accedere al cuore di ciò che sentiamo quando ascoltiamo jazz. Ma non solo.

Ornette Coleman

Gioia ribadisce a più riprese che uno dei problemi del jazz contemporaneo risiede nella tendenza ad avvitarsi sul virtuosismo in una sorta di esasperazione dell’elemento improvvisativo, un tentativo di fuggire al cliché degli standard opponendo altri cliché solo apparentemente estemporanei, in realtà costituiti da una forma di mestiere strutturata su frasi ed espedienti carburati a suon di talento. Non a caso il sottotilo del libro è: “Il jazz e la cultura contemporanea“.

Durante la lettura, la distanza tra la “cultura contemporanea” di metà anni ’80 e quella di oggi è stata, per così dire, il fantasma nella macchina, la camera di decompressione che mi ha spinto a soppesare i vari concetti alla luce di una necessaria ricontestualizzazione. Che a dire il vero è avvenuta con naturalezza: il segnale d’allarme che Gioia distribuisce tra le righe oltrepassa agevolmente gli steccati (?) del jazz per diventare un monito rivolto a tutto quello che nel frattempo la musica viene spinta quotidianamente a essere.

Non di rado sembra di avere tra le mani un autetico j’accuse nei confronti della progettualità spinta e pervadente che – oggi – formatta l’atto creativo anche nel suo volersi performance, penetrando fin nell’essenza stessa dell’autore come personaggio, scolpito secondo parametri di efficienza armonici a quelli che determinano forma e sostanza delle canzoni.

John Coltrane

Già negli Eighties e ancor più sistematicamente in questo secondo decennio del terzo millennio, la “musica come sorpresa” cede sempre più il passo a una “musica come conferma”, come riconoscimento, come adesione a uno standard. Caratteristiche finalizzate alla sua spendibilità sul campo di battaglia iperagonistico delle playlist, nonché – volendo applicare una lettura più esistenzialista – antidoto al senso di isolamento e dispersione per l’individuo immerso nella rete sempre più fitta di connessioni e condivisioni senza reale coinvolgimento né reciprocità.

L’imperfezione, del jazz e della musica tout-court, può rappresentare in questo senso il granello di sabbia nel meccanismo, la screpolatura (o se preferite la craquelure sulla superficie del dipinto) attraverso cui possiamo intravedere quello che sentiamo di essere oltre il dover essere.

Lettura, va da sé, consigliatissima.

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