Materiale esclusivo: giornalismo musicale e necessità

Non compro più riviste cartacee con la voracità di un tempo, però mi capita ancora di farmi sedurre da un titolo o da una copertina. Potevo resistere a un numero di Rumore (il 341, giugno 2020) con in copertina Iggy & Bowie? Suvvia, non scherziamo.

Inizio a sfogliare e presto m’imbatto nella rubrica Panzane firmata da Francesco Farabegoli. Titolo: “Il mito del critico incompetente”. Uno dei concetti espressi da Farabegoli è che tra le caratteristiche del critico che più contribuivano a determinarne l’autorevolezza c’era la possibilità di accedere a informazioni e a risorse esclusive. Cito testualmente: “Conviene ammettere la verità: non è mai stata la competenza a dare prestigio a un giornalista, è la sua capacità di avere accesso a materiali su cui gli altri non riuscivano a mettere le mani“.

Ad esempio, scrivere la recensione di un disco ben prima che questo venisse reso disponibile nei negozi rappresentava uno di quei superpoteri che, mese dopo mese, elevava il critico a figura di riferimento, un autentico faro per messe di lettori ben felici di pendere dalle sue opinioni, che non di rado assumevano l’aspetto di veri e propri – massì – oracoli. Oggi, va da sé, non è più così. Se le webzine riescono con fatica a far coincidere l’uscita delle recensioni con la comparsa dei dischi sulle piattaforme di streaming, le riviste cartacee vanno in edicola quando quasi tutti i dischi di cui trattano sono già nella disponibilità dei lettori, talvolta anche da molti giorni o persino settimane.

Se a questo aggiungiamo la possibilità di reperire informazioni e incrociare dati messa a disposizione dal web, aggiunge giustamente Farabegoli, ne risulta un quadro da cui l’autorevolezza del critico esce drasticamente ridimensionata. Cito di nuovo: “arriviamo dopo, ci leggono persone molto più preparate di quelle che ci leggevano 30 anni fa, hanno meno tempo da perdere e possono imbastire un processo sui social“.

E insomma, in una pagina trovo così tanti spunti di riflessione/discussione da non sapere su quale buttarmi. Dovendo selezionare, mi limiterei a un paio di punti. Il primo è quello che ritengo un vecchio, tenace equivoco: credo che si tenda a utilizzare con troppa disinvoltura il termine “critico” e “critica” per intendere “giornalismo musicale”, anche quando si tratta ad esempio di “semplici” recensioni. Non aggiungo altro perché ne ho già scritto a più riprese, ad esempio qui, qui e qui.

*****

Il secondo punto – il più importante – è: ma davvero è soprattutto il gioco d’anticipo, quel guizzo rapace tra capacità divinatoria e mestiere che cerchiamo (cercavamo) nel giornalista musicale? Davvero è la sagacia con cui sa (sapeva) muoversi tra le strategie promozionali per ottenere con largo anticipo i materiali più ambiti ciò che lo rende (rendeva) tanto prezioso per la nostra sensibilità di appassionati all’ultimo stadio?

Non faccio in tempo a rifletterci che, quattro pagine più avanti, arriva una risposta. Ed è di quelle che riempiono quasi tutti gli interstizi scavati dai dubbi.

Altra rubrica, stavolta è (la celebre) My Tunes di Maurizio Blatto, uno che se avete qualche buon motivo per bazzicare il mio piccolo blog non dovrebbe servire alcuna presentazione. Comunque, Blatto è lo storico proprietario del negozio di dischi torinese Backdoor, nonché giornalista e scrittore – a L’ultimo disco dei Mohicani (Castelvecchi, 2010) e Mytunes (B&C, 2014) si affiancherà nei prossimi giorni Sto ascoltando dei dischi (add, 2020) – tra i più amati sulla piazza. È celebre oltretutto per la sua refrattarietà ai social: che io sappia, non ha mai avuto un profilo FB, IG o Twitter, ed è felice così.

Le sue due pagine di questo mese sono dedicate a Last Goodbye di Jeff Buckley, canzone contenuta – che ve lo dico a fare? – in Grace. Si parla di commiato, di scomparsa, di un senso di abbandono e isolamento che Blatto riesce – con quella sua tipica scrittura agile e avvolgente, capace di scozzare con disinvoltura leggerezza e pugni nello stomaco – a ripescare il fantasma di Jeff dalle acque irrequiete del Wolf River e a cucirlo sulla trama del presente, disimpegnandosi tra ipotesi e rimpianti, girando attorno all’idea che tutto ciò che ha avuto così tanto senso non smetterà mai di averne.

In pratica, Blatto riporta alla luce i vecchi buoni motivi per cui rimanevamo senza fiato all’ascolto di Grace (e di Last Goodbye in particolare) e li impasta a nuovi buonissimi motivi per farlo ancora, seppure con orecchi inevitabilmente diversi. Lo fa senza tirare in ballo alcun materiale esclusivo, a parte l’angolazione con cui sceglie di raccontare Last Goodbye e l’abilità con cui sa farlo. Ecco: è questa la risposta.

*****

Una postilla è però inevitabile: dopo una metodica immersione nella successiva messe di recensioni, mi ritrovo con la consueta fluviale lista di dischi da “assaggiare”. È uno dei motivi per cui continuo a comprare riviste ogni tanto, ovvero per completare il quadro che mi faccio consultando le webzine e bazzicando i blog, rendendo così un po’ meno probabile la possibilità che possa sfuggirmi qualche disco importante (o anche soltanto quello in grado di svoltarmi la settimana). Intendo dire che esiste un “materiale esclusivo” che rende estremamente preziosi i giornalisti musicali (o “recensori” che dir si voglia), ed è uno strano impasto formato dal loro tempo, dalla loro sensibilità e dalla loro disponibilità a esporsi.

Un impasto che verrà poi trasformato in recensioni, ovvero in quei segnali che ridefiniscono continuamente il perimetro e lo stradario del territorio che più di ogni altro vorremmo chiamare casa.

Per quel che mi riguarda, basta e avanza.

11 commenti

  1. Anch’io ho letto quell’articolo nella rubrica di Farabegoli, molto interessante, soprattutto se riportato all’esperienza personale con recensioni e webzine. Purtroppo ho vissuto l’era delle riviste (sì, proprio quelle riviste!) marginalmente e tardivamente, quindi è stato il web, in un certo senso, a “educarmi” musicalmente. E forse anche per tale ragione, è stato breve il passo da leggerle su qualche blog a scriverle di proprio pugno. Eppure, come scrivi tu, non è sempre questione di competenza, a volte è l’empatia (che non scivola in fanatismo) a giocare un ruolo decisivo 😉

    Piace a 1 persona

    • Ti dirò che per me è sempre stato così, anche all’epoca del cartaceo. Certo, le informazioni erano importanti quando non c’erano altri modi per reperirle, ma quello che davvero mi avvinceva era la capacità di creare connessioni e stabilire angolazioni, allenare l’ascolto a diventare una “produzione di senso”. Poi è ovvio che alcuni grandi – Bertoncelli, Cilìa, Guglielmi, solo per fare qualche nome – sapevano coniugare informazioni, contestualizzazione e interpretazione. Ci vuole penna, c’è poco da fare.

      Piace a 1 persona

      • Sì, quella “generazione” di grandi firme è (ed è stata) formativa per me comune mortale, non solo nella capacità di essere puntuale e laterale allo stesso tempo, ma anche a livello di approccio e di una certa mentalità di sintesi. Non ho idea di quanto l’ambiente ‘redazione’ abbia contribuito a formare questa dote favolosa (scambio di idee, competizione, cooperazione…), ma è sempre fonte di grande ammirazione.

        Piace a 1 persona

  2. Non compro piu riviste da tempo, ogni tanto Rumore quando c’è una bella coppia, ad esempio Fugazi e Cocteau Twins.
    Trovo che la “colpa” sia di chi vi scrive e la dirige, le recensioni sono cervellotiche e le celebrali alla fine non capisco cosa vogliano dire. Oppure parlano di un album come se avessero sottomano la scheda della casa discografica.
    Vuoi un esempio: l’ultimo album Alles in Allem degli Einsturzende Neubauten, non ne ho trovata una che vada alla suggestione dell’album o alla citazione dei testi di Blixa. Sempre le solite cose sulla band berlinese: la musica industrial (fra l’altro loro non hanno mai detto di farne parte) che i capolavori li fecero e bla bla bla… Mah

    Poi nelle riviste sempre troppe troppe recensioni con gli stessi voti… Dimmi che ne pensate….

    E i testi? Raro che ne parlino giornalisti, forse troppo tempo per analizzare un disco?
    Grazie

    Piace a 1 persona

      • Capisco la tua amarezza. Scrivo recensioni da tanti anni, so che pur trattandosi di fenomeni giornalistici tutto sommato marginali, mettono in moto molte passioni e contrasti. Credo di essere uno di quelli che “scrive difficile”, così spesso mi dicono, e devo dire che lo faccio in piena consapevolezza. Proprio perché credo che nella recensione esista un ingrediente centrale e ricorrente: il recensore. Quindi lo stile è necessario. Viceversa, la recensione è nei casi peggiori poco più che una cartella stampa riarrangiata, nei migliori è critica. Quest’ultima però è un’altra cosa. Intendo dire che se cerchi approfondimento, analisi dei testi, contestualizzazione eccetera, non è una recensione ciò di cui hai bisogno. A un livello essenziale, la recensione è un recensore di fiducia che scrive “mi piace” o “non mi piace”. Questa fiducia si instaura col tempo (paradossalmente, ma non troppo, può anche instaurarsi un proficuo rapporto di sfiducia). Esistono delle forme ibride, ovviamente, le recensioni estese, quelle dei cosiddetti “dischi del mese” nelle riviste. In quelle trovi un po’ di approfondimento, di analisi e contestualizzazione. Resta però il limite della recensione, il cui fine è pur sempre comunicarti che si tratta di un buon disco o di un cattivo disco. La critica ha i suoi tempi e i suoi spazi. Dell’ultimo buon Neubauten magari ne leggeremo approfonditamente tra un po’. Adesso ascoltiamolo.

        Piace a 1 persona

      • Grazie per la tua risposta.
        Hai chiarito bene però non è quello che cerco in una recensione, probabilmente ho bisogno di altro e nel panorama italiano editoriale non lo trovo.
        Te l’ho già scritto, tu quando scrivi, io capisco quello che vuoi comunicare.
        Altri tuoi colleghi, no. Sarà un mio limite? Forse si forse no.
        Però mo fido poco di chi “recensisce” troppi album, mi chiedo come fa ad ascoltarli bene ? Tenendo conto dello spazio tempo a disposizione?

        Scusa se scrivo e magari ti pongo domande che sono delicate per te.

        Piace a 1 persona

      • Ti ringrazio per la fiducia 🙂

        Recensire troppi album può essere un limite, è vero, ma se una penna è allenata alle recensioni brevi ci può stare. Il punto è sempre quello e lo hai ribadito tu: dipende da cosa cerchi in una recensione.
        A presto!

        "Mi piace"

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...