Frontiere dissolte: Hail To The Thief

Il 9 giugno del 2003 ero padre da neppure due mesi. Quel giorno usciva Hail To The Thief, sesto album in studio dei Radiohead, da qualche anno una delle mie band, come dire, di riferimento. La sensazione però era che tutti i miei punti di riferimento nel frattempo fossero profondamente mutati.
In un certo senso, lo accolsi come il tipico album che segna l’inizio della parabola discendente. Ancora oggi non ho ben chiaro di quanto mi sbagliassi. In ogni caso, se ho intitolato The Gloaming il mio libro sui Radiohead (e sul crepuscolo del rock) lo devo al pezzo che sta al cuore di questo disco, e questa forse è una risposta. Ovvero: mi sbagliavo di un bel po’.
Di seguito uno stralcio del capitolo di The Gloaming dedicato appunto a Hail To The Thief.


Hail to the Thief è probabilmente – assieme forse a The King Of Limbs – il disco su cui più ho cambiato idea rispetto ai primi ascolti. Primi ascolti che mi dettero sensazioni tanto forti quanto contrastanti: al minuto e cinquantacinque secondi dell’iniziale 2 + 2 = 5, a seguire un paio di strofe spaesate, quasi monodiche e musicalmente stringate, l’incendiarsi repentino delle chitarre rappresentò un complesso impasto di sensazioni. Di fronte a quella scarica di elettricità provai eccitazione, sollievo, un indefinibile senso di conforto, ma anche una strisciante delusione. Dieci anni dopo Pablo Honey, i Radiohead sembravano dirmi: “hey, siamo di nuovo qui, elettrici e rockettari”. Proprio così, era già passato un decennio da Pablo Honey: si trattava di una band ancora relativamente giovane, i cui membri non denunciavano all’anagrafe neppure trentacinque anni di età, eppure sembravano aver percorso una lunga strada, non priva di svolte importanti che avevano lasciato segni imprescindibili sulla scena pop rock, sulla stessa idea di pop rock. L’eventualità che fossero già arrivati alla tipica chiusura del cerchio delle band mature mi intimoriva e amareggiava non poco.

Esiste una specie di regola non scritta per artisti e band rock: a una fase iniziale di carriera, nella quale si concentra il brio, l’impeto, la determinazione a imporre un linguaggio peculiare, segue spesso una fase di ricerca, di sperimentazione, nei casi migliori una maturazione che complica e alza – o tenta di farlo – il livello della proposta espressiva. Dopo questa prima fase, che potremmo dire ascendente o “eroica”, avviene spesso un ritorno sui propri passi, il recupero del codice espressivo originario, della “genuinità” che seppe conquistare all’artista o alla band le prime attenzioni. Siamo dalle parti del luogo comune più grossolano, mi rendo conto, eppure è un iter che trova puntuali conferme nella realtà, e si tratta quasi sempre di una prassi tesa a mascherare – consapevolmente o meno – l’inaridimento della vena creativa, liberamente interpretabile come un’ammissione di fine corsa. In pratica, come già accennato, era ciò che stavano vivendo gli U2 a partire dal non certo memorabile All That You Can’t Leave Behind del 2000. Col non trascurabile dettaglio che si trattava del loro decimo album, pubblicato a venti anni esatti dall’esordio Boy. La prospettiva che i Radiohead celebrassero già nel 2003 il loro ritorno all’ovile rock dopo le straordinarie anzi imprescindibili (e per molti versi scomode) avventure di Ok Computer, Kid A e Amnesiac, che cioè fosse già arrivato anche per loro il momento di tirare il fiato e le somme, di procedere a velocità di crociera pubblicando pseudo inediti col recondito scopo di fare antologia, mi sembrava una prospettiva come minimo mortificante.

Mi resi conto presto però che non era affatto questo il caso: le quattordici canzoni di Hail to the Thief componevano un quadro tutt’altro che uniforme, dimostrandosi fin da subito un patchwork composito, generoso, intrigante. Ma quella sensazione iniziale rimase, e il concerto di Firenze – stavolta a Piazzale Michelangelo, la splendida “terrazza” che domina il centro storico della città – del luglio 2003, a un mese da quel primo ascolto, non la disperse affatto. I Radiohead si rivelarono, al solito, dei performer mostruosamente bravi. Ma qualcosa sembrava cambiato: la band aveva maturato una presenza sul palco che forse mirava più al soddisfacimento delle (alte) aspettative che non alla sorpresa, allo sviluppo dell’inatteso. Il nuovo disco del resto, al di là della mancanza di soluzioni sonore e angolazioni stilistiche davvero sorprendenti, poteva contare su una qualità notevole a livello di scrittura, arrangiamenti e interpretazione) che li autorizzava, come dire, a battere cassa. Il tempo però ha giocato a suo favore sotto tutti i punti di vista, mettendone nella giusta prospettiva le intenzioni, i contenuti, gli esiti.

Riascoltarlo oggi, nella risacca degli anni – gli anni privati e quelli collettivi – mi porta ad affermare senza se e senza ma che Hail to the Thief fu un altro, grandissimo album dei Radiohead. Il cui titolo sembrò fin troppo ovviamente riferirsi alla citata querelle (eufemismo) sull’elezione di Bush, anche se lo stesso Yorke – in un’intervista a Spin del 29 giugno 2003 – suggerì un’interpretazione più stratificata: «Se avessimo battezzato il nostro album esclusivamente per gli episodi legati alle elezioni americane, lo troverei piuttosto superficiale. Per me, il titolo si riferisce a forze che non sono strettamente umane, forze che stanno creando un clima di paura. Mentre lavoravo a questo disco ero ossessionato dal modo in cui certe persone sono in grado di infliggere dolore agli altri credendo di essere nel giusto. Stanno prendendo le anime della gente prima ancora che siano morti. La mia ragazza – un’esperta dantista – mi ha detto che era proprio questa la teoria di Dante sull’autorità. E io ero sopraffatto da tutta questa paura e oscurità. Quella paura è il ladro del titolo.»

Torniamo alla traccia d’apertura: tre minuti e venti secondi, di cui già i primissimi fondamentali. Si avverte un rumore aspro, l’innesco del plugin di una chitarra, quindi una voce che dice «We’re on», e la risposta di Colin: «That’s a nice way to start, Jonny». Si tratta, a quanto pare, delle primissime cose finite su nastro durante le sessioni. Il fatto che siano state utilizzate a esergo del lavoro mi sembra – è – estremamente significativo: il lavoro in studio, la connessione elettrica, la dimensione umana, sono l’imprinting che la band volle elargire all’ascoltatore. Una sorta di ritorno sul pianeta Terra, al ruolo di musicista ad altezza d’uomo, alle prese con l’avventura dei suoni suonati in sala d’incisione.

Riecheggia in questo espediente quello dei Beatles, quando nel ’66 aprirono l’epocale Revolver in maniera simile: in quel caso i rumori e il “one-two-three-four” che precedono l’esecuzione (di Taxman) squarciano il velo di finzione introducendo per la prima volta in un disco la presenza dello studio come luogo ed elemento costitutivo dell’espressione. Nel caso dei Radiohead, si trattava di riportare la musica appunto in un “luogo di nascita”, ricondurla a una fisicità di cui, dopo le astrazioni di Kid A e Amnesiac, loro per primi avvertivano il bisogno. Quanto alla canzone, se le strofe si muovono in una sorta di sconcerto allarmato – un po’ come l’angoscia di Paranoid Android (in particolare la sezione «rain down, rain down on me…») ma appena più afasica e nevrotica – nel quale vengono elencati segni di catastrofe in corso anzi già avvenuta, irrimediabile – «It’s the devil’s way now/There is no way out/You can scream and you can shout/It is too late now» (“È una situazione diabolica/Non c’è via d’uscita/Puoi gridare e puoi urlare/È troppo tardi adesso”) –, il ritornello risponde con un’invettiva furibonda, di quelle che non ci saremmo più aspettati dalla band di Oxford: suona quasi più Pistols che Pixies quel «Because/You have not been payin’ attention» (“Perché/Non sei stato attento”) sputato in mezzo a pennate violente, come un rigurgito punk che relega la dimensione “post” al bordone di chitarra allestito dal trillo malinconico di Jonny.

Coretti affilati ed effetti sintetici rendono il resto bizzarro, ebbro, persino beffardo, come l’amarezza per il grande e comodo inganno orwelliano – «I’ll stay home forever/Where two and two always makes up five» (“Starò a casa per sempre/Dove due più due fa sempre cinque”) – che impedisce di scorgere l’evidenza di ciò che sta accadendo – «Oh go and tell the king/That the sky is falling in» (“Oh, corri a dire al re/Che il cielo sta crollando”). Un approccio musicalmente crudo e persino urticante, dalle tematiche quanto mai dirette, anche se l’utilizzo di una forma non narrativa ma per schegge, sequenze brevissime e allucinate, evita la trappola retorica di tanta musica “impegnata”.

L’aspetto più interessante di Hail to the Thief è esattamente questo: nel momento in cui il rock sembrava dibattersi tra retromania consolatoria e sperimentazioni di nicchia, raccolse la sfida e tentò di far quadrare il senso di urgenza nei suoni e nei temi, lavorando sul piano della sintesi tra analogico e digitale, tra dimensioni stilistiche diverse (così lontane, così vicine), e – last but not least – su un pungente utilizzo di cut-up, un sempre più articolato gioco di elusioni e allusioni testuali (nel caso della opening track, vengono “citati” sia 1984 di George Orwell – altro ovvio punto di contatto con Bowie, che allo stesso romanzo si ispirò per Diamond Dogs – che la fiaba paranoica Henny Penny, nota anche come Chicken Little, che due anni più tardi avrebbe ispirato un celebre film di animazione della Disney). Tutto ciò alla luce di una consapevolezza che non sembra affatto essere venuta meno: il rock, quello che veniva messo in discussione alla vigilia di Kid A, era chiaramente una forma espressiva in crisi. Si rivelava sempre più incapace di raccontare il presente, di restituirne gli umori, di interpretare i segnali provenienti dalle macerie delle ideologie stritolate dal nuovo (e tutt’altro che stabile) equilibrio mondiale.

Le frontiere non erano soltanto cadute, si erano dissolte, introducendo nuove dimensioni in cui vivere: la globalità culturale e commerciale prima, con l’implosione degli spazi e dei tempi, aveva preparato il terreno alle innumerevoli stratificazioni della connessione web, dove distanza e velocità non solo si riducevano ma si annullavano determinando nuovi concetti di luogo, di tempo, di interazione, di proprietà, di informazione, di accesso, di individuazione. A questo dissolvimento dei riferimenti tradizionali, il rock rispondeva come poteva: con se stesso, ovvero con una forma espressiva fisiologicamente sintonizzata su una realtà sempre meno significativa, sempre più consegnata al passato e quindi dai toni consolatori, nostalgici. Viceversa, quando tentava di sintonizzarsi sul presente, finiva per somigliare così poco al rock da mettere in dubbio che si trattasse ancora di rock. Un bel circolo vizioso che mi angustiava non poco.

3 commenti

  1. L’album dei Radiohead a cui sono più affezionato, oltre ad essere uno dei migliori è anche quello del concerto di Ferrara 12 luglio 2003: strepitoso! Brividi fin dall’inizio (con l’introduzione delle percussioni tribali di There There) fino al gran finale, con i bis di Sit Down Stand Up e Karma Police

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    • Col senno di poi e vedendo qualche filmato sui concerti di quel tour devo dire che, sì, erano davvero all’apice e il disco è spettacolare. Ma all’epoca purtroppo ho vissuto sia il disco che il concerto (al piazzale Michelangelo di Firenze, pensa te che location!) con la sensazione che si stessero normalizzando o, peggio ancora, arrendendo. Capisco oggi che questa sensazione aveva più a che vedere con me che con il loro percorso. A presto!

      Piace a 1 persona

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