Attrito e confronto: Asimmetria di Lisa Halliday

Non mi aveva convinto il gossip al momento dell’uscita di Asimmetria: che la relazione di cui narra riflettesse più o meno quella realmente avvenuta tra l’autrice e Philip Roth, francamente non poteva fregarmene di meno. Allo stesso modo, non mi hanno scoraggiato granché le critiche negative lette nel frattempo. Ecco quindi che non appena hanno riaperto le librerie, ho trovato ad attendermi l’offerta 2 x 1 dell’economica Feltrinelli. Ragion per cui ho fatto tra altre cosucce gustose questo intrigante romanzo di Lisa Halliday. Che ho letto e gradito.


A dire il vero come romanzo è abbastanza improbabile, nel senso che è strutturalmente insolito, tanto che non è così immediato definirlo “romanzo”. È costruito su due storie – in pratica due mini romanzi distinti – e da una sorta di capitolo finale che recupera il vecchio scrittore Ezra alle prese con un’intervista radiofonica. Non c’è un chiaro collegamentro tra le due vicende, perfettamente autonome, incentrate su protagonisti giovani e diversamente prevaricati: da una parte c’è Alice, giovane editor con vaghe aspirazioni di autrice, schiacciata nell’ombra di un grande scrittore – Ezra, appunto – col quale intraprende un rapporto appassionato ma ondivago, autentico ma segnato da una strisciante sudditanza, emblema di un ambiente che per quanto “culturale” deve ancora fare i conti col problema della disparità di genere; dall’altra c’è Amar, statunitense di origine irachena che si trova bloccato alla dogana londinese duranto uno scalo del suo volo tra gli Stati Uniti a Bagdad, un limbo che gli offre l’occasione per ricostruire in flashback un’esistenza vissuta al confine tra due mondi, nel punto di incontro e scontro tra culture così lontane eppure sempre più intrecciate e connesse.


Il collegamento tra le due sezioni ovviamente c’è, ma è – come dire – esterno alle storie, si consuma e sostanzia nel loro fronteggiarsi (non privo di attrito): l’asimmetria tra oriente e occidente si sdoppia e riflette nelle asimmetrie culturali di cui sono intrise le vite dei due protagonisti, si complica nel confronto a distanza tra le rispettive aspirazioni e difficoltà, da cui scaturisce un senso di profondo disincanto esistenziale, di spaesamento gelatinoso che condanna un’intera generazione all’indolenza politica e culturale. A ciò si aggiunga la brillantezza della scrittura, condotta affilando dialoghi – ebbene sì – rothiani nella prima parte (seppure più divertenti che insidiosi) e modulata con tono più denso nella seconda.

Probabilmente non si tratta di un libro destinato a segnare un’epoca o a rifletterne le molte conflittualità con l’autorevolezza – chessò – di un Jonathan Franzen o di una Jennifer Egan. Mi sembra però un lavoro di alto profilo e non privo di quelli che un tempo, nella rubrica di una vecchia rivista, chiamavano “punti da ponderare”.

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