Dillo ai tuoi amici

I Wilco hanno presentato al The Late Show With Stephen Colbert il clip di una canzone inedita, Tell Your Friends. È giusto aggiungere che i proventi del download della canzone sul canale Bandcamp del gruppo verranno devoluti in beneficienza al World Central Kitchen. Il pezzo in sé è una folk ballad cremosa che sembra materializzarsi da una crepa spaziotemporale, quindi ecumenismo hippie vaporizzato a iosa, l’amore come risposta da spalmare sui timori e sul senso di abbandono, niente di meglio insomma per lenire le piaghe provocate dalla morsa di isolazionismo e catastrofismo che ci stringe fianchi e pensieri da qualche settimana. Poi, ovviamente, i Wilco sono i Wilco, per cui quello che poteva scivolare verso la retorica più stucchevole rimane in bilico sulla fragranza del sentimento vivo, sulla generosità di un darsi senza dolcificanti né additivi ideologici, anzi con tutte le increspature e gli spiegazzamenti del caso. Ed ecco che Tell Your Friends si candida al ruolo di inno perfetto per una Fase 2 che ci auguriamo breve e senza inversioni di marcia.

Mi sembra interessante un ulteriore aspetto: l’estetica da videoconferenza friendly utilizzata in questo clip e che ha ormai formattato gran parte delle nostre prassi relazionali per esondare con forza nel linguaggio dei media (l’apoteosi è stata forse raggiunta con l’esibizione degli Stones al Togheter At Home), che destino avrà? Finirà con l’ultima fase di contenimento o sarà destinata a sedimentare, segno profondo di un’esperienza indimenticabile – certo – ma anche prassi che continueremo a coltivare nel quotidiano? Tra le molte cose che spero di lasciarmi alle spalle – ad esempio la innocua ma insopportabile espressione “al tempo del coronavirus” – non sono certo di voler annoverare questa modalità di incontro, scambio di idee, di – ebbene sì – comunicazione. Certo, bisogna stare attenti ed “essere padroni di se stessi”, come diceva quel tale, perché la videoconferenza o videochiamata ha caratteristiche ben diverse dalla chiacchierata o riunione “in presenza”: il mezzo non è mai un fattore neutro quando si tratta di comunicazione.

Il mezzo, appunto: quale tipo di vicinanza mi comunica uno schermo su cui stanno distribuiti dei volti più o meno noti? Come vivo realmente la percezione conflittuale di presenza e distanza in un contesto di protezione, di “dentro” opposto a un “fuori”, di comodità e intimità (casa mia)? E che tipo di dinamiche devo gestire rispetto alle possibilità (condivisioni immediate, multimedialità) e difficoltà (problemi di connessione, scarsa risoluzione audio e video) della tecnologia? Come cambiano i rapporti gerarchici, le affinità caratteriali, la comprensione del discorso verbale e non verbale? Tutte queste novità preoccupano, come è giusto, ma altrettanto comprensibilmente rappresentano fattori di novità che non mancano di stimolare interesse e far emergere nuove energie.

In ogni caso, i Wilco che utilizzano l’estetica della videoconferenza per rappresentare questa intimità mediata tecnologicamente ci spediscono l’ennesimo indizio rispetto al calderone di rivelazioni collaterali attribuibili all’emergenza da Covid-19. Mi pare evidente che esistesse già prima della pandemia una crisi correlata alla distanza, ovvero alla poca disponibilità di spazio e tempo per la condivisione delle nostre vite, per il contatto e lo scambio tra non conviventi (talvolta anche tra conviventi). Solo che adesso ci è stato fornito l’alibi per risolvere il problema applicando una soluzione tecnologica che era già lì, a portata di mano. Zoom non è stato inventato adesso, esiste dal 2011, è soltanto una delle piattaforme più economiche, semplici e versatili sulla piazza, ragion per cui è esploso. Altre piattaforme si sono rapidamente adeguate o lo stanno facendo.

Valutando le esperienze che leggo in giro e che mi vengono riportate, al legittimo timore di una fin troppo comoda e brutale istituzionalizzazione delle diverse pratiche “a distanza” – dal lavoro alla didattica, dagli spettacoli ai seminari, dal sesso agli aperitivi… – quello che raccolgo sono segnali contrastanti: è come se fossimo di colpo e (spero) temporaneamente atterrati in un laboratorio nel quale si testano possibilità che stavano dietro l’angolo ma che tutto sommato non sentivamo il bisogno di sperimentare, finché non è diventato necessario. Molte cose vanno per il verso sbagliato, certo, ma altre ci sorprendono in positivo. Non è qui il contesto adatto in cui parlarne, e comunque è troppo presto per tirare le somme, ma la sensazione – forte – è che molto di quello che stiamo vivendo sotto costrizione diverrà prassi nella nuova normalità verso cui ci stiamo avviando.

Occorre essere attenti, sì. E non necessariamente diffidenti.

2 commenti

  1. Ciao Stefano, noi italiani siamo sempre stati un po’ alla fine della coda riguardo la tecnologia siamo delle menti molto dinamiche ma poco pratiche il Covid19 ci ha fatto capire che i mezzi tecnologici esistono e seppur per forzatura… stiamo imparando ad usarli . devo essere sincera anche io faccio parte di quella schiera che prima preferiva toccare le cose con mano ma adesso ho capito che per stare “ insieme” esiste anche un altro modo. Faccio solo molta fatica ad accettare i concerti online ma quelli per il momento saranno così ! infatti queste canzoni che presentano gli artisti sono un po’ dei concerti online… E sono anche un modo per starci vicini come ascoltatori. Eh i Wilco… nulla da discutere a riguardo. loro sono così sono sono genuini e tirano fuori sempre il meglio di loro. non sapevo dell’esistenza di questa canzone grazie per avermela fatta notare ! per quanto mi riguarda è “teneramente … Wilconiana😬” alla prossima !

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