A proposito del mio esilio preferito

When you’re flying your flags
All my confidence sags
You got me packing my bags
I’ll stowaway at sea, yeah

Ieri non ho mancato di ascoltare Exile On Main Street: il tempo è poco, gli impegni tanti, ma gli anniversari sono anniversari. Quindi: ho riascoltato. Per la millesima volta. E ho goduto. Non come la prima né come la novecentonavantanovesima volta: ho goduto come deve godere uno con le orecchie da millesimo ascolto di Exile On Main Street. E mi sono venute in mente un paio di cose.

La prima: è un disco straordinario perché può contare su una sfrontata, irragionevole sicurezza nei propri mezzi. Tutto sembra sul punto di disfarsi, cadere a pezzi, collassare e smottare. Ma non succede, non crolla, non collassa, perché lo sguardo rimane puntato sul centro dell’obiettivo anche quando la terra manca sotto i piedi. L’abisso è lì, cari Stones di quasi 50 anni fa, ma siete abbastanza incoscienti e strafottenti da convincervi che non ci sia o non sia lì per voi. E intanto, tra un bagordo e l’altro, scrivete, suonate, cantate, cospirate uno dei tre/quattro dischi migliori della vostra carriera. Siete così sicuri di attraversare indenni il disastro che anche le canzoni che potevano passare per riempitivi suonano come se le avesse benedette un angelo tarantolato. Siete così sfacciatamente convinti di azzeccare ogni mossa che scegliete di non chiudere la scaletta con quella che poteva essere la migliore chiusura di sempre: mi riferisco ovviamente all’intruglio di soul, gospel, rnb e reggae digrignato rock che risponde al nome di Shine A Light. E avreste potuto scegliere tra altri pezzi altrettanto clamorosi e adattissimi (ne cito tre: Let It Loose, Loving Cup e – massì – pure Tumbling Dice). Invece, invece, lasciate a Shine A Light il compito di indossare i panni del (formidabile) sottofinale e chiudete le danze con l’impennata irrequieta di Soul Survivor: uno scarto di energia aspra, calda ma sprezzante, esausta eppure minacciosa. Se c’è un messaggio – e cazzo se c’è – riguarda il fatto che un vostro disco non deve mai e poi mai somigliare a un rito liberatorio. Perché alla fine dell’amplesso dobbiamo sempre attenderci la rasoiata, e casomai fosse sembrato appagante in realtà era solo una tregua da tutto il resto. E questo, chiaramente, è molto rock’n’roll. Anzi, è il rock’n’roll.

La seconda: quello che sento oggi ascoltando Exile On Main Street con queste vecchie orecchie forgiate da mille ascolti di Exile On Main Street, non l’ho mai sentito. Non così, intendo. Eppure, l’ho sentito ogni volta. È stato un approssimarsi, strato dopo strato, uno scolpire quello che ancora non c’era, e che oggi allude a ciò che ci sarà. Un elemento però c’è sempre stato, con questo disco e molti altri: la nostalgia di un tempo – il loro tempo – che non ho vissuto. Il bisogno di costruire attorno all’ascolto una scenografia di luoghi, voci, abiti, sguardi, prospettive, angolazioni e altri ingredienti capaci di allestire la messinscena di un’epoca, l’epoca in cui il disco in questione ha visto la luce e che bene o male si porta dentro. Molti dischi che ho amato e amo mi raccontano da sempre storie ormai ingoiate dal tempo. Essendo spesso dischi belli e in alcuni casi dei capolavori, non è che abbiano mai finito di dire ciò che hanno da dire, anzi. Però ascoltarli significa(va) inevitabilmente farsi carico della loro epoca, recuperarne in parte il contesto, gli scenari, gli odori, i colori. Mi rendo conto insomma che ho sperimentato fin da ragazzino una specie di nostalgia indotta che con l’età si è irrobustita, scolpita, definita nei dettagli, e che – è questo il bello – non è invecchiata assieme a me. Riascoltando Exile On Main Street ieri mi è accaduto anche questo: ho sperimentato la presenza di una vecchia, giovane, assurda nostalgia. E mi ha sfiorato un’idea: che i trentacinque anni abbondanti passati ad ascoltare dischi e canzoni siano stati soprattutto questo, un consegnarmi alla nostalgia di un tempo mai vissuto. Un tempo, come dire, in esilio.

Di più: mi sfiora il pensiero che tutto ciò potrebbe essere vero anche per quei dischi che ho conosciuto freschi di pubblicazione, “in tempo reale”. Una “realtà” su cui ci sarebbe molto da dire.

Make every song you sing your favorite tune
May the good Lord shine a light on you, yeah

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