In presenza: quel che lo streaming (ancora) non può

spettatóre s. m. [dal lat. spectator -oris, der. di spectare «guardare»]. – 1. Chi assiste a uno spettacolo, a una cerimonia, a una manifestazione sportiva, ecc; 2. Per estens., chi assiste a un fatto particolare, chi è testimone di un avvenimento

In attesa di capire quando potremo tornare a contare sui concerti dal vivo e – soprattutto – in presenza, mi è venuto da chiedermi cosa realmente mi manca dei concerti. Come al solito, almeno un paio di circostanze sembrano essersi casualmente accordate per spingermi a farlo: la prima è che nei giorni scorsi mi sono riascoltato (quasi) tutta la discografia di Beck con l’obiettivo (o, se preferite, con la scusa) di recensire il suo terzo album Mellow Gold per Sentireascoltare (ne è uscito un piccolo sproloquio di sedicimila battute che trovate qui); la seconda è un’ospitata a Cosa resta della musica, un talk andato in onda sulla pagina FB del festival Ferrara Sotto le Stelle (potete vedere la trasmissione qui).

Fatti i due più due del caso, mi è tornata in mente l’ultima volta (nonché l’unica, ahimé) che ho visto un concerto di Beck: era il 22 giugno del 2005, appunto in Piazza Castello a Ferrara. Ho iniziato a spremere la memoria ed è curioso quello che ho ricordato. Vale a dire, della performance sul palco non mi è rimasto molto a parte la sensazione di un concerto soddisfacente, più che altro e comprensibilmente dedicato alla fresca uscita Guero, mentre di alcuni vecchi cavalli di battaglia (Devil’s Haircut, Loser, una The Golden Age che probabilmente mise a dura prova i miei condotti lacrimali) credo di ricordare gli arrangiamenti disinvolti, tipici di chi come Mr. Hansen non si accontenta di sedere sugli allori. Tutto questo l’ho archiviato da qualche parte, è dentro di me, ma non riesco a recuperarlo nitidamente. Neppure – è questo il punto – sento il bisogno di effettuarne un recupero fedele.

Sono altri gli aspetti che invece tornano con forza e naturalezza, i contorni scolpiti come se li avessi avuti sempre davanti agli occhi: l’arrivo a Ferrara dopo centonovanta chilometri di autostrada in solitario, il parcheggio comodo in quel mercoledì pomeriggio tiepido e pigro, la luna gigante (quella sera si consumava il cosiddetto fenomeno della Superluna) appesa al crepuscolo come se volesse staccarsi e rimbalzare tra piazze e palazzi, la telefonata di mia moglie che mi raccontava una piccola disavventura accaduta a mia figlia, la fetta di Torta Tenerina (le maiuscole sono volute) in una pasticceria del centro che mi lasciò senza fiato. A dire il vero ricordo con lucidità anche una cosa accaduta sul palco, ovvero l’intervallo prima dei bis, con la band che anziché ritirarsi nei camerini rimase on stage comodamente seduta a un tavolo tra strumenti e altoparlanti, bevendo e chiacchierando in totale relax, del tutto indifferente alle esclamazioni del pubblico. Tecnicamente si tratta di un elemento della performance, certo, ma non propriamente musicale, ed è per il suo valore di rottura rispetto alla consuetudine che lo ricordo così bene.

Non voglio dedurne una regola generale, di certo si tratta di un mio particolare modo di immagazzinare e recuperare (sommariamente) i ricordi. Tuttavia mi sento di dire questo: il concerto non è solo la performance. A costituire il senso di un concerto intervengono molti altri elementi più o meno accidentali e che riguardano la situazione ambientale e atmosferica, la sfera emotiva, una particolare congiuntura storica, tutto quanto insomma rende quel momento capace di spezzare la catena dei giorni tutti uguali in virtù di una forte eccezionalità. In altre parole, i concerti scandiscono il tempo, sono come segnalibri o sottolineature, cerchi sulla data, polaroid appiccicate nella bacheca, brevi viaggi con destinazione quello che normalmente non sei e che in ragione di ciò ti permettono di sbirciare su ciò che vorresti essere o vivere.

Piccola digressione: lo spettatore è concettualmente colui che assiste senza intervenire, ma la sua presenza non è neutra. La presenza non è mai neutra, e l’osservazione pura non esiste. La quarta parete è stata abbattuta da un pezzo, ma in realtà non è mai stata impermeabile: il pubblico “presente in sala” o “sugli spalti” è ingrediente – talvolta parte integrante – dello spettacolo. L’applauso, ad esempio, è il rumore della parete che ogni volta si sbriciola. Dal palco, note o parole o immagini si riflettono sul pubblico come su uno schermo e tornano indietro, restituendo al performer il senso profondo di ciò a cui sta dando vita. Quanto allo spettatore, assiste anche a se stesso come parte di tutto questo. Fine della digressione.

Per tutto ciò, credo che si sia bisogno di tornare ai concerti dal vivo e in presenza. Il concerto in streaming è una modalità emergenziale con caratteristiche proprie anche interessanti, ma non può in alcun modo rappresentare una reale alternativa ai concerti dal vivo. E non per gli aspetti legati alla qualità audio e video (questioni meramente tecniche e perciò probabilmente migliorabili) o alla redditività (vale a dire: trasformare lo spettatore in utente), ma proprio per come l’evento streaming tende a integrarsi nel quotidiano (addirittura: nel casalingo) perché non sa costituirsi come evento eccezionale, non è in grado di rappresentare una reale discontinuità. Al concerto in streaming manca tutto quello che non può essere schedulato (lo streaming tende a dare solo se stesso: un evento calendarizzato) e che nel concerto dal vivo invece c’è, c’è sempre, circonda il suo accadere e lo rende vivo perché impronosticabile.

Spero quindi vivamente che si possa tornare presto e nelle migliori condizioni possibili al concerto dal vivo. Ma, tenuto conto che non possiamo permetterci di farci trovare impreparati di fronte a qualsiasi scenario, è opportuno riflettere su modelli di spettacolo futuribili: vale per la musica come per il teatro e la danza, ma non terrei fuori dal discorso il circo o gli artisti di strada (forse mi dimentico qualcosa). In tutti questi casi, credo che assieme al cruciale problema del “come”, al centro dei modelli prossimi venturi dovrebbe trovare posto anche il “cosa” sia necessario trasmettere davvero all’utente, perché non smetta di essere spettatore.

3 commenti

  1. Conto i giorni che mi avvicinano ad un concerto. Poi conto le ore che mancano spesso andando un po’ in paranoia se vado da sola seppur ormai abituata. Poi penso di non farcela e quasi di rinunciare ma… quando arrivò lì… mi si apre un mondo che per nessun’altra cosa cambierei.

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