Il sogno (in)finito: Autobahn dei Kraftwerk

Florian Schneider aveva un volto da film di Wim Wenders, quella smorfia di umanità che si rifiuta di ripiegarsi e conserva una presenza fragile ma tenace, un velo di ironia perenne nell’espressione a sancire un contrasto strisciante con la frigidità iconografica degli altri Kraftwerk, impegnati a simboleggiare la macchinizzazione dell’uomo in un’epoca sempre più algoritmica.

Qualcosa come diciotto anni fa dedicai una pagina della mia rubrica Lacune sul Mucchio Selvaggio al loro quarto album Autobahn. Quello stesso pezzo, opportunamente rielaborato assieme a Edoardo Bridda, divenne qualche tempo dopo una recensione “classic” su Sentireascoltare. Non ricordo di avere mai scritto altro su una delle band che, a parte i molti album cruciali prodotti, va senz’altro indicata tra le principali responsabili del sound che più ha influenzato la mia adolescenza: mi riferisco al suono assieme algoritmico e irrequieto, freddo e visionario della new wave più sintetica (e derivati), nel quale sono letteralmente cresciuto.

L’articolo originale – che riporto sotto – possedeva lo slancio iperbolico e la sconveniente overdose di avverbi che caratterizzava il mio stile dell’epoca. Non sono migliorato molto da allora. Anzi.

Kraftwerk – Autobahn (1974)

Prologo (agnostico): non vi sembra di avvertirlo, brancolando in un reticolo di segni, il fremito di un dio detronizzato?

Dusseldorf, Germania, 1970: disciolti gli Organisation dopo un solo album (Tone Float, 1970), Florian Schneider e Ralf Hütter – studenti del locale conservatorio abbacinati dalle intuizioni di Stockhausen – decisero di non demordere e anzi rilanciare, allestendo un proprio studio di registrazione e rinnovando il sodalizio, cui imposero il nome di Kraftwerk. L’omonimo esordio del 1971, prodotto da “Mr. Krautrock” Conrad Plank, strabiliò l’ambiente con un amalgama inaudito di elettronica, flauti, qualche chitarra e soprattutto l’algido, implacabile, rudimentale battito delle drum machines (assemblate dallo stesso Florian).

In quel tempo il cosiddetto kraut andava sviluppandosi attorno a figure quali Can, Faust, Popol Vuh, Tangerine Dream e Ash Ra Tempel, fornendo alle papille gustative del sempre più esigente popolo rock nuove sconvolgenti fragranze di riferimento. Dal canto loro, Schneider e Hütter consegnarono alle stampe un secondo album (Kraftwerk II, 1972) e quindi, ad un anno di distanza, quel Ralf And Florian in cui la sperimentazione piegava verso forme più nitide e risolte. Le esibizioni live del periodo, in cui l’assenza della batteria diveniva un’evidenza clamorosa e straniante (più avanti sarà addirittura l’uomo a scomparire, sostituito da manichini-robot), incontrarono inaspettati favori che predisposero il terreno al quarto album Autobahn: prodotto ancora da Plank, con Wolfgang Flür alle percussioni e Klaus Roeder a chitarra e violino, ottenne un clamoroso successo internazionale ben giustificato dal sound ammiccante a base di moog nonché dal sottile understatement delle liriche, anche se stupisce tanta popolarità ed entusiasmo per composizioni la cui geometria rischia ancora oggi di apparire angosciante, altera, vertiginosa.

Un disco suonato perlopiù da macchine che ha per tema l’autostrada, uno dei sistemi-macchina per eccellenza: facile cortocircuito? E sia, però è il caso di riflettere su quanto la comparsa dell’autostrada abbia stravolto le dinamiche sociali e le singole esistenze, scaraventandoci in un mondo di simboli nuovi, preannunciando altre frequenze esistenziali, schiacciando i tempi e le distanze, autocodificandosi al punto da costituire un vero e proprio sistema chiuso nel quale non si entra prima di averne accettato le regole e dal quale non si esce senza pagare il dovuto dazio: e che anche quando ne sei uscito non svanisce, anzi ti rimane addosso, ti trasforma, ti penetra. Così in Autobahn i Kraftwerk prefigurano il miraggio del divenire sulle vestigia di un’utopia immensa e minacciosa, come può esserlo una rappresentazione del mondo che vuole condurre a sé ogni particolare ambientale, conforme al proprio ordigno di prevedibilità assolute, alle cure e alle competenze del nuovo ordine digitale.

Per questo sotto la leggerezza ritmica (poco più che un cincischio claudicante) e sullo sfondo degli espedienti sintetici si stagliano tese le basse frequenze, come un’inquietudine o ciò che ne rimane (una sembianza); per questo la serialità rassicurante sembra avere margini scabri e rabberciati proprio quando riesce a mettersi in scena al meglio, e i rumori e gli inserti parlati (sorta di “found voices” artificiali) portano in dote un senso di realtà svuotata, che il canto celebra in algido (e perfidamente divertito) salmodiare (come se fosse un rituale, una liturgia). Così nell’algebrica escalation che sul finire della lunga traccia suggerisce l’avanzata – quasi un decollo – verso prospettive sinistre e radiose, trovano riflesso compiuto – stavo per scrivere congenito – le magnifiche sorti e progressive di interi popoli e culture, intrappolati nel più grandioso degli incantesimi, nella più fatale delle illusioni.

Se il primo pezzo occupava l’intero lato “a” del vinile, Kometenmelodie si impegna a districare una matassa di cupezze e stilettate d’angoscia: ciò che più sbalordisce oggi, a quasi un trentennio dal loro accadere, è la stringente purezza di questi suoni, la matematica implacabilità che li rende immuni – perché estranei – al trascorrere del tempo. Con questo, ogni paragone rispetto alle evoluzioni del suono electro attuale mi pare a pelle riduttivo, fuorviante, inadatto: non viviamo più oggi a cavallo di una speranza che inizi a prefigurare crepe nel futuro, né abbiamo un sogno che sconti i primi cupi sintomi di realtà. Siamo già oltre, in piena disillusione, nel riflusso dell’incubo. Piuttosto, le gioiose volute ascensionali di Kometenmelodie 2 sembrano inneggiare a una felicità cieca, mentre il sistema ritmico autoalimentante (come un simulacro Can) funge da vaporiera infaticabile, proiettata nel fade out conclusivo, lieve e vagamente allibito.

Dritto cioè nelle fauci di Mitternacht, ad insegnare alla sopravvenente new wave i sentieri della torpidità strutturale, un po’ quello che perseguiva in contemporanea quel geniaccio dilettante di Brian Eno (e che finirà poi per caratterizzare il formidabile periodo “berlinese” di Bowie): ingegneria e chirurgia all’opera, i segni di un imperio tutt’altro che perfetto, ma anzi sgocciolante, fallibile, lontano, asetticamente immorale e però – perciò – incontestabile, oppressivo, dominante. Chiude il programma Morgenspaziergang, un ulteriore passo nel mistero, il cuore oscuro, la frammentazione sonora – e quindi la speranza, l’incontrollabile, il residuo fiabesco (cinguettii cibernetici, fruscii di violino, l’amichevole tocco di un piano, addirittura un flauto campestre), ma anche la minaccia incombente di un flap d’elicottero e fuggiaschi arpeggi atonali. Come una redenzione, o la sua impossibilità.

Negli anni successivi l’opera dei Kraftwerk si fece anche più nitida e collusa col presente: il trittico Radio-Activity (1976), Trans Europa Express (1977) e The Man Machine (1978) sancì una volta per tutte la grandezza della compagine, la cui opera finì sclerotizzata dalla wave e letteralmente spolpata dal synth-pop. Ancora oggi è difficile ascoltare Oval, Photek, Notwist, Boards Of Canada e compagnia sintetica (non trascurerei anche i borderline alla El Guapo) senza riconoscere nell’ipnosi artificiale di una ritmica, in un particolare timbro di tastiera o nell’asettica tenerezza di una melodia il retaggio di quell’imponente lavoro di invenzione e sistematizzazione, il cui miracolo più grande fu d’essere comunque poesia. Non vi stupisca saperli tuttora in giro, lucidi e inossidabili, come il sogno infinito dei loro robot.

2 commenti

  1. È stato il primo gruppo di musica elettronica di un certo spessore che ho ascoltato alla fine degli anni 80. Che peccato che sia finito. Una confidenza … un loro brano singolo mi ha portata davanti l’altare… ho sposato l’uomo che era fanatico ( e lo è comunque) di quei tedeschi. 🤗

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