Presenza e distanza

Ero e resto un pessimista. I timori battono nettamente le speranze rispetto a quello che verrà. Tuttavia, ci provo. Mi sforzo di mantenere pensieri positivi.

Del resto, qualche segnale positivo c’è: nella regione in cui vivo – la Toscana – da oggi si può fare attività motoria in sicurezza, ovvero,
è concesso partire da casa a piedi o in bicicletta e rientrare allo stesso domicilio (non ci si può trasferire a casa di un congiunto, o di un amico o di chiunque altro). Ci viene restituito insomma un po’ di esterno. E io me lo sono ripreso.

Ho fatto la prima passeggiata primaverile (a metà primavera: pazzesco). Come mio solito, ho indossato le cuffie e fatto partire un disco (l’ultimo di Lucinda Williams), ma appena arrivato sul lungofiume ho sentito il bisogno di suoni e rumori naturali (si fa per dire). Ho tolto le cuffie e ascoltato lo scalpiccio dei miei passi, il frusciare del vento tra le piante, lo scrosciare del fiume, il cinguettare e qualche imprecisato frinire. Bene. Benissimo. Però nel giro di pochi minuti ho rimesso le cuffie e fatto ripartire la voce tormentata della Williams. Non so bene perché. O forse sì: per sentirmi meno estraneo a me stesso. Al me stesso che oggi, dopo molti giorni, è finalmente uscito per fare una passeggiata.

No, non è ancora il tempo dell’ottimismo, soprattutto per un pessimista come il sottoscritto. Tuttavia la possibilità di passeggiare senza temere l’imboscata di un drone o lo stigma di qualche sedicente sbirro/delatore rappresenta senz’altro un segnale importante. Tanto da spingermi ad azzardare un parzialissimo bilancio su quello che è accaduto. Non mi riferisco ai tanti, troppi morti, né alle ricadute catastrofiche sull’economia, che hanno investito tutti i settori, compreso quelli dell’intrattenimento e della cultura. Con questi terribili aspetti dovremo fare i conti per molto tempo. Il bilancio che mi è venuto in mente riguarda un tema, come dire, collaterale.

Chiarisco subito: sono uno dei privilegiati che ha potuto lavorare da casa. Non ho perso un solo giorno di lavoro. I miei figli, dopo qualche difficoltà tecnica, si sono presto adeguati alle prassi della DaD (Didattica a Distanza). Quanto al resto, nei due mesi di contenimento ho partecipato a conferenze in videochiamata quotidiane e ho assistito a dirette di vario tipo, concerti casalinghi, talk, persino spettacoli (aggiungo, per quel che vale: ho pure prodotto alcune pillole video assieme ai miei due “compagni di Vermut”). A tutto questo si è affiancato oviamente tutto il resto, quello cioè che esisteva anche in tempi normali: relazioni familiari, telefonate, tante letture, film e serie TV.

Spero che potremo tornare presto a uscire di casa per andare a lavoro, a scuola, alle riunioni del Consiglio di Istituto, ai concerti, agli incontri di vario tipo, a tutto questo e alle altre cose da svolgersi nella tradizionale modalità “in presenza”. Lo spero perché sono convinto, ovviamente, che la modalità “a distanza” non può rappresentare un reale sostituto. “Non è la stessa cosa”, come si è sempre detto ad esempio di un film visto al cinema rispetto allo stesso visto in TV. Certo che non lo è: nella modalità “a distanza” esiste un evidente fattore di riduzione. “Non è la stessa cosa” significa che il contesto impedisce di fare pienamente quello che potenzialmente potresti e dovresti, perché esistono elementi di complessità (tecnologici, metodologici, culturali) che rendono l’esperienza problematica, per molti versi insoddisfacente.

Tuttavia, in ognuna di queste forme di “presenza a distanza” ho potuto sperimentare aspetti particolari, ovvero specifici. “Non è la stessa cosa” significa anche: “è una cosa diversa”. Lo Smart Working, ad esempio, ha allenato me e i miei colleghi a un utilizzo sempre più rapido ed efficace dei vari strumenti di videoconferenza. Sotto molti punti di vista, la comunicazione non è mai stata tanto puntuale (a volte sfiorando l’eccesso, con giornate intere dedicate alle famigerate call conference). Quanto alla discussa DaD, se ha colto impreparati tutti (docenti, famiglie, studenti) determinando all’inizio schizofrenie metodologiche e una certa anarchia in fase di calendarizzazione, ha anche favorito la codifica di nuovi modi di vivere la didattica, di trasmissione, ricezione ed elaborazione del sapere, assieme a una sorprendente forma di autodisciplina (ne sono testimone diretto e indiretto). Discorso simile è applicabile in genere alle riunioni sul web (via Zoom, Skype, G Meet e via discorrendo) che hanno rivelato scenari di interazione inauditi.

Quanto ai concerti, ai talk e agli spettacoli, va detto che in questa modalità sono usciti piuttosto penalizzati: forse perché la forma si è rivelata spesso precaria – per non dire dilettantesca – rispetto alla versione “in presenza”, che può contare su logistica, location e professionalità non paragonabili. Tuttavia, anche in questi casi non ho potuto fare a meno di cogliere aspetti peculiari, ad esempio elementi di intimità e immediatezza capaci di riverberare nella sostanza stessa del messaggio, rendendolo esposto, affascinante. Prendi ad esempio (è forse il caso più eclatante) il Michael Stipe di No Time For Love Like Now, o il M. Ward che ha presentato il nuovo disco con un set solista da brividi, oppure l’ottimo talk allestito dai Gassman con Radio Carrello, con ospiti di rilievo (Cesareo, e Faso degli EELST, Rodolfo Bianchi e Bruno Mariani tra gli altri) impegnati a dire la loro sui Beatles o su Lucio Dalla (questi i temi delle prime due puntate). Il musicista o il giornalista che si riprendono nel proprio salotto mettono in gioco parti di sé inedite, una più stretta connessione col tempo, col reale, anche se nel caso specifico si tratta di un reale compresso, imploso. Alcune trasmissioni organizzate come un raduno amichevole di “addetti ai lavori” su un certo tema (tipo appunto Radio Carrello), hanno finito per organizzarsi spontaneamente in un format che in epoca pre-contenimento sarebbe stato possibile, certo, però meno probabile, meno sensato e motivato, perciò diverso.

A pensarci bene, tutto questo è naturale: le limitazioni imposte dal contenimento e le prassi conseguenti hanno innescato processi di adattamento che in poche settimane hanno generato codici nuovi. Non esiste niente di più umano: siamo animali particolarmente versatili. A questo punto però, in previsione di una fase post-pandemia che verrà, è lecito chiedersi: come rendere redditizi questi nuovi codici? È realistica l’ipotesi che qualcuno paghi per assistere allo streaming del concerto di un certo musicista in diretta dal salotto di casa? La situazione emergenziale ha dato vita a molte situazioni di questo tipo inserendole in una cornice consolatoria e motivante: tutto o quasi si è svolto all’insegna del pro bono.

Al di là degli aspetti culturali o promozionali (lo ammetto: talvolta ho avuto il sospetto che alcuni personaggi abbiano utilizzato l’emergenza per farsi quel po’ di promozione) che presumo rimarranno, è possibile pensare che i concerti (gli spettacoli, i talk) “a distanza” possano costituire un’alternativa concreta – ovvero: espressiva e anche remunerativa – ai concerti (agli spettacoli, ai talk) “in presenza”? È realistico ipotizzare che alla ripresa delle attività “in presenza” gli eventi “a distanza” sopravviveranno in virtù della loro specificità?

Spero che potremo pensarci presto o non pensarci più, una volta passata l’emergenza.

7 commenti

  1. Scenetta: due omini Lego stanno facendo un viaggio a ritroso nel tempo, chiedono ad una omina Lego in quale anno siano mai capitati. Lei risponde 2020. E loro in coro:”Ah, l’anno della prima pandemia!”. L’ironia di fondo mi ha lasciato una sensazione raggelante, di sospensione, come di essere all’oscuro di qualcosa che invece mi riguarda da vicino.
    Per motivi di convivenza, conosco bene la vita di chi lavora nelle strutture ospedaliere: sono -e sono state- settimane di indecisione, di oblio, di perdita di alcuni punti saldi di riferimento. Eppure non nego la soddisfazione di aver avuto una abbondante mole di tempo da dedicare alle mie passioni, come non ho disegnato alcuni vantaggi nello smart working.
    Condivido l’idea delle dirette streaming e della loro probabile logica pay per view, anche se le vedo come un ripiego temporaneo, facendomi rimpiangere tutti quei concerti che ho mancato per pigrizia.

    PS. Lucinda Williams è stata tra i miei ascolti più prolungati durante la quarantena😉

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    • Se hanno un senso specifico e forte, e probabilmente lo hanno, potrebbero rivelarsi qualcosa in più di un ripiego temporaneo. Il difficile è capire come organizzarle in una logica pay per view. Ad oggi le vedo come una modalità accessoria, promozionale oppure benefica, non redditizia. Ma tutto potrebbe cambiare, soprattutto se sarà necessario.

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      • La domanda che mi sono posto è: pagherei (indipendentemente dalla cifra, che potrebbe essere simbolica) per vedere un concerto in streaming? Sicuramente no! Perché in fondo il concerto non è mai stato vedere SOLO l’artista dal vivo, poiché la cornice è essenziale, come quella cifra di imprevedibilità (dal meteo, al traffico… ) legata all’azione dell’andare ad un concerto. Forse la miglior veste dello streaming pay per view è la musica mainstream, ma per quelle band di culto non sono sicuro possa essere una scelta percorribile. C’è davvero ancora troppa indecisione, per azzardare delle ipotesi…

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  2. Personalmente io ci sono stato bene in questo periodo, fortuna o privilegio (come scrivi tu), ho ascoltato molti album degli anni’80 che ho preso e francamente non ho sentito il bisogno di ascoltare cose nuove.
    L’esperienza del telelavoro (smartworking è un termine improprio, perdonarmi) positiva ma sulle riunioni fra colleghi non è cambiato nulla: non sanno ottimizzare il tempo a disposizione.

    Devo ancora fare delle passeggiate.

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