Tecnica o verità: Topeka School di Ben Lerner

PREMESSA

Durante i primi giorni di contenimento forzato (o quarantena diffusa) non era facile leggere, ascoltare musica, guardare film. Sembrava che ogni attività intellettuale (perdonate il termine) dovesse rimanere focalizzata sul Problema, concentrarsi sulla necessaria e inderogabile elaborazione della realtà perduta, almeno per come l’avevamo conosciuta fino ad allora. Personalmente, ho smaltito questa fase di lutto in 3 o 4 giorni. Poi mi sono rimesso ad ascoltare, guardare, leggere. Aggiungo: con voracità. Tuttavia, molto di quello che ho letto/visto/ascoltato nelle ultime settimane ha finito col diventare ingrediente della narrazione (perdonate il termine) primaria, del nuovo contesto in cui ci troviamo immersi, della qui presente neo-realtà.

A seguito di questo strano fenomeno, mi sono posto spesso due domande. La prima: cosa sarà dei film/dischi/libri concepiti poco prima dell’esplosione della pandemia, ovvero quanto ci sembreranno svalutati, marginali i loro temi, oppure – in altre parole – in che modo la drastica mutazione del contesto influirà sulla loro percezione? La seconda: nel prossimo futuro dobbiamo forse attenderci un’invasione di film/dischi/libri a tema Covid-19?

Questa seconda domanda in realtà non mi preoccupa troppo. Immagino che usciranno molte opere sul tema, certo, come del resto è accaduto per altri eventi traumatici (i vari conflitti, l’avvento dei social network, le ahinoi sempre più frequenti calamità naturali, l’undici settembre..). Opere in alcuni casi buone, in altri meno buone, spesso semplicemente opportunistiche (sta già accadendo). Quello che conta – e che mi auguro – è che tutto il resto continuerà ad esistere dopo il coronavirus, e sarà ingrediente e sostanza di libri, film, dischi eccetera.

La prima domanda invece è più complessa e può essere estesa a TUTTO quello che è uscito prima di questo terribile periodo. Nel mio caso, mi rendo conto che molto di quanto ho letto nelle ultime settimane è entrato – in qualche modo e misura – in correlazione con la pandemia in corso, anche se ovviamente ciò non rientrava (non poteva rientrare) tra le intenzioni dell’autore.

FINE DELLA PREMESSA

Si prenda Topeka School di Ben Lerner. È il suo terzo romanzo dopo Un uomo di passaggio (2011) e il bellissimo Nel mondo a venire (2014). Proprio come quelli può essere catalogato alla voce “romanzo di formazione”, eppure – proprio come quelli – non lo è davvero. Costruito alternando il punto di vista di tre personaggi (figlio, madre e padre), imbastisce una testimonianza che copre in ordine non strettamente cronologico un periodo di circa mezzo secolo, dalla fine dei Sessanta al presente. L’oggetto profondo del racconto è un fallimento culturale dalle conseguenze devastanti.

La Fondazione è un importante istituto di Topeka – città natale di Lerner, pieno Kansas, cuore profondo e destrorso degli States – dedicato a psicoanalisi e psicoterapia. Ne fanno parte Jonhatan e Jane, genitori di Adam: questi i nomi delle tre “voci” del racconto. Jonhatan è un analista specializzato in “ragazzi perduti”, Jane raggiunge il successo come scrittrice scendendo a patti con le immancabili esigenze divulgative, Adam è uno studente dal potenziale notevole, nonché un fenomeno nei tornei di gare dialettiche. Il filo conduttore del loro rapporto e delle loro vicende è l’incomunicabilità, ovvero la difficoltà che il linguaggio incontra nel rappresentare e comunicare il reale, difficoltà tanto maggiore quanto più il linguaggio viene spinto a farsi tecnica.

È in questo senso fin troppo paradigmatica la storia di Darren, psicologicamente disturbato e perciò prima escluso dal giro dei coetanei e poi forzatamente incluso con esiti non proprio positivi. Una vicenda, quella di Darren, utilizzata come legante strategico tra i capitoli/punti di vista narrativi, vero e proprio paradigma della sconfitta a cui vanno incontro i tentativi algoritmici di comprensione/comunicazione. Darren è il rivetto mancante che rende instabile l’equilibrio della struttura sociale, ma è appunto solo un simbolo, la punta dell’iceberg di un difetto strisciante, inconfessato e potenzialmente letale. Sono varie e diffuse infatti le manfestazioni di precarietà del linguaggio che tornano con regolarità nel testo, si presentano in forma di non detto o di equivoco, come dislessie indotte o afasie chimiche, costituendo insomma un refrain che raggiunge l’apice negli episodi relativi alle gare dialettiche di Adam, dove la tecnica è talmente avanzata (in senso quantitativo e strutturale) da eccedere la sostanza del discorso, anche perché l’obiettivo non è dialogare con l’interlocutore ma “asfaltare” l’avversario.

Sono pagine quest’ultime in cui il lirismo sempre disposto alle profondità collaterali di Lerner raggiunge una lucidità spaventosa, persino spietata. Di fronte alla descrizione di quelle schermaglie verbali ho provato sensazioni sconcertanti, una vera doccia d’inquietudine. Può sembrare strano, ma cercando un’analogia appropriata mi è tornato in mente quando pochi mesi fa mi è capitato di assistere alla diretta televisiva di un torneo internazionale di ping pong: ho potuto così appurare che la tecnica e la velocità di esecuzione a quei livelli sono così elevati da rendere lo scambio tra i due avversari pressoché indecifrabile (va meglio, ovviamente, se visto in slow motion). Rispetto ai tornei di ping pong dilettanteschi della mia adolescenza non ravvisavo solo una differenza qualitativa, un gap tecnico: la tecnica, finalizzata al risultato, sembrava essersi divorata il senso stesso di confronto, di scambio.

Analogamente, i tornei di dialettica descritti da Lerner mettono in gioco chiavi di volta logiche ed espedienti psicologici così raffinati da soffocare l’emergere di una vera e propria ragione: il vincitore non è altro che il più abile ad applicare schemi e strategie, indipendentemente dalle ragioni e dai torti della causa di cui si fa portavoce. Per contrasto, lo scambio di battute tra Adam e il poliziotto nel capitolo finale, suggerisce un accartocciarsi disarmante del dialogo ad altezza d’uomo, che perciò torna a essere dialogo, a mettere in gioco parametri reali: è poco, certo, appena un granello di sabbia, ma forse è sufficiente per mettere in difficoltà gli ingranaggi di un motore che da un pezzo ormai sembra troppo grande, potente e complesso per le finalità di chi lo ha progettato e per chi dovrebbe guidarlo.

Tornando alla premessa, alla drammatica cornice in cui viviamo e che Lerner non poteva certo avere previsto, non ho potuto fare a meno di pensare a uno degli effetti collaterali inevitabili della pandemia da Covid 19, ovvero alle tecniche di narrazione/seduzione che ha innescato. Le linee che separano informazione, propaganda e fake news non mi sono mai sembrate tanto sfumate e al contempo grossolanamente intrecciate. Il frame più invadente (e dominante) è quello della “guerra”, chiaramente retorico e funzionale al rafforzamento retorico delle pesanti norme di prevenzione, ma non per questo meno gravido di conseguenze. In primo luogo, determina la creazione incessante di un nemico sostitutivo (siamo passati dal “cinese” al runner, dai “pisciatori seriali di cani” alle coppiette al supermercato, e via discorrendo) in mancanza di un nemico concreto, visibile, reale. In secondo luogo, ma soprattutto, la retorica della guerra postula la gambizzazione di quella che è notoriamente la prima vittima di ogni guerra: la verità.

Detto di questa bruciante incidenza rispetto al contesto in cui a Topeka School è capitato di vedere la luce nel nostro Paese (in patria è uscito mesi fa), va ribadito che si tratta di un romanzo appassionante: i personaggi sono mossi da personalità sfaccettate e febbrili, la trama procede su un piano inclinato che conferisce gravità e vertigine malgrado la sostanziale assenza (ma sarebbe meglio dire: latenza) di intreccio. È insomma un’opera densa e brillante in grado di compiere un giro completo attorno al presente, di osservarlo e indagarlo con spietata empatia, di scrutarne le penombre e i diverticoli con lucidità. Con il coraggio, la saldezza e l’urgenza di chi ha capito che tutto è in gioco.

Ben Lerner, che è anche e forse soprattutto un poeta, si sta imponendo come uno dei narratori cruciali di questi anni.

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