Distopie americane – Aladdin Sane

Il 13 aprile del 1973 usciva Aladdin Sane, disco che racconta la caduta di Ziggy sull’America. Ne ho scritto tra le altre cose in una monografia dedicata a Bowie su Sentireascoltare, di cui riporto uno stralcio.

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David Bowie

Aladdin Sane (1973)

Pur opponendo qualche resistenza (non tutte le quasi trenta date si svolgono davanti ad un pubblico numeroso) tra autunno e inverno del ’72 gli States vengono finalmente conquistati. In questo periodo Bowie esonda: l’ampiezza e l’intensità della sua espressività in un certo senso lo eccedono. Ad agosto, prima di sorvolare l’oceano, produce assieme a Mick Ronson Transformer di Lou Reed, mentre a settembre si occupa del remix di Raw Power di Iggy Pop And The Stooges, freschi di firma per la MainMan Management di DeFries. In entrambi i casi si tratta di una clamorosa ripartenza per i due mostri sacri adoratissimi da Bowie. Senza contare quella All the Young Dudes regalata a luglio ai Mott The Hoople, il cui successo li fa passare dal baratro dello scioglimento al momento top della loro carriera.

Questo turbillon che abbiamo solo parzialmente riportato è il calderone nel quale prende vita Aladdin Sane (RCA, aprile 1973). Disco che si può benissimo interpretare come una escrescenza di The Rise And Fall…, uno Ziggy oltre Ziggy, già metabolizzata la dinamica apocalittica, il suo rimbombare mitologico nell’immaginario rock sbilanciato a stelle e strisce. Aladdin campeggia in copertina in uno scatto di Brian Duffy come uno Ziggy di cera, la chioma fiammante e l’aspetto catatonico, il volto attraversato da una saetta multicolore a simboleggiare forse il turbinare delle idee, anche se non sono da escludere riferimenti alla schizofrenia (Bowie ha sempre giocato a rimpiattino sull’argomento, ma ha sempre ammesso che la figura problematica del fratellastro era un cruccio costante) come anche il puro e semplice desiderio di citare il Re Elvis (la folgore, assieme all’acronimo TCB – Take Care of Business – era il simbolo utilizzato dal suo entourage chiamato significativamente Memphis Mafia).

Aladdin si presenta quindi con un’immagine tanto curata e potente – difatti scalzerà quella del più problematico Polveredistelle quale icona del glam – quanto pervasa da un senso di vuoto e stanchezza. Facile oggi scorgervi l’emblema di un Bowie travolto dal successo, imbrigliato nel suo scintillante meccanismo, costretto quindi a reiterare una formula formidabile che però ha già espresso il meglio (come lo stesso glam, la cui breve stagione già volge al termine in quei primi mesi del ’73). Situazione sintetizzata benissimo dalle sue parole qualche anno più tardi: “Fu un periodo duro. Per la prima volta sentii di star lavorando per gli altri. A quanto pareva Tony DeFries e la sua organizzazione MainMan mi avevano fatto diventare una star e mi sentivo obbligato a non deludere le aspettative. Sì, Aladdin Sane fu una specie di svendita.

Va da sé che parliamo di un album eccellente, privo dell’immediatezza e della teatralità procace del predecessore però reso forse ancora più fascinoso da quel senso di mutazione imminente, di contagi soul e rigurgiti orientali. Sembra quasi che, infastidito dall’eccessiva enfasi posta sul versante scenico (il concept, i costumi, gli sketch scandalosi…), Bowie abbia voluto rimettere le canzoni al centro nevralgico del processo espressivo. Sballottato tra una data e l’altra del lungo tour statunitense, proprio in questo excursus tra le città americane trova l’ispirazione per un altro pseudo-concept: il diario di viaggio di un alieno albionico nella Terra dello Spettacolo.

Ecco quindi il doo-wop tra stelle e palcoscenico di Saturday, il cabaret sovraccarico di malinconia sciropposa in Time, il sax piacione (lasciando l’incombenza a Ken Fordham) che rende agrodolce il vaudeville nostalgico di The Prettiest Star. Bowie non dimentica d’essere un monstre glam, anzi spinge il codice all’estremo con l’aspra sbruffoneria di The Jean Genie (dedicata ad Iggy Pop, a dispetto del titolo che allude allo scrittore francese Jean Genet) ed il boogie distorto di Cracked Actor, i riff di chitarra portati a un livello di tracotanza sempre più estrema, quasi a voler fare di essi i veri protagonisti della scena. Una vera e propria reificazione del riff.

In questo senso, e sempre nell’ottica di voler porre un accento musicale forte e ben riconoscibile alla proposta, Bowie guarda esplicitamente agli Stones più sferraglianti, quelli del piglio primitivo Sixties e della vena black sgranata in Sticky Fingers (aprile ’71) ed Exile On Main Street (maggio ’72): se Let’s Spend the Night Together è cover a rotta di collo non priva di frenesie post-glam, Watch That Man sferraglia fanfarona un errebì con torride tentazioni gospel, quelle stesse che si fanno strapazzare dai battiti tribali di Panic In Detroit. A completare il quadro c’è la fregola arty languida di Lady Grinning Soul (piano setoso e imprendibile malinconia con Aretha Franklyn nel cuore) e soprattutto della title track, pezzo nuovamente percorso da un’angoscia profonda (per il presentimento di una imminente terza guerra mondiale, cui si riferiscono le date del sottotitolo) che cova nelle strofe rarefatte, esotiche e struggenti (quasi una preveggenza Japan) come nella drammaticità del chorus (che rivela – a chi non se ne fosse accorto – il calembour del titolo, Aladdin Sane diventa A Lad Insane in quel chorus che si chiede: “chi ama il ragazzo pazzo?“), per poi esplodere in una stupefacente fuga pianistica free (di un grande Mike Garson, reclutato nella fase finale dello Ziggy Tour).

Il ’73 è quindi un anno di consacrazione per Bowie, ma anche – per contingenza storica e per determinazione personale – un periodo in cui tutto sembra sul punto di rimettersi in discussione. Ziggy è già “morto” guadagnandosi un seggio perenne al concilio dell’eternità. Aladdin furoreggia come febbrile maschera glam. Tutto sembra così formidabile rispetto a poco più di un anno prima. Eppure, tutto sembra franare sotto i suoi piedi, spinti dalla fretta di battere il ferro caldo finché dura, nella certezza che tutto stia per finire. Per cambiare. Ancora.

6 commenti

      • Sono contenta che ci sia ( parlerò sempre al presente) un solo Bowie nella musica. Ha cambiato e ricambiato il mondo regalandoci quella apertura mentale e quella sfida quotidiana che se oggi fosse ancora con noi troverebbe un modo per insegnarci a condividere con l’imprevedibilità della vita. Bel post come sempre. Buona… giornata. 🤗

        Piace a 1 persona

      • Bowie è stato unico, certo. Ma quel senso di cambiamento necessario, di ricerca assieme lucida e febbrile, per fortuna è stata portata avanti da molti. Penso ai Wire, a un Julian Cope, a Robyn Hitchcock, ad Alex Chilton, solo per ricordare i primi che mi vengono in mente. Imprevedibilità, dici bene: la vita è così e ce lo sta dimostrando drammaticamente in queste settimane. Il rock migliore, il rock vero, lo ha capito da sempre, e ha celebrato questa imprevedibilità facendone la propria stessa natura.
        Un abbraccio!

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