Awakening Songs #24: The Doors – Strange Days

Strange days have found us
Strange days have tracked us down
They’re going to destroy
Our casual joys

Fin troppo facile, persino banale tirare a indovinare perché stamattina mi sono svegliato canticchiando questi versi. Ma, a parte il difficile frangente che stiamo vivendo, ce n’è uno più diretto: un paio di sere fa ho visto un documentario sui Doors che ha attivato una reazione imprevista coi circuiti mnemonici, surriscaldando quelli che fanno riferimento a una fase nevralgica della mia (post-)adolescenza, quella della Scoperta Dei Classici.

Un giorno sei lì, in fissa coi tuoi dieci dischi preferiti e un plotoncino di seconde scelte, e ti pare tutto quello di cui hai bisogno. Non ritieni necessario cioè approfondire la conoscenza di quei dinosauri celebri giusto per quei quattro o cinque pezzi e per un repertorio di aneddoti in bilico sulla dimensione del mito (tra cui il fatto d’essere spesso deceduti giovani, preferibilmente ventisettenni).
Il giorno dopo eccoti invece spinto dalla brama di colmare le lacune, a partire dalle più clamorose, quelle a cui neanche i vinili deglii amici (compreso fratelli maggiori, padri, zii degli amici) hanno saputo porre rimedio. I Doors erano una di queste lacune.

Con ancora tutti gli spigoli affilati del metallaro che concedeva qualcosa all’hard rock, una vaga conoscenza di ambiti, intrecci e sviluppi della Storia del Rock, e soprattutto il borsellino cronicamente vuoto, divenni particolarmente sensibile al richiamo dei Best Of. Quello dei Doors – doppio – fu uno dei primi che mi procurai. Al di là delle note Break On Through, Light My Fire, Roadhouse Blues (immancabile nella mezz’ora rock che ci veniva concessa in discoteca la domenica pomeriggio) e The End, il resto mi parve piuttosto barocco e pretenzioso. In realtà, quella sensazione nascondeva il rumore degli steccati che si spostavano o, in certi casi, delle pareti che crollavano sulle proprie stesse macerie.

In breve iniziai a invaghirmi di tutto, Doors e oltre i Doors, a risparmiare il risparmiabile per comprare il comprabile, a scoprire quel mondo apparentemente estinto di suoni che presupponeva altri mondi e altri ancora.

The hostess is grinning
Her guests sleep from sinning
Hear me talk of sin
And you know this is it

Dei Doors mi affascinava la concezione dell’energia, dello shock sonoro, agli antipodi della gragnuola elettrica dell’hard rock: i riff erano ghirigori di tastiera, allusioni a stati di percezione e coscienza altri (ovvero alterati), la chitarra era perlopiù un cartiglio, il drumming – paragonato a quello di un Nicko McBrain o di un Bonham (sì, i Led Zep li conoscevo) – una calligrafia puntigliosa. Il basso, poi, era una presenza più cromatica che altro (avrei scoperto poi che in molti casi era doppiato dallo stesso Manzarek sul Fender Rhodes).

Eppure, cadevo sempre più in quella specie di vortice lirico al cui centro il Re Lucertola esercitava il proprio ego incendiario e distruttivo. M’innamorai di Strange Days. Divenne il mio pezzo feticcio. Quel fraseggio di organo tra l’impertinente e il demoniaco, il basso sornione ma invasivo, Morrison che esala un crooning solenne eppure intriso di sordidezza e sarcasmo, fino a quel “Yeah” primordiale in cui collassa tutto ciò che di norma chiameremmo ritornello.

Strange days have found us
And through their strange hours
We linger alone

Non si scrive, non si suona, non si canta una canzone così se non per trasmettere un segnale, per provocare una crepa nello scorrere dei giorni, per ostacolare l’irradiarsi implacabile della sedicente normalità. Era proprio quello di cui allora avevo bisogno. Ed è quello che ho continuato a cercare.

Bodies confused
Memories misused
As we run from the day
To a strange night of stone

Qui le altre Awakening Songs

Un commento

  1. È vero, il moto perpetuo di colmare le lacune, quando solo il giorno prima ti sembrava aver soddisfatto la sete di musica. A me capitò leggendo la biografia su Jim Morrison scritta da S. Davis. In particolare, ad un certo punto l’autore elenca alcuni libri seminali per quella che sarà la “poetica” (sì, mi piace elevarlo da Rockstar a Poeta) di Morrison. Di Nietzsche, non compariva per esempio Così Parlo Zarathustra, bensì La Nascita della Tragedia (che lessi avidamente con appunti e frecce sparse). Poi ovviamente c’erano Blake (The Marriage of Heaven and Hell, che dovetti ordinare in libreria, tra lo stupore del librario) e Milton; ma soprattutto c’era un autore che non conoscevo, un certo Norman E. Brown con La Vita contro la Morte. Mi folgorò il sottotitolo, Il Significato Psicoanalitico della Storia, che mi aprì ad interconnessioni che neanche immaginavo. A distanza di poco più di quindici anni (già, mi segno a retro copertina la data di inizio lettura😅) ne rileggo spesso qualche verso. È la magia dei rimandi, delle connessioni, della curiosità, un continuo inseguire e colmare quelle lacune 😁

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