E dove andrai, Luchino? – I passi nel bosco di Sandro Campani

C’è un tema ricorrente nei romanzi di Sandro Campani, che poi è la stessa nota dominante che ritrovi nelle canzoni degli Ismael, dei quali è il cantante, chitarrista e compositore: il groviglio di percezione, gesti e linguaggio come una trama che determina l’appartenenza a un luogo, una radice che attraversa i personaggi e li inchioda ai codici del paese, del borgo, del bar, del campo, del bosco. Una cognizione del fare, anche, come eredità di esperienze, come prassi di esistenza che ti precede e quindi ti racconta prima ancora che tu sia. Legami, appunto, frutto di intrecci e tensioni tangibili, dalle ricadute profonde, cruciali in un immaginario che sembra scavare fino al cuore nero delle dinamiche umane, messe in crisi dall’assedio delle connessioni aleatorie – deboli ma immanenti – allestite dai social.


Uno degli aspetti interessanti di questo I passi nel bosco, opera quinta di Campani (secondo titolo per Einaudi dopo Il giro del miele), è proprio la capacità di eludere la componente social (Facebook viene citato un paio di volte nelle duecentotrentanove pagine) e di apparire comunque contemporaneo. L’obiettivo, affidato alla prima persona di vari narratori/personaggi, si concentra sul microcosmo di una comunità nella quale incidenti, ambizione, velleità, lutti, innamoramenti e tradimenti hanno determinato negli anni un equilibrio precario, febbricitante, scivoloso.

Lo scarto tra punto di vista interno ed esterno innesca un processo di arricchimento per divaricazione dei personaggi, li disconosce e perciò li conferma nella loro complessità: vale per l’enigmatica Luisa, per il notaio anziano e ormai disilluso Francesco, per l’insoddisfatta Emilia, per il pavido (ma pratico) Oreste. E vale soprattutto per Antonello, vero cardine della vicenda, la cui grammatica utilitaristica – quel senso quasi ferino per la speculazione, come una strategia di dovuta, accanita autoaffermazione – viene messa in crisi dalla fine traumatica di un fidanzamento.

Quanto a Luchino (la nemesi di Antonello?), è uno che svicola perché imprendibile, libero da percorsi obbligati e gabbie mentali, refrattario alla stabilità, al piantare radici, amato e odiato (ma più amato che odiato, come si ama un sogno che non si è avuto il coraggio di inseguire) proprio perché il suo modo di vivere sembra il riflesso incrinato e rovesciato della concretezza, del catalogo di gesti, convenzioni e mestieri che mentre sembra legarti alla realtà in cui vivi è invece un tentativo di codificarla, quella strategia di dominio che dicevamo. Destinata a fare i conti con la propria velleità.

Non a caso di Luchino non ci è concesso il punto di vista, un po’ perché è un non-personaggio, un reagente chimico, poi perché a Campani sembra che interessi immergere il lettore nel rovello di chi è intrappolato nel conflitto – nella crepa – tra appartenenza e sradicamento. Simile elusione, seppure per motivi diversi, avviene infatti per Danielone, quello ormai disancorato da tutto, perduto nella deriva fisica e psicologica di chi ha assaggiato di colpo l’inconsistenza di tutti gli ormeggi, ed è ormai una ferita che non smette (non vuole smettere) di suppurare. Anche lui è più una maschera, un contro-ideale, una catastrofe di rancore e dissennatezza, che non un personaggio a tre dimensioni.

Al di là di questo tema di fondo – la frattura tra territorio (inteso come comunità e cultura) e individuo nell’epoca dell’ipercondivisione – affiora qui e con potenza quello della ricerca del senso all’interno delle griglie di senso comunemente accettate. Si innesca quasi in background un conflitto che Campani non risolve: se lo sradicamento è inaridimento, formattazione del particolare in un condiviso sempre più indistinto, il suo contrario – trincerarsi nel bozzolo dei riti, delle tradizioni – conduce dalle parti di una diversa ma altrettanto angosciante alienazione. Prendi Luisa, Betti e Oreste: sono irrisolti, individui smarriti da qualche parte lungo il percorso per raggiungere se stessi. Contesi tra i poli opposti di Luchino e Antonello, prendono parte (per Luchino) ma non ottengono in cambio che rimpianto e insoddisfazione.

Quest’ultima angolazione, assieme all’impostazione a più punti di vista, mi ha ricordato I fratelli Michelangelo di Vanni Santoni, che similmente stuzzicava il nervo esistenziale (cosa stiamo facendo delle nostre vite, cosa dovremmo farne?), prendendo le mosse da una situazione esplosa per seguire linee di forza centripete, mentre in Campani è più un Big Bang sempre sul punto di deflagrare.

E sotto, attorno, dietro e dentro a tutto questo, il bosco: la descrizione è tattile, sensuale, dettagliata fino al limite del riferibile, fino a mettere in crisi la distinzione tra oggettivo e soggettivo. Come se i corrugamenti di una corteccia, l’odore di una foglia tramortita dal sole, il variare spigoloso della luce o lo scrocchiare di un ramo sotto i piedi possedessero una dimensione concreta, una simbolica e una sentimentale, e fossero sostanzialmente indistinguibili, perché compenetrate. Se c’è una risposta (parziale ma cruciale) al conflitto di cui sopra, se c’è una possibilità di chiudere la ferita, potrebbe somigliare a questo crudo incantesimo della realtà, un linguaggio vegetale e minerale a cui dovremmo impedire di diventare alieno. Per non soffocare l’abitudine alla vita.

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