Ecstasy

Quarantamila lire. Questo il prezzo del biglietto che il 16 luglio del 2000 mi permise di trovarmi a circa sei metri dal palco, in Piazza del Duomo a Pistoia. Per sole quarantamila lire vidi e dimenticai subito l’esibizione di Emiliana Torrini, vidi e mai più dimenticai i CSI versione “Zamboni è uscito dal gruppo”, un attimo prima cioè di non esser più CSI, infine vidi Lou Reed.

Era la mia seconda volta al cospetto dell’uomo responsabile di alcuni degli album che più mi hanno preso in custodia al momento del bisogno, dai capolavori targati Velvet a Magic & Loss passando da Berlin, Transformer, Coney Island Baby e New York. Fu un’esibizione del tutto soddisfacente, generosa, musicalmente valida come valido era l’album uscito da pochi mesi, Ecstasy, uno dei suoi lavori più raffinati.

Ballate rarefatte e cavalcate potenti, rabbia a pronta presa e quadretti ipnotici, il senso preciso di una visione estesa e sfaccettata che non temeva il “troppo” o l’incongruenza, che poi comunque interveniva la statura artistica (e la padronanza, sua e della band) a tenere tutto assieme. Paranoia Key Of E, Future Farmers Of America e Big Sky erano i tre momenti strategicamente energici posti in testa, a metà e in coda, come a sostenere l’edificio, nelle cui molte stanze (14 pezzi per 77 minuti) prendevano vita situazioni variamente complesse, ricercate, stratificate. M’innamorai di Tatters, di Mystic Child, di Turing Time Around. I 18 minuti di Like A Possum divennero come un tunnel febbrile da attraversare, un po’ sfiancante ma di quelle fatiche che ti iniettano eccitazione nella carne. Detestavo invece Rock Minuet, la trovavo eccessivamente compiaciuta, fregola intellettuale che si bea di se stessa.

Quella sera di luglio a Pistoia, amai pure quella: l’elettricità rendeva l’aria scoppiettante, la fregola – intellettuale o intellettualoide che fosse – diventava tensione.

Non mancò il siparietto: d’un tratto, nel caldo soffocante, volarono bottigliette – vuote, per fortuna – verso il palco. Un paio, forse tre. Lou fermò la musica. Pretese l’intervento del presentatore, il vecchio Rick di Videomusic, che tradusse per il pubblico i sussurri stizziti dell’ex-Velvet: “Il signor Lou Reed chiede che non vengano lanciati oggetti verso il palco, altrimenti lo show verrà interrotto e non riprenderà“. Pausa. Applausi. Altri sussurri di Lou a Rick. “Il signor Lou Reed avvisa gli autori dei lanci degli oggetti che se proseguiranno dovranno vedersela con lui“. Lou, accanto a lui, rivolge al pubblico un’espressione strafottente, da bulletto newyorkese. È piccolo, è enorme. Ridiamo.

Era estate, una notte splendida. Il volto di Lou Reed era una maschera di granito. E compiaciuto, forse persino allegro. La sua band era una macchina da guerra. Ecstasy faceva pensare che Lou e il rock avessero ancora molto da raccontare, e voce in capitolo. Il nuovo millennio sembrava iniziare bene, tutto sommato.

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