Punk’s Not Punk

Il punk è vivo e lotta assieme a noi. O comunque è bello pensarlo mentre mi godo Punk, documentario in quattro puntate prodotto nientemeno che da Iggy Pop e presentato con un certo sfarzo promozionale sul benemerito canale culturale di Sky.

Vista la quantità e qualità di ospiti nonché il generoso ricorso a materiale d’archivio, arriverei a definirlo uno sforzo monumentale, tenuto presente che – come cantava quel tale che col punk non aveva nulla a che vedere – un monumento serve anche per “dimenticare un po’ più in fretta”. Nella fattispecie, si tratta di un’amnesia particolare, in forma di narrazione, che finisce per somigliare a un’immunizzazione. Il punk oggi è più che altro materia da storytelling (come del resto il rock), e il documentario andato in onda su Sky Arte ne è stato la più sfacciata dimostrazione: quattro ore (circa) di interviste a protagonisti come Wayne Kramer, Marky Ramone, Jayne County, Debbie Harry, John Lydon, Henry Rollins, Ian MacKaye e Dave Grohl tra gli altri, fatti accomodare su un divano piazzato al centro di un loft apparentemente abbandonato, in assenza (apparente) di interlocutore, il tutto alternato a immagini e sequenze d’epoca (dalla scena di Detroit di metà anni Sessanta al punk revival dei 90s: a proposito, se ha senso averci tirato dentro i Nirvana, perché ignorare i Pixies? Non sarà per il primo motivo che mi viene in mente?).

Come ho già detto, si è trattato di una visione goduriosa, ma la vibrazione di fondo dell’operazione è, come minimo, contraddittoria: l’intento infatti è celebrare il punk come un genere musicale frutto di un’attitudine selvaggia, non irregimentata, liberatoria perché libera. A partire dal gran cerimoniere Iggy – il vinile dell’esordio degli Stooges è onnipresente sul tavolinetto di fronte al divano – i testimoni della vicenda vengono investiti di uno status eroico, ognuno si prende la propria rivincita sul destino cinico e baro che ha visto prevalere sui palcoscenici, nelle classifiche e nell’immaginario collettivo i pop-idol più irregimentati, e tutto grazie a politiche discografiche ostili al wild side messo in scena dal punk. Una lettura come minimo agiografica corroborata dalla fragranza (a tratti morbosa) degli aneddoti più qualche parolaccia strategica a guarnire: ricetta ottima per sfornare un buon prodotto di intrattenimento dal quale mi sono lasciato volentieri intrattenere. Tuttavia, tra gli intervistati, ce n’era uno che per atteggiamento e dichiarazioni sembrava il più refrattario all’impostazione eroico/agiografica. Non si tratta di un musicista, ma di Legs McNeil, tra i fondatori (nel 1975) della rivista Punk, vale a dire uno senza il quale il punk non sarebbe stato la stessa cosa (anche se probabilmente sarebbe accaduto lo stesso). I suoi contributi al racconto corale sono risultati tra i più disincantati, di certo i meno celebrativi. In mezzo a tutte quelle leggende del punk, è sembrato il più punk di tutti.   

La visione di questo documentario mi ha spinto a leggere, finalmente, un libro che attendeva sullo scaffale da qualche mese, da quando cioè lo avevo individuato su una bancarella degli usati a un prezzo oggettivamente irresistibile. Please Kill Me, oltre seicento pagine (nell’edizione paperback Baldini & Castoldi Dalai del 2006, l’originale è del 1996) di storia del punk “nelle parole dei suoi protagonisti”, è un acuto, irriverente, vertiginoso patchwork di materiale estrapolato da cinquecento ore di interviste, a cura di – guarda un po’ – Legs McNeil, in collaborazione con la poetessa Gillian McCain. La formula è per molti versi simile a quella del documentario sponsorizzato dall’Iguana: nessun io-narrante ma il “microfono” che passa di bocca in bocca, scorrendo più o meno cronologicamente il nastro degli eventi, modulando i punti di vista così da rendere l’elemento corale estremamente dettagliato e sfaccettato fino alla contraddizione. Soprattutto, la rassegna di eventi, scelleratezze, prodigi e lutti sembra finalizzata in primo luogo a dissacrare, a strappare l’essenza del fenomeno punk da quell’aura eroica che, in voga fin dai primissimi tempi della sua deflagrazione, subisce oggi un processo di beatificazione ad uso mediatico che rischia di seppellirlo sotto ulteriori strati di incongrua leggenda.

Dagli Stooges al Patti Smith Group (il libro decide di non spingersi oltre i primi anni 80) passando per New York Dolls, Dead Boys, Richard Hell and the Voidoids, Ramones, Sex Pistols, Damned, The Clash e Television tra gli altri, la storia si dipana una sequenza febbrile dopo l’altra pennellando un quadro di caotico e inesorabile squallore (a proposito: la Smith ne esce a pezzi, ), una cruda volontà di sconfitta che riesce quasi sempre a pagare il massimo della pena per ogni errore, tanto che i non molti sopravvissuti non possono vantare altro merito che uno strano impasto di cinismo e fottutissima buona sorte. Se c’è un messaggio in Please Kill Me, è il seguente: non c’era nulla di eroico nel punk ed è assolutamente questo il senso del punk. Non c’era nulla di eroico perché non riconosceva nulla nei confronti del quale porsi come eroico. La controparte del punk era l’insensatezza di un sistema sociale sostanzialmente ridicolo, crudele, disumano. A cui opporre una tragica, sadica, masochistica, del tutto immorale dissolutezza. Lo “scandalo” del punk era osceno, tanto che sui media finiva (finisce) solo la parte spendibile, quella sensazionalista. Ma la sua oscenità ancora oggi non è agilmente rappresentabile. La carrellata di pere, vomito, violenza, degradazione, raggiro, soprusi e disfacimento (vedi su tutte la triste parabola di Johnny Thunders) che abita queste pagine lascia sconcertati, e non ce n’è quasi traccia nella narrazione televisiva e cinematografica. 

Anche in documentari storici come The Punk Rock Movie (del 1978) e il controverso The Filth and the Fury di Julian Temple (del 2000), l’obiettivo sembra distratto dalla manifestazione sonora e visiva del punk, dall’attrito tra il sistema musicale tradizionale e l’oltraggio anti-sistema che già nei Pistols era strategia. Ma il cuore del punk – nome mutuato dalla fanzine per lo sconcerto degli stessi fondatori: anche qui, pagine memorabili raccontano la disarmante casualità e incongruenza con cui il fenomeno prese piede, prima carbonaro in USA poi travolgente in UK – precede quello che il punk riversava su disco e sul palco, quelle canzoni e quei concerti in cui (dagli Stooges ai Pistols passando da Dolls, Voidoids e Ramones) si consuma un violento rifiuto della ritualità rock consolidata come esito del rifiuto radicale di tutto quanto teneva in piedi la relazione tra individuo e sistema, di quel cordone ombelicale marcito dal di dentro. Le pagine di Please Kill Me, evitando una qualsiasi chiave narrativa (ad esclusione dei titoli dei capitoli, tanto lapidari quanto ironici), riescono a far emergere un’epica anti-eroica, il brulicare di individualità accanite e sparse, tragicamente vere nel loro rifiutare la propria stessa umanità. Al confronto, il documentario Punk non rischia solo di sembrare un’emissione di francobolli celebrativi, ma del punk rappresenta solo l’aspetto speculativo, la “great rock’n’roll swindle” elevata a sistema, accettata, standardizzata. Narrata.

Tutto ciò del resto già era testimoniato dal contrasto tra l’Iggy lascivo e scellerato (assieme a Debbie Harry) sulla cover del libro e quello seduto in cabina di comando di oggi, al timone di un mito (il proprio) meritatissimo (e musicalmente ancora valido, vedi l’ultimo ottimo Free) ma diretto verso una deriva iconografica francamente stucchevole.    

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