Quando tutto questo sarà finito

Negli ultimi giorni ho letto e sentito dire molte volte: “quando tutto questo sarà finito”. Frase a cui seguono ipotesi, auspici, battute, scenari abbozzati più per esorcismo che altro. Dentro a queste argomentazioni c’è molta voglia di normalità (nel senso ovvio di “ritorno alla”), ma anche, strisciante, la consapevolezza – sorprendentemente diffusa – che sarà un processo difficile. E che, molto probabilmente, non potremo più permettercela, la normalità. Contro questa consapevolezza mi pare essersi messo in moto un meccanismo di difesa, il sistema immunitario della… normalità.

Mi è capitato di leggere e sentire un’altra affermazione, ovvero che quel “normale” era (è) esso stesso il problema, una specie di premessa alla catastrofe attuale, germogliata per anni, permeata in profondità e quindi consolidata nel quotidiano (un quotidiano polverizzato nel giro di poche settimane anzi giorni). Da quel che posso leggere, dai molti dialoghi a distanza consumati in queste due settimane, ho l’impressione che non si tratti di uno slogan ma di un’altra consapevolezza diffusa. Eppure, credo che quella “normalità” resti lo scenario verso cui tendiamo.

Ho letto e sentito anche che la pandemia di Covid-19 sarebbe “un nuovo undici settembre”: non concordo, non del tutto almeno. Quello fu uno shock, certo, un vero e proprio trauma individuale e collettivo, ma delimitato dal punto di vista iconografico, geografico, politico, che ebbe ricadute pesanti sul concetto di sicurezza a livello globale, sul nostro sentirsi protetti nel mondo (anche nella nostra piccola porzione di mondo). Le propaggini di quella frattura si sono protratte nel tempo e arrivano fino ai nostri giorni: basti pensare alle procedure di chi deve imbarcarsi in aereo o assistere a un concerto rock, solo per fare due esempi. Ma i punti cardine del nostro sistema sociale ed economico non vennero messi realmente in discussione: dovevamo stare molto più attenti e meno tranquilli, ma in gran parte del mondo occidentale potevamo rimboccarci le maniche e ripartire. Anzi: quel sovraccarico emotivo venne subito convogliato in una dinamica ideologica di tipo militare che rafforzò il concetto del “noi” contro un “loro” più o meno identificabile come “i terroristi”, i “nemici dell’Ordine”, da cui l’idea stessa di “modello occidentale” – qualunque cosa significhi – e il senso di appartenenza ad esso ne uscirono persino rafforzati.

No: la pandemia di Covid-19 non ha molto a che vedere con l’undici settembre. Se dovessi cercare qualcosa di simile nel mio personale catalogo di ricordi e sensazioni, quello che sto provando in questi giorni mi rimanda a due situazioni, una molto lontana nel tempo, l’altra abbastanza recente: la sensazione che la guerra fredda potesse incendiarsi in qualsiasi momento nei primissimi anni Ottanta, e la crisi finanziaria prima ed economica poi di fine anni Zero.

Nel primo caso, il fatto che fossi un bambino giocò un ruolo cruciale: i telegiornali e i discorsi dei miei genitori mi portarono alla convinzione – neanche troppo errata – che fossimo sull’orlo di un conflitto catastrofico, e di colpo una consapevolezza acerba pasturata a film sci-fi anni 50s (ne andavo pazzo) mi indusse in uno stato di timore costante, con qualche oscillazione nel territorio del panico, da cui uscii grazie all’insorgere dell’adolescenza con il suo sacrosanto impasto di cinismo e distrazioni. Al resto pensò la Storia. Non ho più scordato però quella sensazione, ovvero che tutto ciò che credevo immutabile e saldo, il mondo in cui vivevo, fosse in realtà sul punto di collassare su se stesso, per propria stessa mano.

La crisi innescata dal crollo dei mutui subprime (l’inizio ufficiale è individuato alla fine del 2006) rappresentò invece un trauma maturo: fu dal punto di vista personale un autentico squarcio del sipario, ma anche in senso collettivo significò un più che sacrosanto “il re è nudo” sbraitato in faccia a chi da tempo fingeva di non accorgersene. Il tenore di commenti ed editoriali dell’epoca e degli anni successivi – possiamo affermare che da quella crisi non siamo mai realmente usciti – verteva su una generica ma piuttosto pronunciata determinazione a cambiare sostanzialmente l’ordine delle cose (per inciso: commenti corredati di grafici così simili a quelli di cui siamo inondati oggi). A crisi rientrata, possiamo dire che qualcosa è cambiato ma limitatamente alla percezione della saldezza del modello. Per il resto, sostanzialmente il sistema si è ristrutturato in modo da ripristinare la versione precedente. Sembra anzi che il salvataggio compiuto dal “pubblico” abbia iniettato nei mercati una nuova sensazione di inevitabilità, di invincibilità.

Un altro concetto di cui si è molto parlato negli ultimi anni, talvolta a sproposito e con retrogusto modaiolo, è quello di “resilienza”. Ecco: se c’è un aspetto messo in luce dalla crisi cronicizzata post-subprime è la resilienza della – sedicente – normalità, dove questa normalità è il prodotto di un sistema sempre più astratto (ovvero scollegato dal reale, una realtà che non sembra più in grado di determinare il valore degli strumenti finanziari) ma, proprio per questo, sempre più solido, inattaccabile.

Altro termine/concetto assai abusato: quello di “narrazione”. Ecco: una volta messa pesantemente in discussione dalla crisi seguita al crollo dei mutui subprime, la normalità ha generato una nuova narrazione di sé. Lo ha fatto perché ne aveva la forza, perché poteva farlo. E si è ripresa il suo scranno, con poche modifiche alle prassi, ai cerimoniali e agli arredi.

La pandemia Covid-19 contiene alcuni elementi trasversali alle crisi appena descritte, su tutti quello della fragilità del sistema. Uno in particolare: in primo luogo, non c’è un reale nemico contro cui combattere, non si tratta di un conflitto ma, che lo vogliamo o meno, di un evento che si verifica da sempre e che possiamo definire senz’altro naturale. Sotto tutti i punti di vista, un virus ha caratteristiche e condotte più naturali di noi. I virus sono parte del mondo in cui viviamo come specie da migliaia di anni. Non è una guerra come non può esserlo contro altri eventi naturali – alluvioni, frane, terremoti, tsunami… – categorizzabili come catastrofici solo in relazione alla nostra presenza – relativamente recente – su questo pianeta. E non starei a sottolineare quanto alcuni di essi siano strettamente legati a cambiamenti climatici di cui siamo direttamente responsabili.

Quindi, proprio perché non è una guerra, viene raccontata (“narrata”) come se lo fosse. Con tutto ciò che questo significa, non ultimo per il “coprifuoco” che, nel momento in cui presuppone un nemico esterno invisibile ma immanente, produce una strana aporia “interna”, con i cittadini idealmente uniti da una sola missione (“#iorestoacasa”) ma divisi da un’ostilità strisciante provocata dal vedere l’uno nell’altro un possibile “untore”. Ma il nemico non è che un artificio narrativo: non a caso in questa improbabile guerra “non abbiamo armi”, come sostiene la comunità scientifica. A parte il contenimento, certo, che di fatto è un sottrarsi, la negazione del campo di battaglia, del conflitto. Quanto al resto, si tratta di gestire al meglio i sintomi, quindi da un punto di vista medico e con mezzi che la “normalità” ha ridotto nel tempo fino a renderli quantitativamente insufficienti. Lo sono già, insufficienti, in un periodo “normale”, vedi i tempi di attesa talora grotteschi per alcuni esami o i frequenti casi di malasanità che periodicamente affiorano sui media, ma diventano drammaticamente inadeguati in un periodo di emergenza, quindi eccezionale, “anormale”. Raccontare tutto ciò come una guerra, permette di non raccontare una sconfitta interna che si è già consumata contro un nemico che non c’è.

Per tutto ciò, oltre l’emergenza del momento che tutto divora e che spinge a desiderare più di ogni altra cosa il superamento dell’attuale stato delle cose, l’approdo a un “dopo”, mi sembra cruciale questo aspetto: cosa farà di noi la normalità? Dipenderà da noi la scelta tra il ripristino della situazione precedente o un suo radicale ripensamento? E su quali basi avverrà – se avverrà – la rifondazione del “normale”?

Intanto, proprio mentre scrivevo queste righe, è iniziata la nuova campagna pubblicitaria di una nota catena di supermercati. Lo slogan recita: “Ci impegniamo a farti trovare una cosa importante: normalità”. Quel “ci impegniamo” mi sembra, come dire, emblematico.

10 commenti

  1. Quando leggo che il buco dell’ozono di sta sanando … mi viene in mente un luogo comune veritiero… “a mali estremi… estremi rimedi… “ non pensò proprio possa essere paragonato alla guerra quelli che ci sta accadendo. Penso sia un chiaro segnale che ormai non possiamo fare altro che “cambiare” tutto il mostro vivere in modo molto molto radicale. Stiamo avendo una possibilità. Non so se ne avremo un’altra da qui ad un tempo che non è calcolabile. 🙂 tutto bene stefano da te? Un saluto.

    Piace a 1 persona

  2. Forse non c’entra niente, ma io questa spiegazione del virus, se mai ce potrà essere una e se una “spiegazione” fosse mai quello di cui abbiamo bisogno per riappropriarci (speriamo prima possibile) del concetto di normalità, la trovo nel Libro della Genesi, il Paradiso terrestre, il peccato originale e tutte quelle cose là.

    "Mi piace"

    • La Bibbia ha questo di potente, è una specie di specchio frantumato, puoi scegliere un riflesso tra i mille e dire “ecco”, e probabilmente hai ragione, anzi hai sempre ragione. È così da secoli.
      Va detto che nel frattempo sono uscite altre migliaia di libri, bisogna tenerne conto.

      "Mi piace"

  3. Ciao Stefano, che tu dica “hai sempre ragione”, se era rivolto a me, ovviamente la prendo come una battuta, anche perché come si dice dalle nostre parti la ragione si dà ai bischeri 🙂 ed io non sono certo un mujaheddin della Bibbia, come di un nessun altro libro, e del resto è sacrosanto quello che dici.

    Piace a 1 persona

    • Ah ah, no, figurati. 🙂 Non era rivolto a te. Volevo dire che chiunque di fronte a un libro come la Bibbia – che è IL libro, più o meno – finisce per trovare un pezzo di verità, e tutto sommato ha sempre ragione, è sempre vera quella verità proprio perché l’ha trovata. Una lettura fideistica potrebbe sostenere: la Verità lo ha trovato.
      Ma qui si entra in un territorio abbastanza minato. 🙂
      A presto!!

      "Mi piace"

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...