Dritte al sodo: Sleater-Kinney – Dig Me Out

Sleater-Kinney Dig Me Out 

(Kill Rock Stars, 1997)

Non ho mai amato l’etichetta “riot-grrrrls“. Ci ho sempre letto la voglia, neanche troppo inconfessata, di addomesticare la bestiola incazzata, un bel guinzaglio rosa e giù a cuccia. Quanto alle Sleater-Kinney, non c’è etichetta che tenga: sono (sì, lo sono ancora) una grande band. Linguaggio veemente e conciso, due chitarre, due voci, la batteria. Estro post-punk in aggiramento sulle fregole grunge, del quale rappresentarono un controcanto essenziale proprio quando – primi 90s – i reduci del Seattle-sound si cacciavano in un’autoreferenzialità sempre più macchinosa.

Le tre ragazze, invece: dritte al sodo. Equipaggiamento minimo ma grande musicalità in quei riff che s’incrociavano grezzi nelle prime opere, azzeccando spettacolare quadratura col terzo opus Dig Me Out, nel quale il suono consegue una pienezza febbrile su cui il canto può scapicollarsi, fremere e sferzare. Sempre sopra le righe, le voci di Corin Tucker e Carrie Brownstein: come chi sta facendo una cosa che non si può eludere – si sentano la title track e Words And Guitar – e al diavolo purezza, pulizia, equilibrio (eppure, in questo, restando equilibrate, pulite, pure). Stessa urgenza per la loro intesa chitarristica, capace di intrecci ritmico-armonici ingegnosi e concitati, sostenuti dal drumming tosto dell’esperta Janet Weiss, appena entrata a far parte della band al posto di Lora Macfarlane.

Agli indies di stretta osservanza non fece piacere il passaggio alla corte Kill Rock Star, ma fu una sfiducia più preventiva che obiettiva: al posto della temuta svendita accadde una maturità convulsa e fiera, che seppe guadagnarsi non certo a caso la benedizione di tale Greil Marcus, che nel 2001 le definì “la più grande rock band in America“.

Un commento

  1. Secondo me, il movimento Riot Grrrl ha sia vinto, che disatteso la propria missione: vinto perché ha sensibilizzato con le sue denunce temi femminili (dal pro-choice al mansplaining) fino a quel momento quasi tabù, ed ha in un certo senso fallito perché musicalmente è rimasto ancorato a Olympia, senza toccare una fetta più grande (e forse quindi meno sensibile) di pubblico.
    Le Sleater-Kinney sono andate oltre, molto oltre, ed hanno investito la loro musica di un messaggio più ampio di quello originario nato a Olympia. Dig me Out è fondamentale, ma pure i dischi della rinascita (The Woods o No Cities to Love) sono notevoli. Peccato per l’ultimo disco, St. Vincent le ha (volutamente, a mio avviso) snaturate.

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