Quotidiano infernale: Io e il Minotauro di Elena Bibolotti

Il tempo della letteratura vive in una condizione di necessaria separatezza. Ma in condizioni eccezionali la realtà forza le barriere, si insinua tra le crepe e filtra nella dimensione narrativa, impedendo al lettore quella beata solitudo in cui la finzione riesce a diventare (un’altra) realtà. Inutile aggiungere che le condizioni che stiamo vivendo oggi sono, come minimo, eccezionali. Lo sono così tanto da invadere la sfera dell’evasione, da contagiare il trasporto per un film, un disco, un libro. Non a caso il tempo reale ha preso in prestito – e chissà se mai la restituirà – un’espressione puramente letteraria, quella che tracciava il perimetro all’interno del quale Garcìa Marquez ambientò la meravigliosa vicenda epico/sentimentale di L’amore al tempo del colera

Al tempo del coronavirus” è ormai uno slogan, un tag, un modo – credo – per circoscrivere l’incubo sospeso, per ipotizzarne la parola fine che lo consegnerà al dominio del ricordo. La manifestazione grafica e verbale di un desiderio, insomma. Questo vampirismo letterario da parte della crudele realtà mi porta a chiedermi cosa accadrà nel breve/medio periodo alla narrativa: avrà senso produrre fiction che tratti di un qualsiasi argomento che non sia la riconfigurazione del quotidiano operata dalla pandemia? Intanto, e ovviamente, escono oggi romanzi concepiti nella configurazione precedente, ai tempi del pre-coronavirus. E non è colpa loro se i temi di cui parlano sembrano di colpo sbiaditi rispetto a una situazione che ci vede affrontare un imponderabile impasto di isolamento, diffidenza, paura. Non è colpa loro se la realtà si è surriscaldata al punto da annichilire tutto ciò che esula dalla zona rossa.

Ad esempio: è uscito Io e il Minotauro (Giazira), il nuovo romanzo di Elena Bibolotti, il suo terzo dopo Justine 2.0 (INK edizioni) e Conversazioni sentimentali in metropolitana (Castelvecchi). Mentirei se dicessi che è riuscito a distrarmi, anzi a strapparmi dalla fiction verissima e spietata con cui facciamo i conti ogni minuto: eppure, è un romanzo forte. Bibolotti conferma una caratteristica piuttosto rara: non fa sconti. Il tema della violenza di genere viene affrontato penetrandolo, senza porsi nella condizione di chi giudica da un punto di vista altro (esterno, quindi morale), scegliendo anzi di rappresentare la meccanica del rapporto tra Adele e Gimmi strato dopo strato, ingranaggio dopo ingranaggio, esplorando i risvolti e le contraddizioni, fino a dare sostanza a una complessità che tende alla non-rappresentabilità (di motivi, cause, direzioni). 

Gimmi è un carnefice sfaccettato, prevedibile nella sua strategia di soprusi (Adele arriva ad anticiparne le mosse in maniera istintiva: un manrovescio, una gomitata, la testa sbattuta contro la parete…) eppure capace di slanci sentimentali e passione, un mix di fronte al quale Adele non ha difese, che può gestire solo sviluppando un’individualità sfaccettata fatta di sottomissione e gratificazione, di trasporto e paura, nutrendo quindi lo stesso circolo vizioso in cui sprofonda (e da cui potrà uscire solo astraendo se stessa nella dimensione del virtuale). Non significa certo che l’autrice giustifichi la violenza o – peggio – punti l’indice contro la vittima, ma appare evidente che alla luce di questo racconto le argomentazioni del #metoo sembrino prigioniere di una retorica fin troppo semplicistica e ad uso massmediatico.

Casomai, l’indice della Bibolotti sembra puntare dritto sul petto del lettore, affondare l’unghia tra le costole, suggerire che in un gioco tanto complesso come il rapporto tra due individui (sentimentale, carnale, intellettuale, passionale) è necessario sforzarsi di capire chi siamo veramente. Non farlo è un lusso inammissibile in una società che si crede evoluta, da cui può discendere (ovvero: discende sempre) una drammatica carenza di responsabilità nei confronti di tutti i soggetti coinvolti (partner, figli, parenti, conoscenti…) e persino – neanche troppo raramente e nei modi più diversi – l’inferno del sopruso. 

Io e il Minotauro è scritto in prima persona con stile asciutto ma elegante, capace di slanci lirici bruschi come scudisciate. È un romanzo crudo e sottile, a tratti disposto a strappare un sorriso amaro. È un veleno e assieme un antidoto. A quanto mi è dato sapere, poche scrittrici italiane possiedono la lucidità scomoda e spietata di Elena Bibolotti. Al di là del frangente difficile che stiamo vivendo e che ci comprime in una cappa di timore da cui chissà quando usciremo, libro e autrice meritano tutta l’attenzione possibile. Anzi, la meritano proprio per questo.

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