Gli strumenti del dopo

Tre anni fa ho pubblicato Nastri, un romanzuccio distopico. Non mi aspettavo che vendesse molto, ma è andato anche peggio di quanto pensassi. Per quello che mi è dato sapere, lo hanno letto poche decine di persone. Se è andato così male, credo sia a causa di un motivo semplice: non è un gran libro. O, in una versione appena più consolatoria: in giro ci sono molti libri ben più meritevoli rispetto ai non troppi lettori disponibili.

Sia come sia, il romanzo si apre in una situazione post-apocalittica: venti anni dopo cioè una devastante epidemia che nel 2032 ha decimato la popolazione europea. Negli ultimi giorni qualcuno di quei pochi lettori di Nastri mi ha inviato un messaggio, chiaramente semiserio, in cui mi chiede conto di questa “preveggenza”. Ho risposto che, come mi pare ovvio, non lo è. A parte i dodici anni di “ritardo”, l’epidemia detta Lussemburghese del romanzo è un puro espediente per raccontare il dopo, il post – appunto – dell’apocalissi, quest’ultima intesa come la discontinuità, la frattura che rivela (non a caso l’etimo di apocalissi – dal greco apokálypsis è rivelazione).

Certo, la mia generazione di allarmi epidemici ne ha vissuti abbastanza (a parte l’HIV/AIDS negli anni ’80, quello per l’encefalopatia spongiforme a cavallo tra i due secoli, quello per la Sars del 2002, per l’H5N1 nel 2005, l’H1N1 nel 2009…). In ogni caso, è sufficiente tenersi mediamente informati per maturare la consapevolezza che nella comunità scientifica il timore di una pandemia catastrofica è diffuso da molti anni. Mi pare quindi evidente da quale serbatoio sono andato a pescare l’ispirazione per il mio espediente narrativo: stava lì, pronto per essere afferrato.

Tuttavia, come ho già detto, quello che più mi interessava immaginare e raccontare in Nastri era il dopo, la situazione prodotta dallo shock culturale, politico ed economico, il contraccolpo sulle relazioni, sulle dinamiche affettive e sociali. Da semplice scrivente (e non scrittore: gli scrittori sono quelli che ci lavorano e ci campano, con la scrittura), non mi sono azzardato a tentare analisi o – peggio ancora – tesi. Ho solo indicato quelli che ritengo essere i nervi scoperti del presente, o sul punto di scoprirsi, vale a dire la tendenza a un controllo sempre più invisibile e pervadente, che in una situazione particolarmente critica può surriscaldarsi fino ad assumere forme mostruose.

Rispetto a quello che stiamo vivendo in questo marzo 2020, una volta rimarcate a dovere le distanze tra la pandemia partorita dalla mia immaginazione (ben più catastrofica) e la famigerata epidemia di COVID-19 in corso, mi sembra importante iniziare a pensare al dopo. A quel dopo che, naturalmente, mi auguro di poter vivere presto. Detta più chiaramente, non vedo l’ora di lasciarmi alle spalle il coronavirus, il timore costante, la “debita distanza”, le limitazioni, le mascherine, il gel disinfettante e tutto il resto: eppure mi preoccupa quello che di tutto ciò resterà quando il peggio sarà alle spalle.

Sono preoccupato perché allo shock prodotto dal repentino cambiamento di stile di vita si aggiunge giorno dopo giorno una quotidianità intrisa di diffidenza reciproca, che ci investe a ogni livello: sconosciuti e conoscenti, persino i parenti, diventano giorno dopo giorno potenziali vettori (ancorché vittime) di contagio. A questo ci stiamo abituando. Non è solo un sacrosanto rispetto di regole igieniche, è un esercizio di diffidenza (e persino di auto-diffidenza) che confina e si confonde con una vera e propria ostilità. Accade in ogni situazione, ogni minuto di ogni giorno. E sarà così per settimane, spero non per mesi. Mi chiedo: cosa ci lascerà in eredità tutto questo?

Provando a cambiare l’inquadratura, mi sembra inevitabile che subiremo contraccolpi profondi dal punto di vista culturale, politico, psicologico ed economico. Se mai parlare di crisi ha avuto un senso, questo mi pare il caso più opportuno: ci attende una crisi profondissima, che s’irradierà sui rami e risalirà le radici del nostro modus vivendi individuale e collettivo. Qui mi fermo: ammetto di non possedere competenze adeguate. Sono solo, ripeto, uno scrivente. Che ha pubblicato un paio di romanzi da poco.

Ma una considerazione mi sento di farla: qualunque cosa accadrà dopo, qualunque sia la portata della crisi che dovremo affrontare, se lo faremo con gli strumenti di ieri (quelli cioè del prima di questo difficile oggi) rischiamo di andare incontro a tempi durissimi. Sono convinto che già adesso sia il momento di ripensare gli strumenti del dopo.

8 commenti

  1. Stefano il tuo libro è molto originale, sia nello stile che nella narrazione (imo). Il valore di quello che fai non diminuisce per l’incapacità di qualcuno – o di più di qualcuno – di vedere i tuoi meriti.

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      • Guarda è il mio motto Stefano, che sono stato snobbato da molte label così dette “alternative” per anni, anche se alla fine proprio questa distanza forse mi ha conservato integro. Porto un santino di Mark E.Smith nel portafoglio e ho Eve Libertine sul comò! 🙂 Stammi bene, scrittore! (aspetto una tua nuova pubblicazione)

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  2. La logica suggerisce un “dopo” più umano, più solidale; la pratica invece rischia di concretizzarsi in un super-capitalismo ed un super-individualismo. Forse con interpreti e protagonisti diversi da quelli del “prima”.
    Insomma, la Cina data per spacciata qualche settimana fa, potrebbe uscirne (e lo sta facendo) politicamente/economicamente molto più rafforzata …

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    • Il quadro è ancora nebuloso. Secondo me ci sono strati di retorica e propaganda (entrambe comprensibili) da attraversare per scorgere la polpa di quello che accade e accadrà in prospettiva. Intanto mi chiedo quale sia il nostro modello mentale in questo momento: il “dopo” è per forza di cose un “dopo” globale. Come adesso in Cina: nel momento in cui ne escono, non ne sono fuori perché il mondo non ne è fuori. Anche per noi, non si tratta solo di uscirne, ma di restarne fuori. Parliamo, temo, di mesi. In questo orizzonte temporale l’eredità di una fase di isolamento e diffidenza reciproca temo che non sia transitoria, anzi penso che sia destinata a filtrare in profondità, cambiando gerarchie e strutture ideologiche e morali consoldiate. La retorica del “restiamo umani” mi sembra oggi una necessità primaria, urgente come le misure di sicurezza per tenere a bada il virus.

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