Cambiare, sempre: Young Americans

Su Bowie ho riflettuto molto, e continuerò a farlo. Cambiando idea, aggiustando le convinzioni. Fanno ormai sette anni da che ho scritto per Sentireascoltare una monografia con la quale ormai mi trovo solo parzialmente d’accordo. Sono andato a rileggere quanto scrissi a suo tempo su Young Americans, e ho provato il tipico prurito alle dita di chi sente il bisogno di correggere. Di cambiare. 

Ho quindi estrapolato quel pezzo e lo ripropongo qui, leggermente aggiustato, cambiato. Ancora non basta, ma è qualcosa. E altro verrà.

***

Young Americans mette in atto una delle più eclatanti reinvenzioni stilistiche mai tentata da una pop-star, vaporizzando l’alieno art-glam in favore di un poco probabile soul-singer dall’aria tanto efebica quanto nevrotica. È pur vero che la black music faceva parte dei primi e più grandi amori di Bowie, ma che il contatto con le strade, le città, l’atmosfera USA ne risvegliassero l’estro con tanta forza era del tutto inconcepibile solo pochi mesi prima. Invece, malgrado i segnali di svolta fossero già evidenti in Diamond Dogs, il “plastic soul” di Young Americans resta un atto sorprendente, nonché incredibilmente velleitario. Per molto tempo si è indicato nella mancanza di lucidità provocata dalla tossicodipendenza una delle concause di tale scelta, messo in prospettiva però è un disco, se non riuscito, piuttosto sensato, sintonizzato coi suoi tempi e a dirla tutta anche un po’ in anticipo. Lo starman non accetta di assecondare l’immagine che il pubblico si aspetta, capisce che la ripetizione significa morte artistica.

Tutto ciò che contribuisce alla stasi è negativo“, dichiara. E il quinto posto negli USA del già mutante Diamond Dogs – dopo l’ennesimo numero uno in patria – lo convince d’essere sulla strada giusta. Perciò la svolta “plastic soul” è convintissima, ma contiene la precarietà di tale scelta, la sua natura funzionale allo shock mediatico. È un disco di canzoni, di canzonette secondo alcuni (lo ammetterà lo stesso Bowie pochi mesi dopo), ma ottiene un successo strepitoso anticipando la stagione della disco music, preconizzando d’altro canto le coniugazioni soul degli Stones (Black And Blue viene inciso in quello stesso anno ma vede la luce solo nell’aprile del ’76). Pur evitando la formula del concept che aveva strutturato i lavori precedenti – “(…) il fatto è che la gente si annoia se le si danno cose in cui predominino l’analisi intellettuale e il pensiero analitico. Ma se le si dà qualcosa di pretenzioso, se ne starà lì attentissima” – Young Americans è comunque un album che recupera da Aladdin Sane il gioco di riflessi incrociati tra fascinazione USA e imprinting albionico.

Da una parte ci sono le ossessioni beatlesiane anzi lennoniane, a partire dalla citazione di A Day In The Life nella title track per arrivare all’ospitata dell’ex-scarafaggio stesso in Fame (un funky aspro, spigoloso, sferzante che anticipa di una decade il Prince della sintesi ibrida, guadagnandosi il primo posto nella classifica dei singoli), passando da una piuttosto evitabile cover di Across The Universe, tronfia e lisergica nel suo delirio power pop marezzato gospel. D’altra parte, c’è la brama d’incarnare questo prototipo sintetico di artista soul puro, di bianco europeo che vampirizza l’anima black rilasciando marchingegni languidi e lascivi, smontando e rimontando il soul come un ragazzino geniale ma capriccioso, privo di scrupoli ma col cuore gonfio, lo sguardo analitico e la sensibilità affilata come un bisturi. 

Il risultato sono canzoni-congetture che sfiorano sottilmente il caricaturale, come la sordidella Win (quasi una preveggenza dei Roxy Music anni 80 col sax fantasmatico e la chitarrina gelatinosa) e l’orgasmica Fascination, talora bramose di gospel con però sullo sfondo la voglia d’immischiarsi col mood di quartiere (le ascendenze latine e le vampe corali di Young Americans), altrove figlie di mix più indefiniti come il piacionismo cosmico di Somebody Up There Likes Me o gli spasmi quasi David Byrne alternati al dandysmo Brian Ferry che movimentano Right.

In ogni caso, quanto più Bowie sembra animato da un genuino trasporto soul – e Can You Hear Me? ad esempio scomoda archi, melassa e il suo timbro vocale più caldo come se volesse proprio questo – con lo scopo di dribblare l’effetto coloniale blue-eyed, tanto più la negritudine resta una chimera cocainica, un depistaggio senza fondo, la maschera di una maschera che sembra insinuare l’assenza dell’individuo e la dispersione del baricentro culturale. In questo senso, possiamo interpretare la presenza di Lennon come una vera e propria chiave di lettura: John è il Doppelgänger di Bowie, alter ego che ha giocato d’anticipo scommettendo sulla propria natura apolide, abbandonando il Regno Unito e con ciò snaturandosi, per consegnarsi al caos delle possibilità nell’orizzonte pulsante d’America.

L’ex-Ziggy polveredistelle possiede altrettanta personalità ma come frammentata, fragile, distribuisce se stesso come fenomeno mediatico nel susseguirsi dei personaggi cui ha dato vita, mentre al contrario la parabola dell’ex-Beatles è l’evoluzione talora imprevedibile e scomoda di un individuo di grande talento e sensibilità. Stranamente, Young Americans esce in un interregno che non vede dominare nessun personaggio bowieano definito. È il disco di un Bowie tornato estemporaneamente se stesso, entusiasta ma spaurito, un misto di determinazione opportunista, impudenza cotonata e strisciante fragilità. Ma c’è già una fase successiva che incombe. Dalla quale il rock uscirà cambiato in profondità.

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