L’insostenibile leggerezza del volo

Dopo la divertente ma anche illuminante lettura di Sarà vero, mi sono fatto incuriosire da un altro libro di Errico Buonanno. Un libriccino, a dire il vero, di quelli che t’invitano a riempirti una tasca e a tirarlo fuori nel momento opportuno al posto dell’onnipresente – onnipotente, immanente – smartphone (provateci: i compagni di viaggio in treno e di attesa dal medico ti rivolgono sguardi, come dire, emblematici). Si intitola Vite straordinarie di uomini volanti ed è stato pubblicato da Sellerio (sempre sia lodato) nel non troppo lontano 2018.

È un saggio, ma non si preoccupa troppo di essere divulgativo o analitico. Certo, lo è, e la carrellata di eventi, testimonianze e documenti storici non è frutto di invenzione. È semmai la sostanza di ciò che viene testimoniato a perdersi nella nebbia dell’inverosimile, della mitologia terrigna che puntella la percezione del reale. È come se prima dei lumi alla realtà mancasse qualcosa per essere pienamente percepita come realtà. Ed ecco che per compensare questa lacuna di senso, l’eccezionalità veniva percepita/raccontata/rappresentata come un vero e proprio sovvertimento della natura. Le persone straordinarie, per farla breve, volavano. Un fenomeno che si faceva beffe del pesante – la gravità – per sfociare in una leggerezza tanto più assurda quanto più significativa, ma soprattutto coerente alla natura straordinaria del personaggio in questione (santo o diavolo che fosse).

In altre parole, la facoltà di alzarsi in volo (quasi sempre, si badi bene, involontaria) nell’immaginario pre-illuministico certificava la straordinarietà divina o malefica: strega o santo, il volo ti spedisce dritto nella dimensione superiore, anormale, fa di te il prodigio che incombe (incombe, sì, come una minaccia: il prodigio è di per sé spaventoso, incute timore). San Giuseppe da Copertino, il prete ignorante, volava – come dire – random, imprevedibilmente, insensatamente (curioso il fatto che Cupertino, cuore della Silicon Valley, prenda il nome da lui: deve esserci dietro una qualche metafora, non credete?).

San Filippo Neri, il prete “spiritoso”, levitava durante la preghiera o nei momenti di trasporto emotivo. Santa Teresa, San Francesco: lo stesso. In tutti questi casi, colpisce il pudore dei protagonisti, che secondo le testimonianze pervenuteci avrebbero sempre cercato di mettere a tacere o comunque minimizzare le loro imprese volanti. Quasi sempre, va rimarcato, involontarie. Incontrollabili. Come capitava all’irresistibile zio Albert in Mary Poppins, allegramente condannato a volare ad ogni scoppio di risa.

Questo della leggerezza vista con diffidenza e spesso con ostilità da parte dei “normali” è solo uno dei temi del libro di Buonanno, ma è quello che mi ha colpito di più. Volavano davvero questi nostri antenati di cui la Storia ci tramanda le vicende, sempre e comunque opacizzate da un alone leggendario? Certo che no. Almeno, ne sono abbastanza certo. Ma attribuire loro questo potere da parte di chi ne tramandava le gesta significava collocarli su un piano diverso dall’umano, prodigioso certo ma più nel senso di “altro” che di “superiore”. Di conseguenza, all’individuo comune veniva consegnato un alibi: essere come quei prodigi (spesso solo persone molto sagge, coraggiose o caritatevoli) non è solo difficile, è impossibile, innaturale.

La leggerezza, nel modello che si è imposto secolo dopo secolo, continua a godere di una fama controversa. Zio Albert sarebbe considerato ancora adesso un freak, un elemento potenzialmente pericoloso perché inutile, anzi addirittura antisistema. Ma il volo oggi non rappresenta più una facoltà sovrumana: il progresso ne ha fatto una conquista, una prassi tecnologica. È emblematico quindi che il libro si chiuda col racconto dell’ultimo Icaro moderno, Franz Reichelt, il sarto parigino che il 4 febbraio del 1912 si lanciò dalla Tour Eiffel per testare il suo abito-paracadute, schiantandosi tragicamente al suolo. Volare, ormai, era diventata una questione industriale. E, naturalmente, bellica. In questo senso quindi codificata, misurata.

Non a caso, appena rimosso il corpo del povero Reichelt, furono effettuati dei rilievi sul punto dell’impatto: i suoi 62 chili sommati ai 9 dell’imbragatura precipitati per 57 metri, avevano prodotto una depressione di 15 cm sul prato. Un infarto, per fortuna, aveva fermato il suo cuore a metà del volo.