La serenità (im)possibile: Daisies Of The Galaxy

Era il febbraio del 2000. Di Daisies Of The Galaxy, come di altri album che amo, ricordo bene quando andai dal mio spacciatore preferito di dischi e cassette con il preciso scopo di farlo mio. In questo caso però il livello del dettaglio è, come dire, più sottile. Ricordo con lucidità il momento in cui ne toccai la copertina cartonata, la perplessità di fronte a quei disegni da libro per l’infanzia, la pressione dell’aspettativa che mi spinse ad acquistarlo a scatola chiusa. Il nuovo disco della band di Beautiful Freak ed Electro Shock Blues: vuoi pure assaggiare?

L’ascolto, a casa, prese subito il carattere della compulsività. Ne fui letteralmente ossessionato per settimane in quell’inizio di anno/decennio/secolo/millennio che coincise con una fase della mia esistenza assai eccitante ma non priva di preoccupazioni e profonde amarezze, a cui le canzoni di Daisies si legarono indissolubilmente. Immagino che sia per questo se nutro ancora oggi una venerazione ai limiti del sacro per il terzo album degli Eels. Qualche anno più tardi ne scrissi all’interno di una piccola, scapigliata monografia, di cui riporto qui sotto uno stralcio.

***

Terminato il tour di Electro Shock Blues, Mark Everett si mise subito al lavoro su Daisies Of The Galaxy, la cui uscita fu però congelata per alcuni mesi dalla Dreamworks, un po’ per lasciare al pubblico (e al mercato) il tempo di metabolizzare il bellissimo (e terribile) predecessore, un po’ per la mancanza di un pezzo da lanciare come singolo. La decisa svolta folk-pop che sconfessava gran parte degli slackerismi gotici precedenti – con la benedizione di Peter Buck e Grant-Lee Phillips, tra gli ospiti eccellenti anche del nuovo lavoro – lasciò interdetti i boss della label, restii a cambiare le carte in tavola di un prodotto vincente.

La situazione si sbloccò col compromesso di Mr. E Beautiful Blues, una frizzante e irresistibile canzoncina pop con l’inquietudine lasciata nell’ombra, sepolta dall’arpeggio brillante e dalla baldanza indolente, ché malgrado tutto “goddamn right it’s a beautiful day“. Scritta per la OST del film Road Trip (quarta opera di Todd Phillips, sì, quello di Joker), Mark accettò di includerla in scaletta obtorto collo, difatti neppure è indicata nella tracklist del retro copertina: tecnicamente si tratta di una ghost-track, annunciata però da un adesivo apposto sul front come espediente di ripiego da parte di una esasperata Dreamworks.

Malgrado lo scorno dello scorbutico Mr. E, ravvisabile nelle espressioni tutt’altro che entusiaste messe in mostra nel relativo video, la mossa si rivelò azzeccata e garantì un minimo di visibilità a un album che quanto al resto non si dimostrò in possesso di grande appeal radiofonico. Eppure, i quattordici pezzi del Daisies “Everett’s Cut” sono dei piccoli capolavori di pop raffinato e arguto: vedi la fierezza bucolica e autarchica di I Like Birds e A Daisy Through Concrete, il gotico fumettistico di Flyswatter e The Sound Of Fear, le dolcissime nostalgie di Jeannie’s Diary e della title track, oppure le malinconie a cuore stracciato di It’s A Motherfucker e Selective Memory (quest’ultima una delle più commoventi canzoni mai scritte dal Nostro).

Malgrado il piglio più rilassato – anzi forse grazie a questa ritrovata serenità – la scaletta non teme il confronto con il celebrato predecessore, definendo altresì un songwriting tanto agile quanto intenso, ludico e trepidante, capace di confrontarsi con giganti quali Lennon, Brian Wilson e Randy Newman, di ostentare orchestrazioni anche importanti però mai eccessive, sempre strettamente funzionali, rilanciando le istanze della tradizione senza mai sembrare fuori corso.

Il terzo millennio secondo Mark Everett iniziò quindi con l’apparente intenzione di fare pace coi fantasmi del precedente, di consegnarsi a una maturità più levigata, in grado di rinnovare l’arte del songwriting USA senza archiviare del tutto il senso di post-modernità che ne caratterizzava la calligrafia fin dalla prima sbandata per il trip-hop in generale e per i Portishead in particolare. Ben presto gli eventi torneranno a spennellare di nero il cielo sereno di Daisies: Mr. E si farà trovare (licantropicamente) pronto.

2 commenti

  1. In generale gli Eels lì reputo una sorta di algebra lineare, un’espressione variabile il cui risultato è sempre un nuovo elemento che si aggiunge nello spazio della musica. “Matrici” di una nella combinazione musicale propria. Mi piacciono tantissimo!!!

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