La bizzarria pop di Ivan Talarico (aka Volevo essere John Peel)

Ci sono sogni fatti da bambino e da adolescente che svaniscono. Ed è un gran bene, che lo facciano: sarebbe troppo imbarazzante ricordarli, figuriamoci poi doverli raccontare. Alcuni, invece, rimangono. Si consolidano. Rimangono sogni, con tutto il carico di sciocchezza e ridicolo, di romanticume narcisistico. Ma stanno lì, a occupare gli angoli, assieme alla polvere, ai promemoria, agli sguardi freddi. Ogni tanto tornano a trovarti, restano qualche istante, a volte una mezz’ora, si bevono qualcosa (che in realtà bevi tu) e poi via, a spolverare i promemoria e gli sguardi, diversamente dimenticati.

Un mio sogno adolescenziale era fare il DJ radiofonico. Avere un programma tutto mio. Poter decidere cosa dire, quale musica passare. Avere potere sui meccanismi misteriosi che determinano il successo di canzoni altrimenti destinate all’oblio. Da ragazzino, io, volevo essere una specie di John Peel, che il dio dei vinili lo abbia in gloria. Lo so: è un desiderio facile, e oltremodo patetico. Non posso farci niente. Come non posso evitare che torni, ogni tanto, a farsi vivo. A bersi un bicchiere (che bevo io). Magari quando, come è accaduto ieri sera, mi capita di ascoltare una canzone, uscita pochi mesi fa, e chiedermi: “perché non c’è stata una straccio di radio che abbia voluto spingerla, dal momento che in senso pop ha più numeri di quasi tutto il pop che mi è capitato di sentire negli ultimi tempi?

Ivan Talarico è, innanzitutto, un poeta (ha pubblicato due raccolte), ma è anche teatrante e cantautore. Nel maggio del 2019 ha pubblicato il suo primo album, Un elefante nella stanza. È un buon disco, prodotto da quel genio misconosciuto che risponde al nome di Filippo Gatti. Stilisticamente vario, fa girare le canzoni attorno all’abilità di Talarico nella costruzione di testi che giocano sul rovesciamento di senso, sull’assurdo, su un’ironia intrisa di consapevolezza (come sempre deve essere, l’ironia). Qualche volta le canzoni rischiano di essere solo dei siparietti/pretesto per la performance dell’autore, ma la maggior parte dei pezzi sono davvero buoni e alcuni buonissimi, benedetti da un’ispirazione che molti colleghi – ben più celebrati – si sognano. Soprattutto, hanno il coraggio di gettarsi nelle braccia dell’insolito, del bizzarro. Come quando in L’elefante sostituisce il termine “amore” con “elefante” o con – addirittura – “catarro”. E ci sta. Porca miseria, se ci sta.

Ma la canzone che ha scomodato il mio vecchio, patetico sogno da piccolo John Peel è un’altra, s’intitola Battito d’ali. Non sto a descriverla, vi lascio qui sotto la possibilità di ascoltarla. E mi tengo il sogno – il desiderio, la speranza – di sentirla per caso in qualche radio, a stuzzicare la possibilità che ci sia vita oltre la bolla delle playlist.

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