Solchi distopici in direzione utopia (rock): The Somnambulist – Hypermnesiac

L’estate scorsa ho avuto il privilegio – non saprei definirlo diversamente – di ascoltare in anteprima i master di un disco. Si trattava del quarto lavoro di una band che seguo da sempre, anzi è il caso di dire da prima che esistesse. L’ascolto mi entusiasmò. Non era ancora chiaro quando il disco sarebbe uscito, ma nel frattempo mi chiesero se avessi voglia di scrivere qualcosa: lo feci molto volentieri, con la facilità/felicità di quando scrivere è una coseguenza inevitabile dell’esperienza. Quel pezzo è poi diventato parte del comunicato stampa del disco stesso (la qual cosa mi inorgoglisce assai), e nell’imminenza dell’uscita mi sembra il caso di proporlo ai fedeli (?) lettori di Pensierosecondario. Prendetelo, se vi va, come un consiglio. Di cuore.

***

Marco Bianciardi iniziò a stupirmi molto tempo fa, nei primissimi anni del nuovo millennio. Fu forte, fortissimo l’impatto con la sua musica quando lo vidi su un palco con gli Elton Junk, band nella quale recitava il ruolo di batterista poco convenzionale. Uscito da quella situazione che già stritolava new wave, residui indie anni Novanta e farneticazioni psichedeliche di origine non identificata, per un certo periodo si mise in proprio, dimostrando che le architetture ritmiche non erano il suo unico ambito di interesse: scariche elettriche, vibrazioni acustiche, loop e panneggi sintetici, atmosfere tramate col filo di un suono che voleva essere proprio quel suono, un’attitudine slogata che dal kraut più estremo arrivava fino a certo intimismo folk, con tutto quel che potete immaginare nel mezzo (post-rock, no-wave, minimalismo, ambient eccetera). 

Spostatosi dal Chianti a Berlino (passando per Bologna e la militanza nei Caboto) e progressivamente dai tamburi a chitarra/voce, l’avventura sonora di Bianciardi proseguì come Hotel Ambiente e infine (infine?) come The Somnambulist, non il moniker di un solo-project ma una band vera e propria che giunge col qui presente Hypermnesiac all’album lungo numero quattro. Non starò a girarci intorno: è il loro capolavoro. La band suona compatta, fa affidamento su un interplay teso e dinamico, approdando a un linguaggio che non è mai sembrato tanto vicino al nucleo del proprio cercare. Perché se c’erano dei problemi in Moda Borderline, Sophia Verloren e in Quantum Porn, coincidevano con un molto che rischiava di chiedere troppo all’ascoltatore: autentici vasi di Pandora che eruttavano fiotti di riferimenti, suggestioni, svolte, risvolti, disarticolazioni, sviluppi. Una goduria auditiva, intendiamoci, però Bianciardi e compagni sembravano presupporre un ascoltatore bulimico, disposto sostanzialmente a tutto e anche qualcosa in più. Non che questo rappresenti una colpa, lo direi anzi un merito (sia pure donchisciottesco) in questi tempi di ascoltatori qualunque e comunque, di ascolto-intercapedine, di ascolto-lubrificante tra un momento a perdere e il successivo. Tuttavia, l’ascoltatore ipotizzato dai lavori precedenti dei Somnambulist sarebbe stato raro anche nei bei tempi andati, quando il rock era una forma espressiva cruciale. Hypermnesiac invece “produce” un ascoltatore più agile – ferma restando l’audacia, la tensione, il senso di frattura connaturato a un linguaggio autenticamente rock – grazie a una sintesi che, pur rimanendo molto strutturata, arriva al punto con efficacia inedita. 

Che nei suoi progetti Bianciardi abbia sempre cercato, è fuori discussione: una ricerca meticolosa, tenace, ossessiva, febbrile. Un suono che significasse scarto, vibrazione, scossa, sguardo nella crepa. Il timbro cavernoso della sua voce – un Mark Lanegan coi mostri ancora vivi sotto il letto – si avventura per quaranta minuti tra tumulti wave masticati industrial e tardo-grunge, disposti a slogature jazz e sussulti funk ad alto tasso cinematico (non a caso molti pezzi erano stati pensati in origine come sonorizzazione di un film muto del 1964 – Film – con Buster Keaton, sceneggiatura di Samuel Beckett), a oltrepassare i margini messi a dura prova da una piena emotiva decisamente ombrosa ma a tratti, come dire, fiammeggiante. L’avvitarsi distopico di Film e della matematica No Use For More (il pezzo che potrebbe mettere d’accordo i nostalgici di Shellac e Screaming Trees), il dissesto psichico di At Least One Point At Witch Is Unfantomable (titolo che cita Freud, ma il pezzo fa venire in mente i Police “junghiani” di Synchronicity presi a calci dai Fugazi), il rovello emotivo di Doubleflower e Tom’s Still Waiting, gli spigoli ringhiosi e l’amarezza di No Sleep Until Heaven, infine la meditazione jazz di Ten Thousand Miles Longer (strattonata però da febbricole e incandescenze June Of ‘44): questo, con un po’ di approssimazione e in estrema sintesi, il materiale che ribolle in un disco che ascolto dopo ascolto sembra rivelare e sottrarsi, come un codice che riproduce continuamente il proprio segreto. Un codice, certo, con un messaggio che ribolle sotto la filigrana della pura suggestione sonora e testuale, il cui senso si delinea un attimo prima di sottrarsi allo sguardo.

Hypermnesiac mette nel mirino senza retorica una dimensione di crisi nel/del presente, una crepa nel ghiaccio sottile dell’equilibrio tra umano e post-umano, nel quale l’eccesso di memoria (l’ipermnesia, appunto) è la situazione patologica standard, un trauma reiterato che cronicizza l’impossibilità di tracciare il perimetro del sé, il confine tra quello che siamo e che non vogliamo essere. Non è solo un gran bel disco: è un disco importante. Un disco che intende segnare il tempo in cui vede la luce. È rock che non rinuncia a credere al linguaggio del rock, che nella sua essenzialità è – deve essere – una frattura del sentire, una discontinuità nel cuore stesso di ciò che diamo per compreso, accettato, consolidato. Se esiste una strada che permetterà al rock di tornare a parlarci con la forza che ricordiamo, passa da dischi come questo. 

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