Battisti: un mistero in piena luce

Ho passato le ultime due settimane ad ascoltare Battisti, a leggere di Battisti, a riflettere su Battisti, a farmi sorprendere (di nuovo) da Battisti.

Il tutto con l’obiettivo di contribuire alla riuscita della quarta puntata di Vermut Underground, la trasmissione radiofonica che conduciamo io, Ivo e David (un trio collaudato che però ben poco potrebbe senza l’abile Mirco alla console e l’impeccabile Claudia in regia). È andata che la mole di notizie, dettagli, curiosità, valutazioni e ipotesi che ci eravamo preparati ha finito per eccedere e non di poco le due ore a disposizione (considerato il giusto spazio che sempre riserviamo alla musica). Un po’ me lo aspettavo. Anzi, ero certo che sarebbe andata così.

Durante queste due settimane di preparazione ho recensito il nuovo disco di Brunori SAS. Il contrasto tra il buonsenso appassionato del buon Dario e la febbre di avventura organica al processo creativo di Lucio, è servito se non altro a ribadire concetti che ahimé mi erano abbastanza chiari da tempo: non siamo (un “siamo” che intende comprendere tutti i soggetti dell’ecosistema musicale, cioè musicisti, produttori, editori, compilatori di playlist – umani o algoritmici -, agenti, manager, ascoltatori o utenti che dir si voglia…) più in grado di valorizzare il pop come prodotto di ricerca, come effetto desiderato di un’attitudine avanguardistica, un pop che contenga elementi di sorpresa anche scomodi, capaci di scuotere il catalogo delle aspettative, e quindi in grado di suonare intrigante, di conquistarci con la sua quota di stranezza e inaudito. Tutto ciò è tagliato fuori da una prassi sempre più proiettata alla pianificazione di forme, formati e stili necessaria al trattamento del prodotto-canzone secondo i parametri delle playlist, così da garantire il massimo dei passaggi radiofonici, sulle piattaforme di streaming e negli utilizzi collaterali (tipo gli assai remunerativi spot). All’apparenza brillante, dinamica, intrigante, ma strutturalmente confortevole e conformista: ecco, in tutta la sua terribile efficacia, la canzone pop all’epoca dello streaming.

Uno degli aspetti più interessanti di Battisti – visto da qui, anno 2020 – è la quota di avventura e mistero che la sua musica e la sua vita sono ancora in grado di custodire ed esprimere. La distanza tra l’artista celeberrimo, un vero e proprio monumento della canzone nazionalpopolare italiana, e il musicista di ricerca e frattura (quello che dopo essersi ingraziato il pubblico di Sanremo e dei jukebox decide di sfornare un album di blues rock aspro e strumentali para-prog come Amore non amore, ma anche quello che dopo aver ridefinito le possibilità del pop orchestrale se ne esce con un album meravigliosamente indefinibile come Anima latina) è tanto grande quanto inesplorata a livello di grande pubblico, che oltretutto ignora la formidabile pentalogia finale con Panella (preferendole magari l’appiccicosa imitatio degli Audio 2).

Scomparendo dai radar, Battisti aveva capito già nei 70s – lo aveva capito con la sua cultura basale, attraverso il suo amore/ossessione per la musica e la ricerca di parole che esprimessero il suo vocabolario emozionale – quanto all’espressione fosse necessaria una presa di distanza se necessario anche conflittuale con i codici della comunicazione (sempre più pervasivi e invadenti).

Battisti sapeva l’importanza del mistero, dello sconcerto, dell’ambiguità, della disputa sottile e labirintica tra allusione ed elusione. Anzi, non l’importanza: l’inevitabilità.

Non possiamo non dirci battistiani, che lo si ami o meno. Con le sue canzoni più celebri, come quasi tutti, sono cresciuto. Eppure credo di averlo ascoltato davvero per la prima volta a diciannove anni: fu uno dei migliori effetti collaterali del servizio militare. Ascoltavo cassette piene di canzoni note e ignote nell’autoradio di un commilitone, sulla branda nei pomeriggi noiosi, in treno. Ascoltavo, tra gratificazione e sorpresa, entrando e uscendo dalla comfort zone. In definitiva, rispetto a Battisti questo sono rimasto: un ascoltatore, non un cultore.

Perciò negli ultimi giorni è stato sorprendente scoprire dettagli che mi erano sempre sfuggiti o che avevo dimenticato. Ad esempio, che poche ore dopo il “rooftop concert” con cui i Beatles si congedarono dal mondo (tecnicamente non fu così, ma poeticamente certo che sì), Lucio Battisti esordiva sul palco del Casinò di Sanremo, di fatto celebrando la sua epifania nel mondo del pop: correva il 30 gennaio del 1969, e mi perdonerete se vengo preso dalla tentazione di vederci una sorta di passaggio di consegne. Oppure, tra le altre cose, che l’ingegnere di Abbey Road responsabile dei suoni di uno degli album più enigmatici di Battisti – Il nostro caro angelo, del 1973 – era nientemeno che John Leckie, già all’opera con Lennon, Harrison e Pink Floyd, futuro produttore per Magazine, The Fall, Stone Roses, The Verve e Radiohead (in The Bends il suo assistente Nigel Godrich divenne, di fatto, il sesto componente della band di Oxford). Curioso questo azzeramento dei gradi di separazione tra Battisti e Radiohead, che in qualche modo sembra volermi spiegare perché da anni Il nostro caro angelo è uno dei lavori battistiani che più mi affascinano.

Poi ancora, e soprattutto, mi si è rivelata una possibile interpretazione in chiave omosessuale di una canzone che non avevo mai troppo considerato, L’interprete di un film, lettura che si riallaccia a Io gli ho detto no (contenuta appunto ne Il nostro caro angelo) e che si riverberebbe su tutta la scaletta di Io tu noi tutti, album del 1977.

Sono solo alcuni temi dei molti che ancora Battisti dimostra di essere ancora in grado di sollevare, mantenute vive dal loro carico di enigma che intravedi dietro la pelle ammaliante, dalla loro natura sfuggente e labirintica, dallo scorrere ora fluido e ora aspro tra allusione ed elusione, tra istinto e calcolo, tra amore e non amore.

Ecco, credo che infine una delle qualità più preziose di Battisti sia misurabile nella capacità di coltivare il pop come una propaggine del mistero, che rimane in agguato anche quando tutto sembra accadere in piena luce.

Di questo e di molto altro parla la quarta puntata di Vermut Underground, che potete ascoltare qui.

6 commenti

    • Grazie Loredana, questa puntata è stata un po’ sfortunata, l’ospite telefonico era irraggiungibile, io con febbre e il picco dell’infreddatura, la telefonata della ragazzina al cordless che tenevamo a portata di mano nel caso l’ospite recuperasse la linea… Ma è bello vivere tutti gli inconvenienti con entusiasmo e una certa incoscienza 😁 Un abbraccio!!

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      • Sì, infatti, gli inconvenienti servono a mettere più pepe alla trasmissione. Ti assicuro che niente ha dato fastidio. Me la sono risentita anche oggi. Un abbraccio e alla prossima.

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