Recensioni Antipatiche Sas

Ogni tanto mi capita di scrivere una recensione antipatica. No, aspetta, ovviamente TUTTE le recensioni lo sono: antipaticissime. Intendevo dire che ogni tanto mi capita di scrivere una recensione particolarmente antipatica. Lo so, sarebbe meglio evitare, ma questo vizio (ok: viziaccio) di far andare le dita sulla tastiera ogni volta che qualcosa mi s’ingarbuglia in testa, lo avrete capito, non mi lascia scampo. È in parte una terapia, un modo per spurgare fantasmi, a cui si aggiunge il conforto che in fondo un’opinione non ha mai ucciso nessuno, più un pizzico – concedetemelo – di onestà intellettuale. Nel caso specifico, mi preme sottolineare che non scrivo di un disco se non ho voglia di scriverne, e su Brunori Sas sentivo il bisogno di chiarire un paio di cose da tempo, forse anche a me stesso.

Visto che ho iniziato a sottolineare, continuo a farlo: quando mi accingo a scrivere una recensione, parto sempre da una valutazione istintiva, una roba basale del tipo “mi piace”, “non mi piace”, “mi piace molto”, “mi piace poco”, eccetera. Questo è e deve essere il cuore della recensione, il movente. Dopo viene l’analisi, la parte in cui cerco di organizzare le sensazioni di partenza in un senso il più possibile compiuto, in una motivazione, sfrondata magari da idiosincrasie personali. Ed ecco che è nata, in tutta la sua fragrante inutilità, una recensione.

Tornando al caso specifico, Dario Brunori mi sta simpatico a pelle e nella sostanza, ma le sue canzoni non mi dicono molto. È così più o meno da sempre. Perché? Dovendo sintetizzare al massimo quello che nella Recensione Antipatica esprimo (spero) con maggiore compiutezza (sia chiaro: ho dovuto tagliare anche in quel caso), Brunori mi sembra un campione di aura mediocritas in tempi che hanno visto il livello della proposta pop appiattirsi sugli standard imposti da una pianificazione sempre più sistematica. Il suo è pop, e in questo non c’è nulla di male, anzi. Ma è un pop che ti fa accomodare in una comfort zone fatta di conferme rassicuranti, arguzie senza anomalia, turbamento senza perturbante. E lo fa nel momento stesso in cui confessa in ogni arrangiamento, melodia, interpretazione e persino nei testi la discendenza da numi tutelari quali Dalla e De Gregori, da un cantautorato cioè che mirava al successo radiofonico senza rinunciare allo (anzi: facendo perno sullo) sconcerto, all’anomalia, alla struttura spiazzante, al verso perturbante.

Si tratta di un fenomeno generale di cui Brunori è solo uno dei sintomi. Il punto è: perché il pop (italiano) non sa più essere scomodo, bislacco, alieno rispetto alla normalità? Perché laddove prova a oltrepassare la linea del comfort smette subito di essere pop(ular), viene cioè sistematicamente rifiutato ed espulso dall’airplay? Un esempio? Riccardo Sinigallia. Il quale, sia detto per inciso, rispetto a Dario Brunori – non ce ne voglia il calabrese – è musicalmente un Brian Eno e liricamente un Vittorio Sereni. Ma dal punto di vista delle playlist Sinigallia è poco trattabile, catalogabile, taggabile. Non è affabile, non rassicura. Anzi: nelle sue canzoni avverti zone d’ombra abbacinanti, il fiato corto delle parole e il passo lungo di quello che non si può dire se non procedendo come un acrobata tra elusione ed allusione, ti ritrovi a dover decifrare (non sempre riuscendoci) emozioni e sensazioni raggomitolate nell’incrocio cieco di corpo e anima, e via discorrendo.

In Brunori tutto è invece chiaro. Lo ascolti, ed è tutto lì, empatico, ironico, appassionato, moralmente riconoscibile e condivisibile, decifrabile e (quindi) schierato. Lo ascolti, e non restano che poche particelle di mistero, anzi pochissime, quasi niente: e cos’è la musica – persino il pop – senza mistero? Soprattutto: è quello che vogliamo davvero?

3 commenti

  1. Per convenienza temporale (l’esordio solista è del 2009) fu inserito nel calderone indie nostrano, trasformatosi geneticamente poi in itpop. Un’onda lunga che Brunori ha voluto coscientemente cavalcare. Quando uscì A casa tutto bene dissi -probabilmente colto da indigestione Brunori, ma oggi confermerei – che poteva benissimo rientrare tra i 25 dischi italiani migliori di sempre. Non tanto come livello di cantautorato -piuttosto entry level–ma perché focalizzava l’istantanea di un’Italia che è specchio culturale e sociale della classe dirigente che la manovra. Per questo il confronto con il Cantautorato dei Dalla o i De Gregori è impietoso, poiché anch’esso era il riflesso di un’Italia, ma decisamente diversa, intestina, tumultuosa, il cui mistero e la penombra erano parte integrante della narrazione. Oggi, la comfort zone di cui parlavi mi sembra tanto democratica quanto accessibile, motivo per cui non credo che ascolterò -oltre al singolo very comfortable- Cip.

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