Devitalizzazione: Il feudo di David Lopez

Jonas è giovane, ed è un pugile. Una promessa della boxe, come si dice. Eppure no, non lo è. Talentuoso nello schivare i colpi, non sembra troppo interessato a metterli a segno. A combattere. A dare il massimo per spremere dal proprio talento una prospettiva. No, non c’è nessuna prospettiva: tutto si esaurisce nelle giornate con gli amici, nella meticolosa messa a punto di strategie – pratiche e ripetitive – per ammazzare il tempo, i giorni. Sigarette, spinelli, alcool. Uno stordimento costante, quasi sempre a bassa intensità, senza rabbia perché non c’è motivo – né abbastanza prospettiva, appunto – che la giustifichi.

Il feudo, mai nominato nel romanzo, è la dimensione chiusa di una periferia assoluta, i cui confini – invisibili ma reali – sono stati resi invalicabili da un lungo, sistematico processo di demotivazione: la grande città è un’entità fuori portata, una dimensione priva di punti di accesso, quasi mitologica ma priva di fascino perché il fascino dovrebbe sbocciare da possibilità e prospettive che – appunto – non esistono.

Il fulcro tematico di questo romanzo d’esordio del francese David Lopez, classe 1985, non sta tanto nell’indolenza generazionale quanto nella tensione implicita – nel protagonista e, di riflesso, nei comprimari – costantemente veicolata in attività senza sbocco, descritte con puntiglio maniacale, quasi che la prassi (giochi di carte, rollarsi una canna come si deve, praticare petting e cunnilingus a una ragazza, fasciarsi le mani prima di un match…) sostituisse il senso del vivere, dell’esserci. C’è come un “feudo” interiore al protagonista/io narrante, mimetico a quello esteriore – il paese, il giro di amici (pusher compresi), il padre (altrettanto demotivato), la ragazza (di un’altra categoria, con possibilità e ambizioni reali, e quindi sul punto di lasciarsi tutto alle spalle) -, che impedisce al pensiero di oltrepassare l’azione: i gesti diventano quindi essi stessi confini invalicabili, elementi di un fare incapace di astrazione, ambizione, prospettiva (appunto).

Tutto si consuma in uno scenario quieto, anzi: sedato. In ogni caso ben lontano dal tumulto febbricitante e dal senso di sgretolamento sociale raccontato un quarto di secolo fa da La Haine, quasi a suggerire che nel frattempo la questione delle banlieue sia stata risolta (o si stia tentando di risolvere) grazie a un sistematico e diffuso intervento di devitalizzazione. Quando lo scontro avviene – nel capitolo più lungo e teso – è una vampa tanto rabbiosa quanto inconsapevole, provocata da uno stato di ebbrezza terminale e disperata, dopo che l’aggressività era rimasta nei ranghi per ore, come un ordigno senza innesco.

Potrebbe sembrare una rappresentazione inconciliabile con quella della cronaca, che da mesi ci racconta la protesta non di rado aspra dei gilets jaunes (raccontata – anche se solo en passant – da Houellebecq in Serotonina): in realtà si tratta di un fronte diverso, lì più politico e classista, qui legato a schemi culturali che si situano alla fonte, dove si consuma una disaffezione preventiva, l’incapacità di appassionarsi e farsi coinvolgere da tutto ciò che riguarda il consesso sociale. Lopez sembra voler dire: attenzione, perché mentre infuria la battaglia l’esito della guerra si sta decidendo nelle retrovie.

La vicenda si svolge per quadri, non c’è un reale sviluppo se non il procedere verso un fatidico match, come del resto si conviene ad ogni romanzo sulla boxe (che, almeno nei casi migliori, non è mai soltanto un romanzo sulla boxe). L’esito dell’incontro – che poi è una rivincita, e anche questo mi pare emblematico – non sto certo a dirvelo. In ogni caso, sfogliata l’ultima pagina non aspettatevi nessun senso di liberazione: la tensione è ancora lì, inerte, intrappolata in un loop/limbo che ha tutta l’aria di voler rappresentare, più che un luogo e una situazione ben definiti, uno degli aspetti primari del presente.

Quasi dimenticavo: la musica. La banda di “zulu”, ovvero gli amici di Jonas, ascoltano – va da sé – musica rap. Il loro linguaggio ne è pervaso, ma non c’è ostentazione gergale, non “suona” come un tag generazionale, al contrario trasmette un bisogno di fiducia, di vicinanza, di protezione reciproca contro un “esterno” che è assieme ostile e distante, indifferente e altro. Quando Poto – uno degli “zulu” – dice di non voler andare in uno di quei locali “infestati di rockettari o punk”, capisco cosa intende. Lo capisco benissimo. E mi fa male.

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