I never explain anything: Bowie, i R.E.M. e il rock come mistero

Mr. Banks: Just a moment, Mary Poppins. What is the meaning of this outrage?
Mary Poppins: I beg your pardon?
Mr. Banks: Will you be good enough to explain all this?
Mary Poppins: First of all I would like to make one thing perfectly clear.
Mr. Banks: Yes?
Mary Poppins: I never explain anything.

Il celebre scambio di battute tra Julie Andrews/Mary Poppins e David Tomlinson/Mr. Banks ogni volta mi procura un brivido. È il centro enigmatico e rivelatore del film, il momento che ne illumina il meccanismo e le forze profonde. Mary Poppins è un capolavoro proprio perché nel suo rutilante susseguirsi di sketch visionari e situazioni oniriche conduce un gioco in filigrana, assieme frizzante e oscuro, che ruota attorno al tema del conflitto tra libertà e civiltà. La tata magicamente”perfetta” Mary è il punto in cui le istanze educative e immaginifiche si incontrano generando un equilibrio surreale, impossibile ma irresistibile, un richiamo che appena udito ti costringe a farci i conti per sempre. Ma – è questo il punto – tutto ciò non è spiegabile, deve rimanere nell’ombra, allo stato di simbolo o allegoria, perché spiegarlo significa consegnarlo al controllo della ragione, e quindi comprenderlo, normalizzarlo, neutralizzarlo. “I never explain anything” quindi non significa per Mary difendersi in corner, ma alludere – nel momento stesso in cui elude ogni spiegazione – alla polpa, al senso, al cuore di tutto. Mr. Banks ci arriverà soltanto dopo un folgorante calvario, e si tratterà di un’illuminazione profonda, definitiva.

Ho ripensato a questa scena un attimo dopo aver letto il bellissimo articolo di Carlo Bordone sui R.E.M. (in Rumore n°336, gennaio 2020), un pezzo di testa e di cuore che ha il solo difetto di non essere lungo il doppio o il triplo. Tracciando una storia, come dire, sentimentale della band di Athens, Bordone non rinuncia a piazzare una delle sue sintesi formidabili: “Il mistero. Tutto nasce da lì (…) La storia dei R.E.M., così come quella del rock e in sottordine dell’indie rock, è un lento, progressivo e inesorabile allontanarsi dal mistero. (…) Detto in altri termini, è stato un processo di secolarizzazione“. È un concetto che mi trova in larghissima parte d’accordo. Se c’è un aspetto dei primi R.E.M. che sconcertava (nel senso che infastidiva e attraeva allo stesso tempo) pubblico e critica, era l’oscurità dei testi, cantati peraltro (e non certo per caso) in modo poco comprensibile da Michael Stipe. A fronte di ciò, la band sceglieva sistematicamente di non pubblicarli. Il primo testo presente nelle note interne di un album fu quello di World Leader Pretend, altezza Green, anno 1989: quando cioè erano già un’altra band, decisa ad affrontare la propria – ebbene sì – secolarizzazione.

Il mistero agisce nel rock fin dai primi passi: i primi rocker – Elvis su tutti – piombano nell’immaginario collettivo come alieni. Sono sconvolgenti, oltraggiosi e – soprattutto – incomprensibili, perciò intrigano i più giovani e irritano (scandalizzano, spaventano) gli adulti. Al di là dell’aspetto sensazionalistico, nel rock agiscono fin da subito fantasmi antichi: di Elvis si ricorda il ruolo rivestito dal formidabile movimento del bacino (“The Pelvis“) per abbattere le convenzioni del palcoscenico e chiamare in causa elementi fino ad allora esclusi dal gioco (inerenti in primo luogo il corpo e la sensualità), ma fu altrettanto importante il lato evocativo, la ridda di significati profondi che ne innervavano la musica, i testi e la voce, il plotone di spettri che si muovevano sottotraccia, il “Mistery Train” (Greil Marcus docet). Vale, ovviamente, per ogni forma d’arte: dai corvi neri di Van Gogh al monolite di Kubrick, dall’attesa di Beckett al castello di Kafka. Il mistero è un gorgo, il codice che attiva il meccanismo del riconoscimento e della frattura. E deve rimanere tale. “I never explain anything“.

A pensarci bene – e qui la mia opinione in parte diverge da quella di Bordone – il rock è stato cruciale proprio perché e finché ha mantenuto questa capacità di “secolarizzazione del mistero”, cioè fino a quando le 4000 buche a Blackburn dei Beatles, il fantasma dell’elettricità di Dylan, l’ascia di Eugene dei Floyd, la corte del Re Cremisi dei – vabbè – King Crimson e via andare fino alla scimmia con velleità di paradiso dei Pixies e all’innominato “qualcosa” – una presenza? Un intralcio? Di nuovo un fantasma? – dei Nirvana hanno saputo sciamare nella dimensione popolare, rapire i pensieri di milioni di persone (di ragazzi) plasmando la loro percezione della quotidianità, di se stessi.

Bordone prosegue con un’ipotesi assai suggestiva, cioè che il mistero oggi sarebbe reso impossibile dal web, ovvero dalla sua tendenza a renderci in grado di svelare tutto in pochi click: “(…) le distanze si sono annullate e le geografie immaginarie non esistono più, perché la comunicazione è istantanea, perché la musica si consuma in modo diverso, perché tutto è alla luce del sole (…)”. In questo scenario, un’avventura come quella dei R.E.M. – quel loro procedere mantecando lo struggimento, le speranze, le vampe di furibonda auto-affermazione in una densa caligine di mistero – è da considerarsi sostanzialmente irripetibile. Ripeto: sono d’accordo, non posso non esserlo, ma con qualche distinguo. Uno su tutti: il mistero è ancora possibile, e lo ha dimostrato in maniera clamorosa un disco uscito nel gennaio del 2016. 

Di Blackstar avremmo dovuto/potuto sapere tutto prima e dovremmo sapere tutto oggi, anche tenuto conto della visibilità di una stella (!) come Bowie e di tutto ciò che è accaduto a ridosso della pubblicazione. Ma attorno (dentro) a quel disco Bowie ha saputo costruire un enigma così complesso, stratificato, ramificato ed evocativo da resistere dopo anni di distanza (anche alla potenza analitica reticolare del web), proponendosi come un mistero ancora sfuggente, perciò intatto. Una sfida alla nostra capacità di capire che si nutre della nostra stessa sensazione di avere capito, che addirittura sembra diventare più denso quanto più i tentativi di interpretarlo si avvicinano (credono di avvicinarsi) al cuore dell’enigma. Un po’ come capita da decenni per il monolite di Kubrick, per il fantasma dell’elettricità di Dylan, eccetera. Bowie ci ha salutati con un ultimo gesto formidabile e meravigliosamente inesplicabile. Aggiungo: non vi pare che il suo “I Can’t Give Everything Away” abbia molti punti di somiglianza – pur mantenendo alcuni gradi di elusività – con l’ormai proverbiale “I never explain anything” di Mary Poppins? 

Si è trattato di un caso isolato? Il colpo di coda di un artista immenso e che quindi pochissimi possono permettersi? Sul valore, il senso e la statura di Blackstar credo che ancora discuteremo a lungo, intanto però siamo in grado di sintetizzare un segnale abbastanza chiaro: il mistero non è impossibile, ha solo cambiato forma e ubicazione. Per continuare ad essere tale, il mistero deve imparare nuove strade, nuove strategie di elusione, deve familiarizzare con nuove categorie di simboli, misurarsi con gli equilibri di presenza e assenza nella centrifuga dei media esplosi in senso web e social. Deve delimitare nuove geografie immaginarie. Deve tarare i meccanismi, la grammatica e l’intensità della finzione (non deve smettere di farlo mai).

Leggere le classifiche di fine anno o i consuntivi dedicati agli anni Dieci ha consolidato in me una convinzione un po’ malinconica ma – ahimé – attendibilissima: non riesco più a tenere il passo delle uscite, a coprire lo spettro del presente musicale. Me ne sono fatto una ragione da un pezzo. Ma una cosa credo di essere in grado di sostenere: quel poco che conosco e che mi ha affascinato negli ultimi anni è caratterizzato da un aspetto abbastanza marcato, ovvero da qualcosa di inesplicabile che alle mie orecchie suona (ai miei occhi appare) più o meno alieno, inquietante, persino minaccioso. Non intendo sostenere che siamo in presenza di un’epidemia di stelle nere bowieane, ci mancherebbe, tuttavia alcune “strane presenze” non sono certo mancate, particelle oscure, inesplicabili. Le ho avvertite nell’invettiva aspra e visionaria dei Protomartyr, ad esempio. O nell’oscurità lacerata dei Low. Oppure nelle acidità sfrangiate dei Tame Impala, nelle movenze amniotiche dei Destroyer, nei fasti rettiliani di Sons Of Kemet, nel codice opaco di Rustin Man, nella foschia vischiosa di Hugo Race. O ancora nell’autodafé ventrale di Any Other, e infine nell’idioma evocativo e armato di Cesare Basile. Mi pare proprio che il rock – e dintorni – non abbia alcuna voglia di soffocare l’attitudine all’impenetrabile, allo sfuggente, all’ineludibile richiamo dell’inspiegato. Sì, Mary, abbiamo capito e te ne siamo grati: “I never explain anything“. 

Certo, se il rock sta conducendo una battaglia (personalmente credo che sia ancora così), è di quelle sporche e difficili, giocata in retroguardia e quasi sempre a bassa intensità. Con poche, forse nessuna possibilità di vittoria finale. Ma l’ultima cosa che il rock sembra disposto a fare è: arrendersi. Mentre giustamente rimpiangiamo i R.E.M., i David Bowie e tutti gli altri, mentre assistiamo al dominio di un’epoca che sta imponendo le sue prassi e i suoi codici all’insegna di un’implacabile pianificazione, non dobbiamo fare l’errore di trascurare questi segnali. Probabilmente il rock non tornerà ad essere cruciale, eppure, anche se le maglie del presente appaiono sempre più vigilate e strette, qualche mostriciattolo sembra ancora in grado di attraversarle, di comparirci di fronte con l’intenzione di toglierci il fiato. Fottendosene delle spiegazioni.


12 commenti

  1. Il più grande alleato del mistero è l’indifferenza/incapacità di cogliere le scie più luminose e visibili dentro il mistero stesso.
    Blackstar è un caso emblematico, quando a novembre uscì il singolo lo fece quasi in sordina, pochi badarono all’immensa simbologia del brano. Idem per Lazarus qualche settimana dopo, o nelle 48 ore di indeterminatezza del disco (una quasi resurrezione). Poi capimmo che il disegno era più grande…

    Piace a 1 persona

    • Ti capisco, Federico. Quel tipo di mistero probabilmente è irrecuperabile. Ma la possibilità di suonare enigmatci, evocativi, enigmatici, pure stando alle regole dei tempi del web, ancora c’è. Blackstar è un’eccezione, certo, ma anche un segnale, la prova eclatante che è possibile giocando a stratificare, spiazzare, disturbare, sottrarsi. Il gioco si fa molto più complesso, ma è una sfida che qualcuno ha voglia di continuare a giocare. Di nomi ne ho fatti qualcuno, ma ce ne sono altri (uno lo sto ascoltando anche adesso).

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    • Ti capisco, Federico. Quel tipo di mistero probabilmente è irrecuperabile. Ma la possibilità di suonare enigmatci, evocativi, enigmatici, pure stando alle regole dei tempi del web, ancora c’è. Blackstar è un’eccezione, certo, ma anche un segnale, la prova eclatante che è possibile giocando a stratificare, spiazzare, disturbare, sottrarsi. Il gioco si fa molto più complesso, ma è una sfida che qualcuno ha voglia di continuare a giocare. Di nomi ne ho fatto qualcuno, ma ce ne sono altri (uno lo sto ascoltando anche adesso).

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  2. […] Sia come sia, I Can’t Explain rimarrà per decenni tra i numeri immancabili nei travolgenti live della band. E non mancherà di colpire anche il giovanissimo David Bowie, che qualche anno più tardi – in quel 1973 che lo vedeva ormai assurto al rango di fenomeno marziano – la inserirà nel suo album di cover Pin Ups, indicandola di fatto come una delle canzoni segnanti della sua formazione. Del resto, il senso di Bowie per l’ineffabile, per ciò che non si può esprimere dicendo e per quello che si esprime meglio non dicendo, non si sarebbe certo esaurito qui. […]

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