La voce (di Michael Stipe)

La voce. Non è solo uno strumento. La voce è l’innesco, l’innesto, il punto di congiunzione e di attrito. Dove tutto acquista senso, o lo disperde. Può arretrare, certo, mimetizzarsi, nascondersi, immergersi (volutamente) nel flusso sonoro. Non esserci (certo). Ma, se c’è, di una canzone la voce resta comunque la breccia, la ferita che più brucia a contatto con l’esterno, e quell’esterno siamo noi che con la voce dobbiamo dialogare. Un brulicare batterico di significati nel timbro, nella grana duttile o pastosa o severa, in quella stratificazione di umori che attraversano l’aria allargandosi in onde rotonde (cit.), organizzandosi nella quadrature dei fonemi e delle parole.

La voce.

Mi sono chiesto tante volte se i R.E.M. sarebbero (stati) comunque i R.E.M. senza la voce di Michael Stipe. La risposta è scontata: sarebbe stata lo stesso una grande band, ma non la stessa band, né – credo – così grande. Negli anni Ottanta che mi videro adolescente e quindi intriso fino alle ossa di sbrigatività, affamato di sensazioni forti (cit.) meglio se prive di risvolti, la voce di Stipe rappresentò un richiamo. Ascoltavo i R.E.M. consapevole dell’anomalia che rappresentavano rispetto ai miei soliti ascolti (terrificanti): e lo dovevo quasi esclusivamente alla voce di Stipe.

A due canzoni in particolare, Fall On Me e Talk About The Passion, mi aggrappai con una passione ai limiti del morboso: per i loro ritornelli – così diversi eppure simili – provavo un fascino indecifrabile, assieme a una strana specie di timore, perché provenivano da un luogo che sentivo familiare, ed era esattamente quello che non volevo. Perché era il luogo del tremore, dei dubbi, dei sentimenti indecifrabili, del bisogno di aprirsi al rischio del molto e del poco, del senso di vuoto, della vertigine di dover saltare. Di non poter fare che questo: provarci, saltare in quel ventre esposto, in quella strada senza barriere di protezione, in quel sogno malato, in quella febbre che era la vita. Mi chiamava, mi pretendeva, ed era quello che non volevo.

La voce di Michael Stipe non era (non è) rock, folk, soul o chissà cosa. È quello che ti aspetti di sentire nel momento in cui il tuo più profondo desiderio sta per compiersi o sfumare. È la volontà che vibra quando sbatte contro la realtà, è la testardaggine sul punto di mollare la presa, è una sconfitta che forse, cazzo, forse stai per rovesciare. È il momento in cui prendi coscienza (di qualcosa, di una sciocchezza, di tutto), ed è una sensazione talmente grande e forte che senti di non poter fare altro che cambiare. È avvertire la carezza del sole sulla pelle mentre stai gelando nell’aria immobile e scura di camera tua, mentre fuori c’è un inverno cementizio, e dentro sei nel mezzo della tua adolescenza immortale.

La voce di Michael Stipe, sola, non ha senso. Sarebbe come una camera senza pareti, uno sguardo senza volto. Ma della voce di Stipe c’è comunque bisogno: per sentire che il tempo non è un viaggio di sola andata, che sei ancora tu, qui, mentre tutto è diverso.

Se Michael Stipe compie sessant’anni, non possiamo che smettere di credere agli anni, e riporre tutta la fede rimasta nei dischi, nelle canzoni, nella sua voce viva, giovane, ferita. Nella giovane ferita della sua voce, ancora viva. Sempre viva.

9 commenti

  1. La voce dei cantanti è uno strumento musicale, per conto mio il più importante in assoluto in un gruppo. Lo si capisce bene quando lo stesso brano cantato da qualcun altro può diventare un gioiello o un disastro a seconda di chi canta l’originale o la cover. In secondo luogo c’è il gusto personale. Io ad esempio non sopporto la voce di Mina o di Lucio Battisti (😂 non so cosa farò per la prossima puntata di vermut underground 😂) benché sia consapevole che siano due grandissimi. Certo è che una voce monocorde o priva di personalità è in grado da sola di decidere il destino sfortunato di un gruppo. Sembra un’ovvietà ma ad ascoltare ciò che circola non si direbbe. Infine, tuo pezzo dimostra l’importanza delle emozioni che una voce deve saper trasmettere. Io non sono così poetica, sono più materiale, ma mi piace leggere questi racconti che esprimono poeticamente i propri sentimenti.

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    • Su Mina sono parzialmente d’accordo, non mi piace quando ostenta la muscolarità e la tecnica “minesca”, ma col tempo ho imparato ad apprezzare la sua formidabile capacità di prendere un pezzo al guinzaglio e farne ciò che vuole, anche per quanto riguarda le sfumature, le variazioni timbriche e le impurità.
      Su Battisti dissento totalmente: la sua voce ha segnato una frattura nella mentalità del “bel canto” nazionalpopolare, è come se di colpo l’italiano contemporaneo facesse un passo in avanti sul palcoscenico, esponendo corpo, vizi, anima.
      Credo che la prossima puntata di Vermut Underground ti piacerà. 😉

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      • Sono totalmente d’accordo perché in verità ne facevo un discorso di gusto personale. Penso capiti a tutti di non amare una voce che il resto del mondo reputa meravigliosa innovativa o altro. Comunque alla prossima puntata di vermut underground ci sarò anche se mi interesseranno più i vostri commenti che i brani 😜

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  2. Caspita, hai ragione. La sua voce somiglia tanto alla piega nella pagina di un libro. Per quanto piccola, per quanto tu ti voglia convincere che non arrechi nessun disturbo, qualcosa ti costringe a sollevarla e lì, in quel momento, si rimette tutto in discussione.

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