Pinocchio tra il detto, il dire e il tradire

Non so quante volte ho letto Pinocchio. Da cima a fondo, pescando capitoli a caso, cercando passaggi ben precisi. Un aspetto che mi ha sempre colpito del capolavoro di Collodi è l’autonomia dei capitoli rispetto alla storia, pur rimanendo ad essa funzionali. La natura stessa della sua progettazione iniziale – i primi otto capitoli furono pubblicati a puntate su Il giornale per i bambini nel 1881 – spinse l’autore a trovare in ogni episodio i tempi e gli spazi narrativi per farne unità compiute, divertenti, potenti. Le intuizioni che caratterizzano il singolo capitolo “chiamano” sviluppi, stratificazioni, tempi narrativi, trame psicologiche e dialettiche tali da rendere dinamico e ricco – in termini di invenzione, drammatizzazione e sketch comici – ogni episodio. Si tratta di uno dei principali pregi di questo “romanzo”, ma comprensibilmente rappresenta un problema quando si tratta di ridurre cotanto materiale alla misura di un film. In un certo senso, se mi perdonate la forzatura, Collodi lavorava già sul formato dello “sceneggiato televisivo”, o – se si preferisce – della serie TV.

Il Pinocchio di Matteo Garrone affronta ma non risolve questo problema, anzi: finisce per cadere pesantemente nella trappola. Non riesce a tracciare il perimetro dei tempi, procede selezionando momenti-chiave ben riconoscibili – con piglio a tratti filologico: vedi la fata presentata prima come bambina e poi donna, oppure la presenza mai tanto segnante della Lumaca – che cala sul piatto come mani suggestive ma sbrigative, talora ricorrendo a intuizioni visive affascinanti (il ciuchino-Pinocchio circondato dai pesci, il Tonno antropomorfizzato…) ma estemporanee.

Si prenda il teatro dei burattini di Mangiafuoco: non c’è quasi traccia del misterioso legame tra Pinocchio e i burattini “col filo”, mentre la minacciosa doppiezza di Mangiafuoco (un Gigi Proietti a cui bastano gli occhi per mettere a segno un’interpretazione magistrale) ne esce così semplificata da apparire didascalica, persino goffa. Solo questo episodio avrebbe potuto rappresentare il cuore di un’ipotetica “puntata” in cui la visione favolistica/grottesca di Garrone avrebbe potuto dispiegarsi – presumo – al massimo della potenza. E che dire dei dottoroni in visita al Pinocchio moribondo, ridotti a siparietto farsesco, più o meno lo stesso che capita alla sequenza del processo col giudice-Scimmia (con tanti saluti ai risvolti kafkiani in salsa grottesca).

Altre situazioni lasciate allo stato di abbozzo: il rapporto tra Geppetto e gli abitanti del borgo (con Mastro Ciliegia in primis), la rettitudine scolastica di Pinocchio che si sgretola di fronte al richiamo del desiderio sregolato di Lucignolo (frangente così vicino al cuore di uno dei temi cruciali dell’opera), l’antro “gionesco” del Pescecane, l’annullarsi di Pinocchio nel lavoro da asini al bindolo di Giangio (e poi: perché cassare l’incontro col ciuchino Lucignolo morente?)… Insomma, un’occasione sprecata dopo l’altra per mancanza di spazio/tempo. E giù primi e primissimi piani col chiaro scopo di valorizzare il formidabile lavoro di make-up, senza ovviamente riuscire a disperdere il senso di apnea creativa, fino a un finale che – non potendo giocarsi la carta dell’imprevedibilità – non sa fare altro che rotolare con una certa stanchezza nell’happy ending da cartolina pauperistica/patinata.

In conclusione, sono molto deluso. Pinocchio secondo Garrone è un film che fa perno su un testo universale distillandone un “detto” che non riesce a “dire” ma neanche a “tradire”, fidando su un impatto visivo e su caratterizzazioni forti (detto di un Benigni abbastanza in parte, il Ceccherini/Volpe è nevrastenico e crudele al punto giusto, anche se cade spesso – inevitabilmente – nella macchietta, trascinando con sé l’onesto Papaleo) a cui la forbice del tempo cinematografico toglie ossigeno: ed è quest’ultimo il suo più grande, imperdonabile difetto. I paragoni con il celebre sceneggiato del ’72 firmato Comencini – che non a caso si intitolava Le avventure di Pinocchio – sono incauti proprio a causa di questa profonda diversità strutturale. Se poi lo si vuole confrontare con la versione cinematografica di Benigni, quella, pur fallimentare, aveva almeno il merito di tentare una parziale riscrittura – appunto – cinematografica (inciampando in molti errori simili e in altri anche peggiori).

E quindi, che dire: mi tocca chiudere rimpiangendo l’ipotesi di una serie tv su Pinocchio, magari affidata proprio a Garrone.