Poche vecchie foto

Qualche giorno fa ho compiuto 50 anni. Per l’occasione, mia figlia e mia moglie mi hanno fatto una sorpresa: un video contenente molte mie foto, una carrellata di immagini lunga mezzo secolo con la colonna sonora di Radiohead e Beatles (sul versante soundtrack hanno voluto vincere facile). Non sono un tipo da commuovermi, ma devo dire che stavolta ci sono andato vicino. Purtroppo, per quanto riguarda i miei primi venti anni di vita, non hanno potuto contare su molto materiale. La mia infanzia e l’adolescenza sono testimoniate da appena un pugno di polaroid e qualche altra foto scattata in occasioni speciali, matrimoni, comunioni, cose così. In tutto fanno una cinquantina di immagini, molte delle quali sfocate, mosse, sbiadite, logore.

Le hanno prese in prestito da mio padre e scannerizzate. Prime di restituirle, ho voluto dare loro un’occhiata. Non lo facevo da molto tempo, ma – come credo sia ovvio – le ricordavo bene. In un certo senso, hanno sempre fatto parte di me. La sensazione più strana, osservando quei ritratti di piu o meno quarant’anni fa, è il contrasto tra l’estraneità che provo nei confronti del mio volto giovane (o giovanissimo) e la familiarità con gli oggetti presenti nelle foto (che nelle foto mi circondano, che afferro, che indosso…).

Riguardo l’estraneità: per quanto mi riconosca in quel me stesso bambino/ragazzino, le espressioni – lo sguardo, la postura – non mi appartengono. Le manifestazioni di allegria, le indecifrabili malinconie, la lettura assorta di un fumetto, la posa civettuola in spiaggia, l’affetto per un cane o per una tartaruga: fotogrammi che riesco a collocare razionalmente nel mio passato, certo, eppure non riesco a sentirli parte di me. Tutto, di quel bambino (di quel ragazzino), sembra essersi perduto.

Eppure – e qui siamo alla familiarità – ricordo lucidamente (una sensazione assieme tattile e visiva) alcuni dettagli, tipo la consistenza acrilica di una tuta, quel paio di scarpe da ginnastica nuove, i bottoni di pelle del montgomery verde, la sabbia annidata nello slip da mare rosso, l’elasticità fragile dello spadino di plastica del costume da pirata… Quasi che la continuità tra quel bambino/ragazzino sconosciuto e l’uomo un po’ logoro di oggi si fosse trasferita nella memoria dei sensi in relazione agli oggetti, e soltanto lì. Come risultato di un processo di appartenenza alle cose, a quella porzione di realtà che ci è dato conoscere, attraversare, vivere. Forse per mancanza di alternative. O perché è naturale che sia così: il ricordo vive principalmente di riprese in soggettiva, non di un vissuto esterno a noi.

I miei genitori non hanno mai posseduto una macchina fotografica degna di questo nome. Lo ritenevano, credo, un lusso eccessivo. Del resto, catturare molte immagini del nostro esserci, crescere e invecchiare – quello che Battiato in una canzone chiamò “transito terrestre” – non veniva considerato necessario. Gli episodi particolari, curiosi, segnanti, venivano raccontati più volte durante i ritrovi familiari, nelle occasioni speciali ma anche in circostanze piu ordinarie, rappresentavano un legame, una saldezza narrativa, il modo per dire “noi”, “famiglia”, mentre il tempo si divorava i giorni e cospirava il suo immancabile, strisciante oblio. Il resto era confinato all’interno, era il vissuto privato, non condiviso, un carosello di ricordi che non usciva dal perimetro dell’intimo se non come narrazione, come espressione.

Quelle poche foto a cui affidavamo la testimonianza del passato, selezionavano un immaginario del passato poco puntuale ma in compenso lucido e potentemente definito, capace di impossessarsi concretamente del passato e quindi di coincidere col ricordo, di rappresentare il “come eravamo” con tutta la scenografia del caso. Quelli nelle foto eravamo noi nella misura in cui non lo eravamo più, eravamo noi per il nostro essere altro. Nelle foto vedevamo il tempo in azione, lo sperimentavamo ogni volta come evidenza del divenire, del nostro non essere più.

Non credo che sia un male scattarsi molte foto, come avviene oggi (d’altronde non si tratta di una scelta, come dire, filosofica: lo si fa per il semplice fatto che è possibile farlo). Ma le conseguenze sul nostro modo di concepirci nel tempo sono forse più profonde di quanto non siamo disposti ad ammettere. La memoria oggi può contare su un time-lapse puntuale, implacabile, che consegna il noi presente al giorno/attimo successivo, scatto dopo scatto. La conseguenza e che: non ci interrompiamo mai. Non ci perdiamo, perché non possiamo perderci. Non perdiamo nulla, perché gli oggetti che ci circondano – gli elementi accessori, dagli abiti all’arredamento alle automobili eccetera – confermano la loro presenza molto più di quanto non la neghino (e in ogni caso la loro sostituzione non appare traumatica, diviene casomai evento).

L’abbondanza di scatti ci consegna a un presente costantemente celebrato, verificato, oggettivizzato, esteso, privo di sviluppo (non a caso, le foto non si ottengono più sviluppando una pellicola), definito da una trama di immagini ad alta risoluzione ma (perciò) priva della continuità analogica che si realizza nel diventare altro, priva della consistenza soggetta al deterioramento, priva di quel divenire (anche traumatico, anche come negazione del sé precedente) che giustifica la memoria come attività intellettuale ed emotiva.

Nella puntuale, sistematica (auto)rappresentazione di noi siamo intangibili al tempo. Siamo sempre noi, giorno dopo giorno, anno dopo anno, oltretutto esposti alla verifica (e al giudizio) degli altri, allo sguardo terzo del mondo. E quando ci scopriamo vittime del tempo nella realtà, è solo un contrattempo (!), nulla che non si possa selezionare, tagliare, sostituire, o che un buon software di ritocco non sappia rendere nuovamente condivisibile.

Salvo, s’intende, ciò che resta fuori dall’inquadratura. Salvo ciò che non si può rappresentare.

8 commenti

  1. Che bellissimo pezzo… davvero profondo e capace di far pensare.
    Mi dispiace di aver perso i tuoi 50. Io abbastanza a breve ne farò 60 e in questi giorni ho vissuto un’esperienza simile, con il ritrovamento a casa dei miei genitori di tanti vecchi filmini super8 che giacevano in un armadio da almeno trentacinque anni e che non venivano visti da almeno dieci di più. Così ho preso quelli sui quali erano indicate le date (per la cronaca, dal 1966 al 1971) e li ho portati in un laboratorio che li ha trasferiti in DVD. Li ho visti assieme a mamma e papà e, a differenza di te, mi sono riconosciuto tantissimo in quel regazzino: stesse espressioni, stessi atteggiamenti. Forse è perché ho sempre cercato di non soffocare il fanciullino che avevo in me e sono stato tanto fortunato da potermi permettere di farlo.
    Grazie.

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    • Caro Federico, ti invidio moltissimo quei super8. È vero, io al contrario di te credo di avere soffocato il fanciullino che ero, e non so bene il motivo.
      Grazie a te, e forza che i tuoi 60 saranno al solito molto rock’n’roll. A presto!!

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  2. Che bella riflessione. Condivido il tuo sentimento ma proprio questa estraneità è ciò che mi consente di guardare le foto di me giovanissima con tenerezza. Detesto il mio passato e non mi piace ricordarlo. Ho speso tanta energia e tempo per migliorarmi negli anni che quando penso a com’ero non posso fare a meno di provare un profondo disagio. Però più passano gli anni e più il passato sbiadisce, non è più veramente parte di me, e questo si è rivelato un gran bene. Ora la parte più importante: tanti auguri di buon compleanno 🥳

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  3. Grazie per aver condiviso questi pensieri, li ho trovati d’insegnamento e d’ispirazione per chi come me ha un rapporto conflittuale con le vecchie foto. Forse nel mio caso sarebbe più corretto parlare di totale rifiuto, non tanto per i ricordi che le foto rievocano, quanto nel rivedere la proiezione del passato di un volto molto famigliare ma di cui ho omesso memoria. Questa è una delle ragioni che giustifica la mancanza di foto personali nei social o dell’abuso smodato di pseudonimi, avatar e via dicendo… Albori di una qualche forma di dissociazione? No, solo timidezza e solitudine combattuta a mani nude 😅😅😅

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