Chi ha paura della complessità?

Su Nico esistono diverse testimonianze riguardo certe sue affermazioni razziste: qualcuno sostiene addirittura che covasse convinzioni nazistoidi. Se poi pensiamo a Bowie, i dubbi legati alla sua infatuazione per l’estetica nazista – che egli stesso carburò con dichiarazioni (volutamente?) incaute – non sono mai stati chiariti del tutto. Pochi dubbi invece riguardo la tendenza destrorsa di Moe Tucker, nota simpatizzante del Tea Party, così come a suo tempo si dichiararono rispettivamente pro-Tatcher e pro-Bush i compianti Ian Curtis e Johnny Ramone.

Rispetto a casi del genere, come reagisce un appassionato di rock nonché ammiratore di tutti i suddetti musicisti come il sottoscritto? Non benissimo, ma neppure troppo male. Ok, provo quel po’ di sconcerto iniettato di amarezza, un disorientamento che nasce dal contrasto tra quelli che ritengo (forse sbagliando) valori sostanziali del rock e ideologie di destra più o meno estrema. Ma in linea di massima riesco a scendere a patti e ad accettare questo apparente attrito tra cultura e ideologia, in virtù di quella stessa complessità cantata in molte delle canzoni rock che più amo.

Ecco, penso che il punto sia questo: credo che uno dei temi fondanti del rock sia la coscienza della complessità. Ovvero, l’attitudine per i risvolti, le ambiguità, le contraddizioni. Il rock al suo meglio si comporta come la letteratura e il cinema migliori: racconta una realtà complessa, dalla superficie corrugata, equivoca, sfaccettata, scivolosa. Niente è come sembra, e ciò che sembra è in molti modi diversi e insospettabili. Gli individui – e gli artisti in particolare – sono pozzi abitati di buio e meraviglia: tentare di spiegarne scelte, convinzioni e opinioni è sempre un atto di presunzione. Evitare di ascoltare le suggestioni marmorine di Nico per le sue più o meno acclarate attitudini razziste o i Joy Division perché Ian Curtis votava per la simpaticissima “Iron Lady”, o ancora gettare al macero i dischi di CCCP, CSI e PGR per la tanto discussa “conversione” di Giovanni Lindo Ferretti, sarebbe, in questo senso, un danno che faremmo soprattutto a noi stessi.

Qualche giorno fa Antonella Ruggiero ha postato sulla sua pagina FB un’immagine che ha provocato reazioni diverse, alcune delle quali profondamente avverse. L’immagine rappresentava dei pesci, presumibilmente delle sardine. Diciamolo subito: l’allusione al celebre movimento di piazza era voluta. Come detto, le reazioni di molti seguaci e fan non sono mancate: come è normale che sia. Aggiungo: sarebbe stato triste il contrario. Essere a favore o meno delle cosiddette e sedicenti sardine ci sta, è un argomento che in questo frangente colpisce il centro nevralgico dell’immaginario per molti validi motivi (che non è il caso di indagare qui). A colpirmi ed amareggiarmi è però una particolare angolazione di queste reazioni avverse, quella cioè che si rivolge al musicista più o meno così: “pensa a cantare“. È un’argomentazione che mi capita spesso di leggere, adottata in nome di un non meglio specificato “buonsenso” che prescriverebbe ai musicisti una ricetta assai semplice: “fate musica e non occupatevi di altro, soprattutto lasciate perdere la politica“.

È disarmante. E preoccupante. Non solo si fatica ad accettare che la musica come ogni altra forma artistica non possa che esprimere la realtà in cui è immersa, di cui si nutre: è addirittura in corso, mi sembra, un tentativo esteso di formattazione a compartimenti stagni che riguarda intere categorie di pensiero e, di riflesso, di ruoli che devono essere normalizzati, neutralizzati. Tutto ciò per cosa? Per incapacità di affrontare la complessità. O, peggio, per la sistematica volontà di escluderla dallo scenario.

Si tratta però di un sopruso inaccettabile. E stupido. L’espressione è sempre problematica. Deve esserlo. Anche quando appare semplice, è un groviglio di complessità risolte. Le convinzioni di un autore sono parte del suo essere autore. Ciò che esprime, come lo esprime, sono l’approdo di un percorso difficilmente privo di svolte, deviazioni, saliscendi, frane, eccetera. Questo desiderio strisciante – ma ormai sempre più scoperto – di sterilizzare l’espressione e farne intrattenimento puro, di imporre all’artista in generale e al musicista in particolare il ruolo di autore d’una distrazione volatile, è il segnale di una profonda debolezza culturale e, in senso ampio, politica. Di cui, ogni giorno di più, ho paura.

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