Oltre i Beatles: Plastic Ono Band

Al minuto due e trenta secondi di God, la voce di Lennon porta a compimento un drammatico crescendo di negazioni con una frase secca, sconcertante: “I don’t believe in Beatles”. La musica stessa si ferma, trattiene il respiro, sembra metabolizzare il messaggio. Quindi riparte, ed è come se un nodo si fosse sciolto. Lennon sostiene di credere ormai solo in se stesso e in Yoko, in Yoko e in se stesso. Prosegue, la voce esausta nella quale avverti appena un’eco della nota vena agrodolce: “The dream is over, what can I say…?”. Siamo al minuto tre, ed è forse questo il momento in cui gli anni Sessanta finiscono ulteriormente. Definitivamente. 


Plastic Ono Band – uscito l’11 dicembre del 1970 – fu per Lennon il debutto vero da ex-Beatle, anche se mimetizzato dietro una band abbastanza fittizia (ci sono Ringo Starr, Klaus Voormann, Billy Preston e Phil Spector tra gli altri). Ancora pervaso di beatlesianità opposta a un feroce disincanto, contiene autentiche gemme come Love, God, Mother e Working Class Hero. In un certo senso, può essere considerato il suo album capolavoro. Ma facciamo un passo indietro.

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In The Beatles – o White Album, come viene subito ribattezzato – del 1968, la celebre sbrigliatezza lennoniana consegue l’apice e coincide col dissolversi della coesione interna alla band. La presenza costante di Yoko Ono in studio e come musa ispiratrice dei pezzi, il desiderio di spurgare le amarezze (Sexy Sadie) e gli antichi traumi (Julia), il bisogno di andare oltre le strutture riconoscibili (Happiness Is A Warm Gun) per gettarsi in toto nell’abbraccio inesplicabile dell’avanguardia (Revolution 9), sembrano già prefigurare un album solista di Lennon all’interno di un (doppio) album dei Fab Four.

In effetti, John aveva già debuttato da solista con Unfinished Music n°1 – Two Virgins, passato alla storia più per la “scabrosa” copertina con lui e Yoko ritratti prosaicamente nudi che non per il contenuto (mezz’ora di loop, distorsioni e found voices). Accadrà ancora (nel ‘69 con Unfinished Music No.2 – Life with the Lions ed il Wedding Album) a Beatles ancora vivi e attivi, almeno ufficialmente, anche se Abbey Road e Let It Be (settembre ‘69 e maggio ‘70) suoneranno come altrettanti magnifici canti del cigno.

Nel frattempo erano già arrivati i primi singoli del solo Lennon, seppure attribuiti alla Plastic Ono Band: la madre di tutti i pezzi pacifisti Give Peace A Chance, la gelida Cold Turkey e la bruciante Instant Karma!, quest’ultima con George Harrison alla chitarra e Phil Spector alla produzione.

Il connubio sentimentale e artistico con Yoko Ono diviene una sorta di simbiosi, che i fan dei Beatles hanno da sempre maldigerito, vedendo nell’artista nippo-americana una figura vampiresca che avrebbe imprigionato l’anima di Lennon, espropriandolo di fatto ai Fab Four. Le cose non andarono così, ovviamente: è lo stesso John anzi a provare un’attrazione irresistibile per Yoko e per tutto ciò che essa significa, a partire dal rifiuto di quel modello borghese da cui si sente assediato. Come dichiara Paul McCartney,:

“Yoko gli ha dato la possibilità di fare tutte le cose che aveva sempre voluto fare, e che non avrebbe mai potuto fare al Golf Club”

Ma questa evoluzione di Lennon, questa tensione artistica e civile che lo portava a volersi sperimentatore e contestatore, non è priva di contraddizioni. Come quando, durante il celebre bed-in contro il conflitto asiatico durato due settimane in una stanza dell’Hilton di Amsterdam, i due non si fanno scrupoli di sfruttare tutte le comodità messe a disposizione dall’hotel, giustificando così lo stesso sistema borghese che alimentava la mentalità capitalista e guerrafondaia contro cui si scagliavano. In quel periodo la coppia si sottopone alla cosiddetta “primal therapy” di Arthur Janov, che prevede un lavoro di scavo alla ricerca dei traumi e delle paure represse.

Di traumi antichi e recenti è intriso infatti John Lennon/Plastic Ono Band, il primo album solista post-Beatles, un capolavoro che inizia facendo i conti col fantasma della madre e del padre (Mother) e col cadavere ancora caldo di un’intera epoca (la già citata God), concedendo altri momenti di altissimo livello come l’abbacinata Isolation o la delicata Love (con Phil Spector al piano). Discorso a parte ma centrale merita Working Class Hero, ballata che stilisticamente deve molto a Dylan (da sempre amato e che i Beatles incontrarono a New York nel cruciale 1964, col risultato di influenzarsi a vicenda) e che col suo elogio della classe operaia solleva non pochi (e giustificati) dubbi riguardo la credibilità del musicista.

Il quale è sempre più inseparabile dalla Ono e sempre più impegnato, andando oltre però l’atteggiamento hippie di una Power To The People (uscita come singolo nel marzo del ‘71). Con Imagine, album che vede Spector molto più coinvolto rispetto al lavoro precedente, Lennon raggiungerà una sintesi più compiuta tra impegno politico e forma espressiva, non senza concedere qualcosa dal punto di vista dell’impatto: al confronto, Plastic Ono Band suona senz’altro più sferzante e necessario, come appena pescato da una vasca di azoto liquido.

In ogni caso, con questi primi due lavori post-Beatles seppe consolidare la propria statura di artista di riferimento oltre la straripante mitologia dei Fab Four. Impresa tutt’altro che facile, ma ci riuscì.

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