Loop immobile: i Grandaddy

Sembra incredibile che tra i primi a notare e sponsorizzare i Grandaddy, la loro miscela di power pop e retaggi post-wave aggiornata ai dettami del più ruggente lo-fi, sia stato Mr. Howe Gelb. Ma a ben vedere non lo è affatto. Primo, perché Mr. Gelb è di un eclettismo smisurato. Secondo, perché la poetica di Lytle e soci sembrava sbocciare da un groviglio di vibrazioni per molti versi affini a quelle del bardo di Tucson: l’accartocciarsi del passato nel presente, lo sguardo schivo in obliquo, la tenerezza scossa a tratti da un impeto senza riguardo, quel senso di onnipresente timore per la fatiscenza di ciò che appena ieri chiamavi futuro.

Under The Western Freeway – uscito nell’ottobre del ’97 – era un debutto che conteneva già quello che nel successore The Sophtware Slump (maggio 2000) avrebbe trovato formidabile compimento: tutto un mondo di folgorazioni tremolanti, di miraggi allibiti, di angosce foderate d’innocenza giocosa, di synth-pop carburato a psichedelia, di fatamorgane folk tra i falò apparecchiati sotto il cavalcavia della Storia. È lo spettacolo sublime e dimesso del famoso (cosiddetto, sedicente) Sogno Americano che s’infrange sulla cortina fumogena di un progresso senza più scampo né prospettive. Il rumore che senti è più implosione che altro. Un loop immobile. Un capolinea. Come ci raccontano già nell’album d’esordio l’indolente fantasmagoria di Why Took your Advice, il delirio incendiario di Summer Here Kids o il malanimo candito di A.M.180. Qualcosa d’innocente e rabbioso rendeva viva ogni traccia, ciò che andò progressivamente smarrendosi negli anni a venire.

Ecco spiegato perché quando nel maggio del 2006 – dopo l’ancora buono Sumday e il discreto Just Like The Fambly Cat – Lytle annunciò la fine della band, le sue parole suonarono tristemente opportune. Ciò non ci impedì affatto di gioire per l’effervescente rientro sulle scene con Last Place, dopo undici anni di ibernazione che gli spersi lavori solisti di Lytle non riscaldarono abbastanza. Sembrava, in quel luttuoso 2016, una delle reunion più riuscite in circolazione, ma il destino la pensava diversamente: la morte del bassista Kevin Garcia, stroncato da un infarto nel maggio del 2017 a soli 41 anni, ha fatto aleggiare la parola fine in maniera forse definitiva. Anche se noi continuiamo a sperare.

3 commenti

  1. ah, che tuffo al quore. “Under The Western Freeway” è il mio album del 1997 e “summer here kids”, con i suoi squarci acustici e con l’ugola di Lytle spesso sul punto di schiantarsi, è davvero perla rara (pensa che non avevo mai visto il video, zenks!)
    anche “A Pretty Mess by This One Band” il MLP precedente mi aveva colpito. certo, dopo i fasti di Western Freeway mi sarei aspettato di più (forse sei troppo generoso con le loro seguenti fatiche discografiche)…
    : )

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  2. […] A quel punto arrivò Cover Magazine: come suggerisce il titolo, è un disco composto da riletture di brani altrui, tra le quali troviamo però anche Blue Marble Girl, pezzo uscito in Confluence, il meditabondo – e a tratti spettrale – album solista di Gelb del 2001 (va considerato pure questo un “brano altrui”?). In una scaletta assai composita ci imbattiamo in canzoni firmate Nick Cave (Red Right Hand), Sonny Bono (The Beat Goes On), Black Sabbath (Iron Man), PJ Harvey (Plants and Rags), Goldfrapp (Lovely Head), e poi ancora Neil Young, X, Roger Miller, Johnny Cash… Tra gli ospiti, una al solito suggestiva Neko Case, la stessa PJ Harvey (la quale – come rivelerà poi Gelb – non conosceva Johnny Hit and Run Pauline e ne cantò il chorus mezz’ora dopo averla ascoltata per la prima volta) e l’ottimo M. Ward, all’epoca quasi esordiente pupillo di Gelb (che rimase folgorato da un suo demo recapitatogli da Jason Lytle). […]

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