Di recensioni, imperativi e The Murder Capital

When I Have Fears è uscito lo scorso agosto, Il 16, per la precisione. Lo accompagnava un hype niente male che definiva i The Murder Capital degni concittadini degli ormai celebri Fontaines D.C. (entrambe le band sono di Dublino). Per questo, e anche per la bella recensione pubblicata su Sentireascoltare, mi riproposi di ascoltarlo. Nel frattempo uscirono altri dischi. E altri ancora. E libri da leggere. E serie tv. Insomma, dopo un mese non lo avevo ancora ascoltato. E chissà quando lo avrei fatto se non fosse stato per Alessandro.

Fotografo, scrittore e blogger, grande appassionato di rock, Alessandro mi parlò di When I Have Fears con entusiasmo, come spesso capita a un rockofilo di descrivere un disco che lo ha impressionato. Oltre alle sue parole, a colpirmi furono i suoi occhi e l’espressione mentre le pronunciava. Erano occhi ancora abbagliati da una vampa inattesa, da risposte travolgenti a domande non ancora poste, da una rivelazione capace di scozzare convinzioni e attitudini. Era un’espressione che trasmetteva disequilibrio e un senso di mancanza febbricitante.

Quella sera stessa ascoltai l’esordio dei The Murder Capital. Non mi convinse subito. In trentacinque anni di ascolto – diciamo così – attivo, non ho ancora capito in che modo un disco riesca a superare la fase dell’approccio e conquistarmi. Di certo ognuno ha i suoi tempi e le sue strategie: alcuni ti aggrediscono, altri ti circondano e rimangono lì, pronti a sferrare l’agguato, altri ancora intavolano trattative compiacenti prima di servirti la mazzata in pieno stomaco, eccetera. In questo caso, il primo ascolto servì a segnare il perimetro sulla mappa, a sintonizzare il dispositivo sulle ascendenze: gli immancabili Joy Division, i sacrosanti The Fall, la recente eruzione elettrica di band comprensibilmente incazzate come Idles e Shame, persino qualcosa di Nick Cave, Elbow e persino U2. Avvertii insomma molte interferenze intriganti, alcune anche fastidiose. In ogni caso, non mollai la presa. Avevo buoni motivi per non mollare.

Al secondo giro, ero già catturato. Come spesso capita (e capita, aggiungo, nei lavori migliori), la traccia di apertura contiene le chiavi di tutto il disco: un album teso ma atmosferico, furibondo però attraversato da una malinconia che ne assolve la durezza, spiegandone il senso di corazza, di reazione uguale e contraria all’assedio di un mondo istituzionalmente ostile. In particolare, più o meno a tre quarti di For Everything le chitarre radenti e insidiose svoltano in territorio malinconico, lasciano affiorare un senso di afflizione palpitante, il ventre molle della corazza.

Musicalmente e tematicamente, il programma oscilla tra queste due dimensioni emotive contigue e complementari, tra la rabbia di chi si dibatte nel cul-de-sac e un’amarezza a tinte fosche, abbacinata dalla consapevolezza di un’impotenza pervasiva e inaccettabile. Perciò ad episodi convulsi come Feeling Fades o More Is Less si alternano meditazioni irrequiete di stampo – appunto – Joy Division (Slowdance I & II) e persino una ballad pianistica come potrebbe – appunto – un Nick Cave scosso nel cuore della notte da una palpitazione improvvisa (How The Streets Adore Me Now).

È un disco molto bello, uno dei migliori che mi sia capitao di ascoltare in questo 2019. Ed è un disco che ho rischiato di non prendere neanche in considerazione. Come, presumo, mi capita nei confronti di molti altri album meritevoli, dispersi come lacrime nella pioggia (cit.) di uscite.

Il senso di una recensione, credo, sta tutto qui, nel senso di inevitabilità che riesce a trasmetterti. Quella che ho letto a suo tempo, ripeto, era bella, ben scritta, faceva capire che il recensore aveva apprezzato e che quindi era assai opportuno che dedicassi quei tre quarti d’ora per ascoltare (colpa mia se poi non l’ho fatto). Ma le parole, gli occhi e l’espressione di Alessandro contenevano un imperativo contagioso, una frattura nella consuetudine di situazioni più o meno interessanti: dopo di che, non potevo più sottrarmi, dovevo ascoltare, non c’erano impegni, imprevisti, stanchezza e distrazioni varie che potessero impedirmelo.

Ecco: credo che una recensione dovrebbe somigliare a questo, dovrebbe trasmettere questo imperativo, prima che somigliare a quel piccolo esercizio di critica a cui legittimamente aspirano.

Un commento

  1. […] E insomma, in una pagina trovo così tanti spunti di riflessione/discussione da non sapere su quale buttarmi. Dovendo selezionare, mi limiterei a un paio di punti. Il primo è quello che ritengo un vecchio, tenace equivoco: credo che si tenda a utilizzare con troppa disinvoltura il termine “critico” e “critica” per intendere “giornalismo musicale”, anche quando si tratta ad esempio di “semplici” recensioni. Non aggiungo altro perché ne ho già scritto a più riprese, ad esempio qui, qui e qui. […]

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