Il lungo dicembre dei Counting Crows

Questo accadeva pochi anni fa. Recuperai Recovering The Satellites da un cassetto in cui era finito a proteggersi dalla polvere per troppo tempo. Riguardo al perché mi venne voglia di riascoltarlo, ho un sospetto, quasi una certezza. Comunque, proseguiamo.

Inserii il CD nell’autoradio, che si accese appena misi in moto. Avevo cambiato da poco l’amplificatore e gli altoparlanti. Niente di troppo potente, ci mancherebbe: da un pezzo ormai tengo più alla nitidezza che al volume (pare che dipenda dall’età). Però, che dire, è un impianto che quando c’è da pompare, pompa. Quanto basta.

Come ricordavo bene, Catapult iniziò quieta, con timbri flautati di tastiera e pennate morbide in riverbero. Se alzai il volume fu per puro istinto. Solo che: lo alzai un po’ troppo. Pochi istanti dopo, la botta di chitarre, basso e batteria mise in crisi gli altoparlanti e i miei timpani, regalandomi un acufene temporaneo assieme a una vaga sensazione di stupidità. Regolai il volume e aspettai che l’adrenalina rientrasse nei ranghi, prima di ingranare la marcia e avviarmi verso l’ufficio.

Dopo il fortunatissimo esordio August And Everything After (7 milioni di copie vendute nel mondo), i californiani (di San Francisco) Counting Crows erano attesi a una conferma assai impegnativa. In effetti, si impegnarono. Da cinque che erano, si ripresentarono in sei: era entrata in squadra la seconda chitarra di Dan Vickrey, che non mancò di imprimere un piglio elettrico ben marcato al sound (come mi ero subito accorto). Se l’album d’esordio aveva conquistato ampie fette di pubblico con un folk rock appassionato dalla felice (e trepida) attitudine melodica, il solco in cui s’infilava il secondo capitolo spostava il centro di gravità dalle parti di un rock piuttosto tumultuoso, mantenendosi comunque una proposta dalle chiare finalità radiofoniche.

L’elemento più evidente di continuità era la voce di Adam Duritz, anche autore principale di musica e testi: la sua interpretazione era di quelle capaci come poche di caratterizzare un pezzo, grazie soprattutto al timbro black elastico, capace di inasprirsi e sfilacciarsi secondo la temperatura e gli ambiti emotivi. Nel complesso, i Counting Crows sbaragliavano le aspettative facendo esattamente quello che un gruppo pop rock sufficientemente onesto dovrebbe fare: spostarsi da un’altra parte. Tirare i dadi e procedere.

Due anni prima – nel fatidico 1994 – August And Everything After mi era sembrato più o meno il disco pop che un rockettaro come me poteva augurarsi di avere sempre a portata di mano, capace com’era di rifarsi a un cantautorato intriso di Americana più crepuscolare che tumultuosa, bazzicando atmosfere sparse ed evocative non lontane da quelle dei R.E.M. altezza Out Of Time. Dopo il sipario cupo gettato sull’orizzonte del rock dal suicidio di Cobain, un album come August faceva l’effetto di un respiro ampio e profondo, di quelli a pieni polmoni, che ti fanno correre il polso e sentirti un po’ più vivo.

Recovering The Satellites consegnava tutto questo al passato: il suono e le canzoni non temevano di fare i conti col freddo nelle ossa, di fronteggiare l’irrequietezza a cuore sgranato e seguendo le traiettorie problematiche di una personalità (quella di Duritz) poeticamente complessa, a tratti persino contorta. Tutto ciò tentando di rimanere con tutti e due i piedi in un ambito popular, quasi che il rock – con le sue pratiche di scossa e affrancamento, di anima esposta alle intemperie dell’oscurità appena usciti dal cono di luce – avesse ancora qualche possibilità di riuscirci. Del resto, era ancora il 1996: certo che ne aveva la possibilità.

Questo tentativo di fare pop con la cassetta degli attrezzi del rock, da parte di una band che molti vedevano destinata ad anni di successo crescente, mi sembrò fin da subito una scelta dissennata, a stretto rischio di fallimento, e perciò assai affascinante. Va da sé che lo ascoltai molto, anzi moltissimo. Amavo soprattutto la cavalcata col groppo in gola di Angels Of The Silence, il crogiolo di hammond e sincopi di Children In Bloom, il valzer vagamente Van Morrison di Another Horsedreamer’s Blues, la ballata così prevedibile eppure – come dire – inevitabile di Goodnight Elisabeth. Come detto, il fallimento era lì, a pochi millimetri. Mancava equilibrio, la scrittura a tratti barcollava, gli arrangiamenti oscillavano tra l’azzardo e il cliché. Eppure, finii per innamorarmene. E oggi, oggi, suona più vivo del suo “perfetto” predecessore.

Anche se critica e pubblico non gradirono, l’effetto traino di August consentì a Recovering di vendere la notevole cifra di due milioni di copie. La carriera dei Counting Crows è proseguita tutto sommato senza ulteriori scosse. Con This Desert Life (uscito nel novembre del 1999) misero a segno un terzo album dignitosissimo che però mi lasciò un senso strisciante di appagamento, che tre anni più tardi avvertii ancora più nitido in Hard Candy. Da allora li ho seguiti, come dire, da una certa distanza.

Ripensando al motivo per cui qualche anno fa mi venne voglia di riascoltare Recovering The Satellites e regalarmi una mattinata in ufficio con l’acufene, credo sia lo stesso per cui mi è tornato in mente poche ore fa. Un motivo semplicissimo: è dicembre, signori miei. È tornato il mese dei ricordi che si accartocciano e tentano di recuperare un senso nella luce raccolta del presente, del respiro corto mentre attraversi l’aria fredda del mattino e dei pomeriggi brevi, quando tutto sembra soccombere all’implacabile ciclicità dello spegnimento, confidando – non senza quel po’ di apprensione – in un nuovo germogliare.

A Long December, penultima traccia di Recovering, è una canzone semplice, persino banale, ma nella garbata malinconia delle sue strofe contiene tutto quello che ho tentato di scrivere nelle righe precedenti. Adam Duritz la compose pensando a un’amica ricoverata in ospedale a causa di un terribile incidente stradale. Andava a trovarla tra una session di registrazione e l’altra, riportando in studio il senso di angoscia, di attesa e – certo – di speranza.

Figuriamoci se non mi è capitato, negli anni, di vivere situazioni simili. Figuriamoci se non mi è capitato. Anche a dicembre, certo. Soprattutto a dicembre.

And it’s one more day up in the canyons
And it’s one more night in Hollywood
If you think that I could be forgiven
I wish you would

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