Le fauci spalancate del futuro: Let It Bleed

Quando fai partire Let it Bleed, nella stanza entra il rock.

Bastano pochi secondi di Gimme Shelter e l’aria di colpo diventa tempo.
Quel suono: l’intrusione di un corpo che si è appena formato nell’ombra. Un magma che cammina. Una ferita capace di intendere e sanguinare. La sua presenza è assieme sfuggente e dominante. Viva, ancora oggi.

Quel suono racconta il crepuscolo dei 60s, anzi il loro improvviso precipitare – con tutto il bagaglio di sogni, di ebbrezza, di rivoluzioni, di spavalda estemporaneità – in un buio fibroso. Il suono di quel momento esatto.

Ascoltando Let It Bleed viene da pensare ai fatti di Altamont, certo, che si sarebbero consumati il 6 dicembre, appena dopo la pubblicazione dell’album. Viene in mente il corpo di Brian Jones che galleggia in un mistero liquido, terminale. Pensiamo a Charles Manson. Pensiamo al Vietnam. Pensiamo all’utopia che ti sputa in faccia una bile nera, covata per mesi sotto la pelle ancora floreale dell’illusione.

All’improvviso tutto si fa evidente. E instabile. Avverti nell’aria un odore di cherosene così forte da stordirti. Come la preveggenza di un’esplosione.

Brian Jones è praticamente estromesso dalle sessioni. È quasi fuori. Andato. Entra in squadra Mick Taylor. E riecco il blues, non sembra più lo stesso ma non può che essere lui, come un amico che torna dopo un lungo viaggio col volto divorato da una strana fatica. C’è poi il country rock, la sua epica ispida e frugale, quel suo soffiare sabbia nell’impasto sornione (se allunghi il collo puoi vedere Gram Parsons annuire soddisfatto appena dietro l’angolo).

Tutto è sotto controllo sul filo di una catastrofe rovinosa. Tutto è quasi fuori controllo.

D’improvviso hai fame. Hai bisogno di un amore letale, di rendere vive le ferite, di mostrare lo spasmo scimmiesco che ti smarca dal resto. Anche, soprattutto, dalla glassa avariata delle utopie.

Let It Bleed chiude gli anni Sessanta con un ghigno sferzante e amaro. Siamo arrivati dove siamo arrivati, nulla sarà più lo stesso. Non puoi ottenere tutto. Non sempre. Quasi mai.

“Lascia che sanguini” è la risposta preventiva al “lascia che sia” dei Beatles, già inciso ma congelato perché piova sul mondo col giusto ritardo, oltre la linea dell’inevitabile.

I Settanta spalancano le fauci.

La strada è stata appena asfaltata ma è già in rovina, pronta ad accogliere la vertigine dell’esilio.