Agguato Hendrix

Non ho mai scritto molto a proposito di Jimi Hendrix. Strano, perché se mi è venuto il vizio di ascoltare musica in forma di agguato, lo devo principalmente a lui.

Lo incontrai che avevo quattordici anni, mese più mese meno. Ero, come credo di avere già raccontato, assai metallaro. Di quelli grezzi, devoti alla formula: melodie ascendenti, assalti di chitarre, scorribanda ritmica, innodia aggressiva, assolo al fulmicotone. Cos’altro chiedere a una canzone? Ti immagineresti un muro migliore su cui sbattere la testa e uscirne più o meno illeso?

Questo, insomma, ero. Poi comprai d’occasione un vinile di Hendrix. Quello che sapevo di lui era al 99% leggenda e il resto musica. Conoscevo Voodoo Chile e Purple Haze, credo. Avevo fame di chitarra magmatica, come tutti i metallari di questo mondo, però c’era un equivoco di fondo: nella mia metallarità senza risvolti, credevo che una chitarra elettrica fosse più o meno un dispositivo per incendiare alla massima velocità quella rabbia informe in cui stavo immerso fino al collo. Un efficacissimo cliché, anche se all’epoca non lo avrei certo definito così.

La traccia di apertura di quel vinile a poco prezzo era Hey Joe. Non avevo mai sentito nulla del genere. Era come ordinare una birra e trovarsi a bere la pozione di un druido. Era come comprare Alan Ford e trovarsi a sfogliare Corto Maltese. Era come darsi appuntamento per pomiciare e finire in un harem. La camera di colpo sembrò riempirsi di fantasmi. Non mi piacque, certo che no. Ma non potevo fare a meno di riascoltare. Valeva lo stesso per Foxy Lady, Cross Town Traffic e per la meravigliosa, fosca The Wind Cries Mary.

Non era più questione di abilità con la chitarra – e ovviamente Jimi era un chitarrista mostruosamente abile – ma di linguaggio. Il suono di Hendrix, la sua voce (l’impasto tra quella della sei corde e delle corde vocali), era una stratificazione di misteri irrequieti. Era qualcosa di antico che non aveva rinunciato all’eventualità di esplodere sempre.

Il punto però non è tentare di stabilire qui cos’è – cos’era – Jimi Hendrix. Il punto è: perché un adolescente grezzo, non troppo intelligente né particolarmente sensibile rimase folgorato da quelle canzoni così lontane dalle sue aspettative, da ciò che normalmente dava senso e liberazione al suo disagio – appunto – adolescenziale? Perché l’agguato che mi tesero Hendrix e il caso mi sembrò tanto opportuno, giusto, inevitabile?

La risposta più banale è forse la più attendibile: perché ne avevo bisogno. Aspettavo quella scossa, quella deviazione, da prima che ne fossi consapevole. Mi aspettavo dalla musica che mi distogliesse dalle traiettorie già tracciate, che mi indicasse tutto quello che rischiavo di essere e non essere, ponendomi di fronte al catalogo eccitante e spaventoso delle possibilità. Al presente squarciato dai demoni del passato, a quella ferita da cui cola uno strano, incandescente futuro.

Mi auguro questo: che per ogni vita che si crede già tracciata, destinata e consolidata, ci sia un Hendrix in agguato. O chi per lui.

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