Bisogno di credere: Vitalogy dei Pearl Jam

Vitalogy, terzo album dei Pearl Jam, mi fa venire in mente molte cose. Uscì in vinile il 22 novembre del 1994, in CD due settimane più tardi. All’epoca (sì, ho un’età per cui mi capita spesso di dire o scrivere “all’epoca”) il vinile sembrava terribilmente passato di moda, quindi aspettai senza alcun problema e feci mio il dischetto digitale. La confezione, va da sé, mi colpì: era un piccolo ma intrigante viaggio in un immaginario spettrale, tenuto in vita da misteri impenetrabili e superstizioni profonde, le cui vibrazioni antiche continuavano a diffondersi batteriche nel presente. Erano i fantasmi nella macchina, la linfa segreta che nutre le strategie di persuasione e il vecchio, maledetto, fottuto bisogno di credere.

Ispirato a uno strano libretto dell’ottocento acquistato da Eddie Vedder in un mercatino, l’artwork di Vitalogy intendeva segnare uno scarto netto tra la logica industriale (funzionale, essenziale) simboleggiata dal CD e il desiderio di recuperare la dimensione sacra del “fare rock” (dei PJ e di Vedder in particolare). I cinque vollero così tanto quel booklet che rinunciarono a una parte delle royalties (tra il 30 e il 40%, a quanto sembra) per finanziarlo.

Il momento, del resto, era cruciale: dopo il suicidio di Cobain il rock – inteso come forma espressiva nonché fenomeno socioculturale ed economico – viveva un momento di assoluta fibrillazione. I bilanci delle major raggiunsero vette mai toccate in precedenza grazie alla spinta propulsiva del CD, che rimetteva in gioco tutto il catalogo, sottoposto a massicce (e spesso sciagurate) campagne di rimasterizzazione. Pubblicando un vinile e un CD che si portavano dietro (e dentro) un patrimonio di immaginario così marcato, i Pearl Jam vollero lanciare un segnale: bisognava recuperare la bizzarria, l’insidia, l’intensità, l’irruenza, l’imprevedibilità di cui era capace una raccolta di canzoni organizzata nella cosiddetta dimensione dell’album.

L’impetuosa ruvidità di Last Exit e la costernazione elusiva di Immortality – in entrambe evidenti riferimenti a Cobain – sono gli estremi di una scaletta (la conclusiva Hey Foxymophandlemama, That’s Me è più che altro una marionettistica camera di decompressione) che ondeggia tra ballate di una franchezza disarmante (Nothingman e Betterman), scorribande incandescenti (Whipping, Satan’s Bed, l’ode vinilica di Spin the Black Circle) e invettive tra il disperato e il rabbioso (Not For You, Corduroy) intervallate da siparietti visionari e bislacchi (Bugs, Pry, To, la speziatissima Aye Davanita).

Se i numi tutelari sembrano collocarsi in uno strano pantheon che comprende Fugazi, Tom Waits, Dead Boys e una versione anfetaminica di Neil Young – come chiave attitudinale più che stilistica – l’aspetto più interessante del disco va ricercato nel suono, refrattario al compiacimento facile e anzi poco accogliente, impegnato a definire spazi giocando con voci, timbri e dinamiche, quasi volesse restituirti la sensazione tattile del luogo in cui accade, una dimensione straordinaria da opporre alla serialità sempre più formattata dalla loudness war (corollario dell’eliminazione del rumore resa possibile dal CD).

In questo scenario, le tensioni che attraversavano la band – per l’insofferenza di Vedder nei confronti dello showbiz, per i problemi di salute di Mike McCready, per la sempre più scoperta incompatibilità caratteriale col batterista Dave Abbruzzese… – furono vere e proprie vene sotterranee che nutrivano le radici di un’ispirazione discontinua ma fiammeggiante. Vitalogy è un album bello ma non privo di imperfezioni, tuttavia rappresentativo come pochi di quegli anni che sancivano la centralità del rock mentre preparavano le prassi stesse che lo avrebbero marginalizzato.

Il successivo No Code, con Jack Irons in sostituzione di un Abbruzzese infine silurato (soprattutto per le sue idee conservatrici in merito al possesso di armi), rappresenterà una prosecuzione del discorso tutto sommato coerente, ma anche il canto del cigno della fase “eroica” dei Pearl Jam. Forse perfino di un’epoca.

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